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APPROFONDIMENTI

Le ragioni del si e del no nel perdurante conflitto sui simboli religiosi

13/02/2008

Le ragioni del si e del no nel perdurante conflitto sui simboli religiosiPeriodicamente, come spesso accade alle questioni non risolte, o come in questo caso, in continua evoluzione, sotto la spinta di vicende che dall’attualità arrivano a lambire la vita politica di un Paese, la querelle sui simboli religiosi si riaccende, percorrendo luoghi diversi e lontani, coinvolgendo persone e contesti di vita tra loro opposti, chiamando in causa principi e valori che spaziano dalla laicità alla libertà religiosa dalla tutela dei diritti alla salvaguardia del pluralismo culturale e religioso. Come già si è osservato in precedenti interventi sull’argomento, la risposta da parte politica appare spesso inadeguata, se non addirittura tardiva, comunque spesso priva di reale connessione con i problemi sollevati da una convivenza interreligiosa le cui cifre sono continuamente aggiornate. Nel nostro paese si stima la presenza di circa due milioni di stranieri (a voler tacere sul numero degli immigrati irregolari), tra di essi i cristiano non cattolici sono la maggioranza, seguiti dagli islamici, con preponderante presenza dei sunniti, dai cristiano cattolici, dagli induisti, dai buddisti ecc. Quanto ai culti acattolici va rilevata la presenza di circa 250.000 Testimoni di Geova, in maggioranza cittadini italiani, e di circa 30.000 ebrei italiani; vi sono poi comunità valdesi, protestanti di varia denominazione e di antica presenza nel territorio italiano ai quali è possibile sommare comunità e centri buddisti fondati da convertiti italiani il cui insediamento è più recente e circoscritto a zone più limitate del paese. Accanto a questo frammentato universo religioso vanno infine affiancati i nuovi movimenti, alcuni privi del carattere dell’attributo di religione vera e propria, i quali unitamente ai diversi culti sopramenzionati rendono quanto mai variegato e complesso il panorama religioso italiano, caratterizzato peraltro dalla presenza nel suo territorio di uno Stato confessionale, il Vaticano, con al suo interno il Capo della Chiesa Cattolica. Aldilà dei più eclatanti casi di cronaca nera che periodicamente accendono i riflettori su questa o quella comunità straniera residente in Italia, è la quotidianità, il normale svolgersi della vita e delle attività lavorative a mettere in luce possibili elementi di attrito tra gruppi etnici e culti religiosi, i quali a volte riproducono fuori dai paesi di origine, tensioni e conflitti là esistenti. Non è un caso che terreno privilegiato di emersione delle tensioni legate all’uso o al divieto d’uso di determinato oggetti riproducenti simboli di significato religioso sia spesso l’ambiente scolastico, in Italia come altrove. A Brescia, l’Istituto Tecnico Industriale "Castelli” è stato teatro nell’anno scolastico in corso di una singolare protesta degli studenti che hanno protestato (e deciso di fondare un comitato a sostegno della loro posizione) contro la decisione del loro Preside di non autorizzare l’affissione di crocifissi nelle aule scolastiche (ovvero di non aver agevolato la loro ricollocazione dopo che per ragioni contingenti erano stati tolti). Una vicenda, quest’ultima, in controtendenza, considerato che molto spesso dalla scuola pubblica si sono levate voci contrarie alla presenza dei crocifissi nelle aule di studio e che proprio in relazione ad una richiesta di questo tipo il Consiglio di Stato si è pronunciato il 15/12/2006 in questi termini: "Il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche, non in quanto suppellettile o oggetto di culto, ma perché è un simbolo che esprime l’elevato fondamento dei valori civili (tolleranza, valorizzazione della persona, rispetto) che hanno un’origine religiosa ma sono anche i valori che delineano la laicità dell’attuale ordinamento dello Stato”. Tale sentenza è importante sotto vari punti di vista: non solo reitera un orientamento che il consiglio di Stato ha delineato con una prima importante pronuncia nel 1988, ormai vent’anni fa, ma pone in relazione valori religiosi e civili. In sostanza, non si limita a considerare i valori espressi dal crocifisso come principi degni di accoglimento nella società civile bensì considera tali valori come indistinguibili da quelli che fondano lo Stato e, in particolare, la laicità. Il Consiglio di Stato, in sostanza, fa proprio un concetto di laicità che accoglie in sé anche valori provenienti da un credo religioso, senza che vi sia in questo alcuna contraddizione, perché i valori su cui si fonda possono avere fondamento diverso ma piena cittadinanza, senza che tra loro si possa stabilire una gerarchia o una prevalenza di merito. In Italia la controversia circa la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche aveva trovato fertile terreno nella assenza di un qualsiasi riferimento all’argomento nel testo della Costituzione. L’affissione dei crocifissi è stata disposta sin dal periodo postunitario da una serie di regi decreti ed ordinanze ministeriali, ovvero da una articolata normativa secondaria alla quale mai si è fatto cenno né nel corpo della Costituzione né nei c. d. Patti Lateranensi del 1929 che hanno poi trovato posto nella Costituzione mediante rinvio .Ed è proprio alla luce del dettato costituzionale, il quale sanciva la parità di uguaglianza tra i culti nonché la tutela della libertà di manifestazione del pensiero, che la normativa secondaria avente ad oggetto le disposizioni relative al crocifisso cominciò ad essere oggetto di critiche sempre più serrate, tacciata di incompatibilità con la Costituzione. Ma su questo punto, più volte, la giurisprudenza ha ribadito che tali norme secondarie non sono mai state abrogate né possono considerarsi tali, magari in modo tacito, per il presunto contrasto con le norme costituzionali. E' stato invece stabilito che, in mancanza, le norme che sanciscono l’affissione di crocifissi nelle aule scolastiche sono pienamente valide ed operanti. Sempre nelle aule scolastiche, questa volta inglesi, la querelle sui simboli religiosi, in questo caso il velo islamico, ha segnato un'altra tappa del suo lungo e tortuoso cammino, con il divieto, stabilito da una direttiva del Ministero dell'Istruzione, con cui è stato stabilito che: "Spetta ai capi degli istituti decidere se il velo influisce negativamente sulla capacità di apprendimento o partecipazione alla discussione degli alunni o causa problemi di sicurezza, e in questi casi possono proibirli”. Ciò significa che presidi e direttori delle scuole possono impedire alle ragazze di religione islamica di indossare il nihab, ovvero il velo integrale se si valuta che ciò rende “impossibile controllare il livello di attenzione e comprensione dell’allieva”. Inoltre, le autorità scolastiche devono essere in grado di identificare le alunne per mantenere l’ordine ed evitare l'ingresso a intrusi. (Argomento questo molto sentito nel Regno Unito dopo che si è scoperto che alcuni degli autori della strage nella metropolitana londinese del luglio 2005 erano sfuggiti ai controlli proprio travestendosi da donna e indossando il velo integrale). Non sono mancate le reazioni, seppur contrastanti tra loro: alcune associazioni hanno protestato, parlando di un “altro passo verso la demonizzazione dell’Islam in Gran Bretagna”; ma non sono mancate le voci favorevoli, anche tra gli islamici, al provvedimento, perché “quando si nasconde il volto non solo si disumanizzano le ragazze, ma si allarga il solco di incomprensione e si mascherano i sentimenti”. L’ex primo ministro Tony Blair ha spiegato: “la gente vuole sapere quale è il giusto equilibrio tra il multiculturalismo, l’identità distintiva di ogni comunità e l’integrazione nella nostra comunità”. E ‘questo un punto importante: trovare il giusto equilibrio tra multiculturalismo e integrazione, perché se è vero che la tutela delle diverse culture è elemento imprescindibile di ogni democrazia, è altrettanto vero che l'integrazione è indispensabile e vitale per le stesse società di accoglienza. E'di tutta evidenza che l’accoglienza di persone di cultura e religione diversa non può spingersi fino ad annullare la propria identità anche perché l’attenuazione, l’annacquamento della propria cultura non svolge un buon servizio verso quanti, per i più diversi motivi, si trovano costretti ad inserirsi in un contesto culturale diverso, in una società con tratti anche fortemente diversi da quelli della società di origine. Per quanto traumatizzante possa essere l’inserimento in una società secolarizzata di tipo occidentale, di essa vanno evidenziai anche gli elementi positivi, quali la possibilità di vivere e praticare la propria fede pienamente, senza ostentazioni che allontanino dal contesto sociale di inserimento. E di queste settimane una polemica tutta italiana legata all’invito rivolto dal Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma al pontefice BenedettoXVI. Un gruppo di docenti si è riunito in un “manifesto” per protestare contro tale visita, tacciando il Papa di oscurantismo, chiamando in causa il presunto avallo dato dal Pontefice, allora Cardinale e Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, al processo che nel XVII vide opposti lo scienziato pisano Galileo e l’Inquisizione. Si tratta con tutta evidenza di un macroepisodio di contrapposizione, non tanto tra laicità e istituzioni religiose, quanto piuttosto tra una in eloquente interpretazione del principio di laicità e svolgimento dei rapporti tra un ente educativo e un rappresentante religioso. A voler tacere il carattere censorio dell’intervento (la libertà di manifestazione del pensiero viene accordata a tutti, terroristi e presunti ex terroristi ma non evidentemente al Capo della Chiesa Cattolica; senza dimenticare che proprio alla Sapienza parlarono i rappresentanti del Movimento dei Raeliani, i quali sostengono che l’umanità è stata creata da una forza aliena mediante clonazione).dei docenti, è possibile riscontrare in esso una contraddizione di fondo: si imputa a Benedetto XVI, già cardinale Joseph Ratzinger e grande teologo, una posizione di pregiudizio e contrapposizione rispetto alla scienza (nello specifico, alla fisica e alle teorie sulla creazione dell’Universo) e nel contempo si irride, con atteggiamento non troppo nascosto, la concezione teologica della creazione dell’Universo, con ciò negando in radice ogni ipotesi alternativa rispetto a quella ufficiale incarnata dalla scienza. A questo punto sorge un interrogativo: Chi è oscurantista? Ovvero, esiste un oscurantismo solo religioso o, a volte, la scienza “abbagliata” dai propri teoremi, non permette, di più, non tollera, alcuna voce contraria? E’ possibile, ancora una volta, porsi rispetto alla Chiesa Cattolica, con l’atteggiamento di chi, trascendendo secoli sembra muoversi in una sorta di eterno presente, per cui la Chiesa di oggi, quella del 1600 e magari del VII secolo sono la stessa cosa e agiscono allo stesso modo?Il presunto “trionfo della scienza” liberata dalle catene dell’oscurantismo religioso a partire dal XVIII secolo, il secolo dei Lumi e della Ragione, può mettere a tacere, o presumere di poterlo fare, voci contrarie, al pari della Chiesa Cattolica del 1600, quando concezioni quali la libertà di pensiero e ricerca non esistevano e si agiva nella convinzione di tutelare il bene ritenuto supremo, la salvezza delle anime, minacciata dalle ipotesi di corruzione e negazione della fede ufficiale?Se, per ipotesi, si volesse considerare, ignorando il contesto storico e culturale nel quale la Chiesa agiva ed operava nelle varie epoche, retrivo e oscurantista l'atteggiamento di questo o quel Pontefice, e di conseguenza, della allora posizione ufficiale della Chiesa, è questa una buona ragione per mutuare oggi, in un contesto completamente diverso, tale atteggiamento, farlo proprio almeno da una parte della scienza ufficiale e adoperarlo, ironia della storia, contro un Pontefice della Chiesa di Roma?L'intera vicenda, così come lo scontro attorno ai simboli religiosi (in questo caso, quale più potente simbolo del Capo della Chiesa Cattolica?) appare come un ulteriore momento di contrapposizione nel ricorrente conflitto tra fede e ateismo, ma viene in evidenza anche come episodio in cui l'ideologia oscura ogni capacità di giudizio, rende sordi ad ogni possibile confronto, rovesciando i ruoli e le attribuzioni: con certezza chi può dire, adesso, chi è l'oscurantista, il censore, il tollerante? Chi difende la libertà di pensiero, in sostanza l'essenza della vita stessa, difendendo il diritto di parola, di intervento pur in un clima ostile? Solo tale episodio basterebbe a smentire il carattere meramente "librario" attribuito dai più ad una materia quale il diritto ecclesiastico, che si incarica ogni volta di smentire tale attributo attraverso un continuo e “rumoroso” inserimento nella vita sociale e politica dei singoli Stati.

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