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APPROFONDIMENTI

Le donne italiane in Argentina tra storia e letteratura

14/04/2008

Le donne italiane in Argentina tra storia e letteraturaL’emigrazione italiana nel mondo ha rappresentato un tratto caratteristico e peculiare della storia contemporanea nel nostro Paese. Tra le numerose destinazioni, l’Argentina è stata, tra il 1830 e il 1950, meta privilegiata dell’esodo nazionale, verso la quale si sono diretti circa 3.500.000 italiani a larga maggioranza di origine contadina, provenienti da quasi tutte le regioni: soprattutto dal Nord nell’Ottocento e dal Sud nel Novecento.
Se riguardo all’immigrazione italiana ed europea in Argentina esiste un’articolata letteratura specializzata, al contrario il ruolo della donna nell’ambito della multiforme realtà migratoria risulta ancora oggi relativamente poco approfondito. Il dibattito sull’emigrazione sembra spesso escludere le donne emigranti, riducendo la loro funzione di protagoniste attive ad immagini distorte e stereotipate.
L’articolo si propone di evidenziare il ruolo svolto dalle donne nel rapporto tra continuità e mutamento culturale, sia attraverso un’analisi dei principali studi storiografici sull’argomento, sia mediante le immagini e le rappresentazioni che la letteratura non scientifica fornisce in merito.

1. Le “altre” protagoniste in tre studi di caso

Per ricostruire i modelli comportamentali attraverso i quali prendeva forma la vicenda esistenziale delle donne immigrate, occorre innanzi tutto tenere conto delle differenze temporali e, conseguentemente, socio-culturali fra chi, per esempio, emigrò oltreoceano negli anni Trenta dell’Ottocento e chi giunse nel nuovo Paese a metà del Novecento. All’interno delle diverse fasce generazionali - madri e figlie appartenenti alla stessa ondata migratoria - le esperienze si configuravano in modo assai diverso, sia per quanto riguarda l’inserimento nel nuovo ambiente di vita, sia per i legami con il paese d’origine. Le italiane erano tante, quante le variegate realtà dell’Italia da cui partivano. A determinarne i ruoli, i comportamenti, le attività e forse anche le identità, concorrevano l’appartenenza alla classe sociale e la provenienza regionale e territoriale, nonché il mestiere esercitato e l’assetto economico in cui lo si esercitava.
I più significativi studi storiografici sull’emigrazione al femminile permettono di tratteggiare un quadro delle diversificate situazioni e dei molteplici stili di vita che nel nuovo contesto le donne emigranti si sono trovate ad affrontare e di valutare se, come e in che misura le loro identità e spazi d’azione siano stati influenzati e stimolati in direzione di un rinnovamento.
La ricerca di Romolo Gandolfo sulle donne di Agnone, nell’alto Molise, immigrate a Buenos Aires alla fine dell’Ottocento, mostra l’ambivalenza dell’esperienza migratoria femminile1 . Il tipo di società che le donne di Agnone incontrarono nel nuovo Paese, infatti, non presentava le condizioni favorevoli per mettere in discussione la loro secolare condizione di subalternità, tuttavia non le condannava più alla tradizionale sottomissione. Nel quartiere del Carmen, dove gli agnonesi si concentrarono, sopravvissero a lungo tratti culturali legati alla tradizione molisana; una concezione più moderna del ruolo della donna si ebbe grazie alle nuove generazioni nate in Argentina. Se da un lato le agnonesi a Buenos Aires non ebbero la possibilità di raggiungere l’indipendenza economica, vista come disdicevole, da evitare per una donna sposata, e dovettero sottostare a valori e norme che imponevano loro l’esclusione dalla vita sociale della comunità, dall’altro poterono però accedere all’istruzione primaria, ciò che aprì uno spiraglio alla possibilità futura di acquisire nuovi ambiti di autonomia.
L’emigrazione transatlantica rappresentò per le agnonesi un momento importante nel lento processo di emancipazione, ma scatenò anche tensioni e contraddizioni nuove nel rapporto uomo-donna, che portarono in molti casi al disgregarsi delle famiglie.
Le ricerche condotte nella provincia argentina di Santa Fe da Alicia Bernasconi e Carina Frid de Silberstein analizzano comparativamente due scenari urbani con caratteristiche diverse, ma interessati entrambi dal fenomeno migratorio tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento2 . Le città prese in esame sono Rosario, la più grande e popolosa della provincia, con un importante porto sul fiume Paraná, e San Cristóbal, piccola città rurale. I risultati di questi studi permettono di confutare le tesi sulla marginalità della donna nel processo di integrazione nel mondo professionale del Paese d’accoglienza: le italiane si inserirono nel mercato del lavoro di Rosario e di San Cristóbal come domestiche o dedicandosi alla confezione di abiti. Il quadro occupazionale rioplatense non impose alle donne una rottura rispetto al loro universo domestico; le reti sociali costituitesi nella nuova società contribuirono a mantenere una continuità affettiva con il paese d’origine. Tuttavia operarono anche elementi di innovazione: non vi fu più spazio, ad esempio, per l’attività di filatura, fondamentale nell’industria domestica del nord Italia.
Il lavoro di Graciela Ciselli esamina l’esperienza migratoria delle italiane, soprattutto di origine meridionale, che si stabilirono, al seguito dei mariti, nella provincia di Chubut, in Patagonia, presso gli accampamenti allestiti vicino agli impianti statali di estrazione del petrolio di Comodoro Rivadavia, tra gli inizi del Novecento e gli anni Sessanta3 .
Le famiglie degli operai impiegati nei giacimenti petroliferi erano prevalentemente di tipo nucleare e al loro interno i compiti erano stabiliti rigidamente: gli uomini lavoravano nel giacimento, mentre alle donne era riservato il ruolo tradizionale di cura dei figli e della casa. Dalla ricerca emerge come il lavoro fuori casa fosse percepito dalle donne come destabilizzante rispetto agli equilibri familiari e all’autorità del capofamiglia. Unica eccezione era quella delle vedove degli operai, le quali, in attesa che i figli maschi raggiungessero l’età lavorativa, erano impiegate nella nettezza dei bagni pubblici all’interno dell’accampamento. A partire dal secondo dopoguerra anche le donne cominciarono a lavorare per l’Impresa, ma solo fino al matrimonio o alla nascita dei figli. Inoltre furono create due scuole per la formazione di infermiere. Secondo Graciela Ciselli nei giacimenti petroliferi statali di Comodoro Rivadavia la famiglia patriarcale si inserì all’interno della società fortemente gerarchizzata dello stabilimento, interagendo con essa e creando forme di controllo a più livelli. Le donne italiane immigrate si integrarono nel contesto del nuovo paese, continuando a muoversi, però, in una società regolata e condizionante, nella quale gli elementi culturali del paese d’origine si coniugarono con gli interessi socio-economici dello stato argentino e ostacolarono il processo di modernizzazione del ruolo femminile.

2. La partecipazione delle donne italiane ai movimenti sociali e politici

Gli studi sulla partecipazione femminile ai movimenti sociali e politici contribuiscono a mettere in risalto un aspetto forse poco noto dell’immigrazione in Argentina: il ruolo primario che le italiane giocarono nel quadro di un impegno sociale che concorse attivamente alla formazione della nascente società4 . Uno dei problemi che le donne immigrate tra il 1850 e il 1950 condividevano con le argentine era il persistente rifiuto dei diritti politici e la mancanza di una legge sul suffragio femminile, a cui si associava la negazione della parità salariale5 .
Sulla scia di idee libertarie e socialiste, giunte dall’Europa insieme agli intellettuali ed ai professionisti immigrati e diffuse attraverso le associazioni operaie e contadine, cominciarono a prendere piede alcuni movimenti di rivendicazione sociale ai quali si unirono attivamente anche numerose italiane. Uno dei più noti episodi di protesta sociale, ricordato col nome El grito di Alcorta, ebbe luogo nel 1912 nella provincia di Santa Fe, importante zona agricola popolata da oltre 1.500 italiani su un totale di 2.000 coloni. La rivolta dei braccianti agricoli contro i latifondisti scoppiò nella località di Alcorta con lo scopo di trasformare i rapporti contrattuali fra coloni affittuari e proprietari terrieri. Il movimento fu organizzato nella fattoria di un immigrato italiano, Francisco Bulzani; sua moglie, Maria Robotti rivestì un ruolo decisivo nella battaglia, partecipando, insieme ad un cospicuo numero di donne, a scioperi, marce ed assemblee.
In Argentina, molte lavoratrici di origine italiana erano iscritte al partito socialista o ad associazioni operaie di stampo socialista, anche con posizioni di primo piano. Julieta Lanteri (1873-1932) fu tra le promotrici delle azioni politiche e legislative in difesa del diritto al voto e Carolina Muzzilli (1889-1917), morta di tubercolosi a soli ventotto anni, fu attiva sul fronte delle lotte per la parità salariale e per il miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne. In un articolo di denuncia Carolina Muzzilli scriveva: «Se parliamo delle lavanderie meccaniche […] non è possibile tacere di fronte al modo inumano in cui lavorano le operaie […]. Obbligate a lavorare, quelle della sezione lavaggio, sui pavimenti bagnati, d’inverno tremando dal freddo e d’estate nell’atmosfera insopportabile a causa di vapori dell’acqua che si sprigiona dai cilindri, sono continuamente molestate dagli ispettori, ricevono frequentemente spintoni, e sopportano una giornata di lavoro da nove a undici ore!» 6 .
La partecipazione delle donne al movimento anarchico fu ancora più massiccia: l’anarchismo, infatti, incorporò un discorso sulle problematiche lavorative ad una visione attenta ad ogni tipo di sfruttamento, incentrata sulla compenetrazione di forme di oppressione economiche e culturali, e promosse tipologie di sciopero e di protesta, come i boicottaggi (diretti a colpire prodotti -cibo e vestiario- il cui acquisto e consumo era in prevalenza femminile), che le donne, anche non lavoratrici, potevano facilmente mettere in atto.
È con i presupposti teorici della giustizia sociale e della libertà personale, sostenuti dal movimento anarchico, che ebbe luogo nel 1907 uno dei più importanti episodi di protesta vissuti dall’Argentina nei primi decenni del XX secolo, la Huelga de las escobas 7, che prese le mosse nel quartiere portuale della Boca, densamente abitato da italiani, e che dilagò poi in tutta la città di Buenos Aires. L’insurrezione, capeggiata da affittuari anarchici che chiedevano la diminuzione dei prezzi degli affitti, coinvolse molte donne, le quali, armate di scopa, durante una marcia divenuta famosa, spazzarono via simbolicamente i proprietari delle case. Quando gli inquilini in sciopero furono sfrattati dalla polizia durante le ore di lavoro, le donne, nuove protagoniste della rivendicazione politica, lottarono con le scope e buttarono acqua bollente dai balconi.

3. L’emigrazione femminile in Argentina nella letteratura italiana

La produzione letteraria italiana è stata a lungo carente «di sguardo e di ascolto»8 rispetto al fenomeno migratorio al femminile, se si escludono le numerose opere autobiografiche - lettere, memorie, diari, relazioni di viaggio -, spesso utilizzate come fonte dalla ricerca storica, sebbene raramente in un’ottica che consenta di risalire all’identità femminile e alla percezione del suo mutamento. Il percorso letterario intrapreso alla ricerca di immagini e rappresentazioni delle italiane in Argentina conduce alla scoperta della sfera delle emozioni più profonde e intime delle donne immigrate, la cui avventura, fatta di abbandoni, partenze, viaggi, incontri, nostalgia, solitudine e speranza, diviene metafora del viaggio, reale e simbolico, che costituisce la cifra di ogni esistenza umana. L’analisi della letteratura, inoltre, permette di guardare ad importanti questioni prese in considerazione dalla storiografia, come il viaggio transoceanico, i conflitti generazionali all’interno delle famiglie o il problema dell’integrazione, cogliendone tutte le sfumature, in particolare gli aspetti più dolorosi e drammatici.
Nella produzione letteraria italiana, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, l’emigrazione è descritta come un evento luttuoso, una disgrazia, una malattia che porta con sé follia e morte. In questo filone di opere i personaggi femminili sono decisamente marginali o presentano tratti stereotipati. Solo nel secondo dopoguerra la figura della donna conquista nuovi spazi. Nel contempo, sulla scia del coevo grande esodo migratorio proveniente soprattutto dal Sud Italia, l’emigrazione inizia ad essere descritta come un gesto di rivolta, un’alternativa alla fame e alla miseria, una possibilità di ampliare orizzonti di vita limitati ed immobili al di là del paese d’origine.
Negli anni Sessanta del Novecento sul fenomeno migratorio scende una «spessa cortina del silenzio»9 determinata soprattutto dalla necessità di cancellare, per una società come quella italiana proiettata verso una rapida modernizzazione, le immagini di un recente passato di miseria e sofferenza.
Solo nell’ultimo ventennio del Novecento la letteratura italiana si fa portavoce di una riscoperta dell’emigrazione, sperimentando approcci e soluzioni narrative innovative e, soprattutto, assegnando alle donne il meritato ruolo di protagoniste nell’esodo, attraverso una raffigurazione attenta a sfumature e dettagli.
In questo rinnovato panorama narrativo, però, le immigrate sono ritratte come perdenti, sconfitte di fronte agli ostacoli e alle incertezze che la vita nel nuovo Paese comporta, come se per loro il prezzo da pagare in termini di sofferenza per aver abbandonato la terra d’origine fosse più alto rispetto a quello pagato dagli uomini, sia all’interno della propria famiglia, sia nel più vasto contesto sociale.
Figura di spicco di questa nuova generazione di scrittori interessati al fenomeno migratorio è Laura Pariani, la quale, nella sua opera Quando Dio ballava il tango10 , consegna al lettore un significativo spaccato dell’emigrazione al femminile. Nel libro compaiono sedici storie, che raccontano ciascuna un frammento di vita di altrettante donne. Le parole delle protagoniste rimandano a rilevanti tematiche affrontate dalla storiografia, le quali, in un discorso coniugato sovente alla prima persona, perdono lo schematismo ed il rigore propri della ricerca scientifica, per colorarsi di nuove tonalità ed accenti che le rendono ricche di richiami e più vicine all’universale condizione di umana sofferenza.
Uno dei personaggi a cui Laura Pariani dà voce, Catterina Cerruti, riassume efficacemente la condizione di quelle donne che, partite da sole, devono sostenere l’esperienza traumatica del viaggio in mare, l’impatto con la nuova vita all’estero e il problema della trasmissione della memoria familiare alle nuove generazioni.
Catterina emigra in Argentina nel 1887, appena quindicenne, per raggiungere e sposare il cognato rimasto vedovo. Il primo grande ostacolo è la traversata transoceanica:

Due mesi di onde che battevano il ventre della nave, di notti insonni tra l’odore di vomito, chiedendosi perché non si arriva mai, dove era andata a finire la terra […]. Ci fu il Carletto Patàn che si morì nel barco insieme ad altri sette […]: li dovettero buttare ai pesci, ché il capitano aveva paura di epidemie, e sulla nave circolava la voce che sarebbero morti tutti prima di arrivare a Buenos Aires. La qual cosa, in un certo senso, era vera: ché quel viaggio tolse a tutti un pezzo di vita11 .

Il viaggio via mare, tema che ricorre frequentemente anche nei racconti autobiografici o nelle corrispondenze epistolari, presentava non pochi rischi: anche quando non si verificavano situazioni di emergenza sanitaria, come accadeva allo scatenarsi di epidemie (colera, tifo, vaiolo, varicella), le condizioni in cui avveniva erano tali da mettere a repentaglio la salute degli emigranti. Ancora nel primo decennio del Novecento, le compagnie di navigazione adibivano le stive delle navi a dormitori: carenti di servizi igienici (una latrina ogni ottanta passeggeri) e sovraffollate, con un boccaporto ogni centocinquanta posti letto, erano luoghi in cui persino chi si era imbarcato in buona salute rischiava di ammalarsi e di morire. Oltre ai timori per la pericolosità del mare e ai disagi legati alle scarse condizioni igieniche, la traversata era motivo di vergogna e imbarazzo per donne abituate al più rigoroso riserbo, che si trovavano costrette a sopportare la promiscuità e la totale assenza di intimità, dovendo condividere gli stessi locali e talvolta lo stesso giaciglio. Alle proprie sofferenze si sommava la preoccupazione per il destino dei bambini, molti dei quali morivano durante il viaggio a causa dell’affollamento, dell’umidità, del freddo e della cattiva alimentazione.
All’arrivo a Buenos Aires, Catterina descrive così la sua prima abitazione:

C’erano quartieri apposta per noi italiani […], con conventillos cadenti tra mucchi di immondizia. […] D’estate si soffocava, bisognava lasciare la porta aperta la notte e i bambini piangevano che i mosquitos se li mangiavano. L’inverno, un freddo barbino; quando pioveva, sgocciolava dentro e tutto sapeva di muffa. [...] Nel terreno dietro casa stava una latrina per un’ottantina di persone, un lungo piletòn [lavatoio] di cemento in mezzo alle erbacce, per lavare roba e bambini; in fondo, il corral [recinto] con gli asini, le pecore e le galline. Per non parlare dei topi. Pieno di ratas ovunque. No, lì nessuno sarebbe vissuto a lungo…12 .

La vita all’interno degli squallidi alloggi chiamati conventillos, era molto dura: sporcizia, spazi limitati da spartirsi con gli altri affittuari e degrado dei locali rendevano ardua la permanenza, in particolare alle donne che qui svolgevano la gran parte delle loro attività. La convivenza forzata degli immigrati con altri della stessa nazionalità o di diversa provenienza generava conflitti, ma anche sentimenti di solidarietà e non di rado portava i membri della cerchia degli inquilini a sposarsi fra loro.
Dopo una lunga vita segnata dai lutti, dopo tante vicissitudini, il personaggio di Catterina si lascia andare ad amare riflessioni:

Una volta che si passa il mare rinchiusi due mesi in una prigione galleggiante, ci si indurisce. È la disperazione di affrontare un mondo di cui non si sa niente, neanche il paesaggio e la lingua; è il crollo dei sogni di una ricchezza facile; il tormento degli atti definitivi, ché si capisce bene che nessuno tornerà indietro. È tutto questo che fa impazzire, si diventa cattivi, si maledice il cielo. Ma soprattutto si soffre nel profondo, sentendosi colpevoli di aver abbandonato la propria casa; aspettando la punizione13 .

La donna, ormai ottantenne, cerca tra i suoi nipoti quello a cui trasmettere la memoria dei tempi lontani, del Paese nativo al di là dell’oceano e delle persone ormai morte, affinché si conservi l’impronta del loro passaggio, perché:

Ai non-più-vivi bisogna portare rispetto, ché solo existe el pasado, la memoria. […] Il passato […] è tiepidezza di una coperta di lana, sapore pieno di un buon bicchiere di vino tinto, profumo della terra, eco di antiche canzoni14 .

La suggestione della memoria del Paese natale, che contraddistingue l’esperienza della prima generazione di immigrati, si contrappone, però, all’anelito dei discendenti di inserirsi nel luogo d’arrivo. Sentimenti differenti legano all’Italia lontana gli italiani immigrati e la loro prole nata in Argentina: nostalgia e rimpianto per i primi, indifferenza per i secondi che conoscono la terra d’origine solo attraverso il discorso familiare e non per esperienza diretta.
Nella storia che ha come protagonista Maria Roveda, Laura Pariani racconta con maggior drammaticità il rapporto conflittuale, denso di incomprensioni, fra generazioni diverse di immigrati appartenenti alla stessa famiglia. Durante l’infanzia Maria sente parlare spesso dal padre dell’Italia, l’amata Patria, che lei, nata a Buenos Aires, non conosce. Poco più che adolescente sposa Pidro, giovane italiano appena giunto in Argentina. Come confermano i dati storiografici esisteva, infatti, la consuetudine di contrarre matrimoni endogamici, soprattutto nel caso delle donne: le unioni tra un uomo italiano e una donna argentina figlia di due genitori italiani costituivano l’80% di tutti i matrimoni contratti in Argentina tra il 1880 e il 1914, periodo in cui è ambientata questa parte del racconto15 .
Nella finzione narrativa i due sposi si stabiliscono nella provincia di Santa Fe e avviano un almacén, magazzino all’ingrosso di vini, oli e altri generi importati dall’Italia, come fecero nella realtà molti immigrati, nelle mani dei quali era concentrato il commercio alimentare di quella zona. L’ambizione di Pidro porta però l’uomo a legarsi ad un gruppo di mafiosi, finendo in manette. Maria vede così sfumare il sogno di un benessere solo sfiorato a costo di sacrifici e rinunce, ma soprattutto vede distrutta l’unità familiare, con i figli che, ad uno ad uno, con rabbia e rancore, lasciano la casa paterna, cercando di cancellare l’infamia che il padre ha gettato su di loro.
Nelle parole di Martinita, figlia di Maria, il complesso rapporto intergenerazionale appare in tutta la sua conflittualità, caricandosi non solo di incomprensioni, ma anche di sentimenti di odio e di disprezzo:

Sono stata felice di andarmene da Rosedal. La mia famiglia, meglio perderla che trovarla: un insieme di persone cupe, tristi, egoiste; una casa di mobili vecchi e dozzinali, quasi volgari; un patio sporco di mozziconi di sigaretta e di sputi. E ancora peggio fu quando mio padre finì in prigione. […] Fu allora che per la prima volta la vita in quella casa mi parve tutta una bugia: il bigottismo di Mamà, il suo darsi da fare con abitucci e sughetti […]. E tutto quello sfacelo aveva origine nell’ipocrisia di Papà, nella tirchieria con cui ci aveva oppresso per tutta la vita, nella sua maledetta ossessione per i soldi. Certe sere a Rosedal […] era terribile. […] Quell’odore acido di sugo riscaldato, quella solitudine, […] quel passo di Papà sempre dietro le spalle per controllare se uscendo da una stanza avevi spento la luce. […] Il russare dei miei dall’altra stanza…un rumore sporco, come tutto in quella casa. L’unica cosa che potevo fare era fuggirmene via16.

La disgregazione dell’unità familiare è da considerarsi una delle possibili conseguenze del processo migratorio; prende le mosse proprio dal rapporto teso e contrastante fra genitori e figli, i quali si trovano spesso a non condividere lo stesso universo concettuale di riferimento: gli uni legati ad una mentalità e ad uno stile di vita ancora saldamente ancorati a valori e norme tradizionali, gli altri spinti dalla voglia di allontanarsi da un ambiente familiare percepito come limitante e “stigmatizzante”, di sentirsi simili ai loro coetanei in un Paese a cui sentono di appartenere.
Le vicende del racconto che vede protagonista la giovane Mafalda, emigrata quindicenne a Buenos Aires insieme alla famiglia, mostrano uno dei volti più oscuri del fenomeno migratorio: l’esito negativo del processo di integrazione che segnò le vite di alcune immigrate di prima generazione. Molte donne si trovarono a vivere in un Paese straniero prive di quella rete sociale e familiare che in Italia costituiva un supporto importante e all’interno della quale erano collocate con un ruolo preciso; spesso non avevano istruzione e avevano difficoltà ad apprendere la nuova lingua. Anche l’impatto con un ambiente urbano, per chi era abituato agli spazi di un paese di provincia, costituiva un trauma. Poteva capitare allora, come narrato da Laura Pariani, che la nostalgia per la terra abbandonata, il senso di estraneità e il disagio derivante dall’emarginazione e dalla solitudine, assumessero un carattere patologico, sfociando nella follia e nel suicidio.
Il personaggio di Mafalda interpreta intensamente la solitudine e l’alienazione derivate dall’incapacità di ambientarsi nel nuovo ambiente: «[Ella] si sentiva insicura, spogliata di una identità che fin da piccola aveva creduto inalienabilmente sua»17 . Mafalda ha la certezza che non si sentirà mai argentina, perché «una persona può cambiare vita, casa, amore, però anche se ti spogliano di tutto rimane qualcosa che sta in te da quando impari a ricordare, cioè molto prima di aver l’età della ragione: il midollo di un altro modo di vivere»18 . La disperazione, lo smarrimento, il rimpianto per l’Italia e per il «passato da cui era stata esiliata», il dolore per i gravi lutti che la colpiscono, il desiderio di ricongiungersi ai suoi morti e lasciare, finalmente, l’odiata Argentina, spingono la giovane a togliersi la vita, perché «certi legami, quando si spezzano, ti diventano spasmo nelle viscere»19 .

4. Le immigrate italiane nella letteratura argentina

Per ricostruire la realtà femminile delle grandi migrazioni transoceaniche attraverso l’immagine proposta dalla narrativa argentina, occorre rivolgere l’attenzione alla produzione contemporanea, perché le opere apparse prima della metà del XX secolo si occupano solo marginalmente delle donne, limitandosi a fornire di loro una visione schematica, così come rilevato nell’ambito della produzione letteraria italiana. In questi casi manca quasi del tutto un’analisi psicologica dei personaggi femminili, rappresentati con i tratti stereotipati della maschera, cristallizzati in ruoli tradizionali, spesso costretti a scegliere tra la miseria, il lavoro o la prostituzione. Nei decenni successivi l’interesse per i temi legati all’immigrazione diminuisce, in parallelo all’aumento di un desiderio di rimozione dell’origine migratoria.
Negli anni Ottanta del Novecento si assiste ad un recupero delle tematiche migratorie nella produzione letteraria di scrittori che, personalmente o attraverso l’ascendenza familiare, sono stati coinvolti nell’esodo migratorio. Il protagonista del racconto, in questi romanzi, è anche il soggetto narrante che espone in prima persona la sua storia e quella della sua famiglia. Le figure femminili assumono così una nuova centralità, dal momento che la trasmissione della memoria è affidata soprattutto alle donne, che rivestono metaforicamente il ruolo di ponte con il passato e l’identità familiare. La stima manifestata all’immagine materna prende anche le mosse da un riconoscimento dell’apporto femminile al processo di integrazione, dalla rivalutazione del lavoro domestico e dalla rivisitazione dell’attività complessivamente svolta dalle donne, che ha contribuito a migliorare le condizioni di vita della famiglia nella società di accoglienza.
Il romanzo Stefano, scritto da María Teresa Andruetto nel 1997, si inserisce in questo rinnovato panorama della letteratura argentina sull’immigrazione. Si trova qui la descrizione del famoso Hotel de Inmigrantes, oggi trasformato in Museo Nazionale dell’Immigrazione, luogo deputato ad accogliere gli emigranti al loro arrivo a Buenos Aires:

L’hotel è a pochi passi dalla darsena; ha lunghi refettori e un’infinità di camere. […] Sulla porta, un cartello recita: «Si tratta di un sacrificio che dura poco».[…] I dormitori delle donne sono a sinistra, passati i cortili. Di pomeriggio, dopo aver mangiato e pulito, dopo aver appurato all’Ufficio del Lavoro il modo per trovare qualcosa, gli uomini si incontrano con le loro donne. Un attimo appena, per raccontare loro se hanno trovato lavoro. Poi passano il tempo giocando a morra, a dadi o alle bocce. […] Le donne aspettano al coperto: alcune con i bambini in braccio, una che tira fuori la tetta e la sistema in bocca al figlio, la vecchia che si è tolta le scarpe, una bambina che sembra un ragazzino e accompagna la madre prossima al parto20 .

Beatriz Sarlo in La maquina cultural. Maestras, traductores y vanguardistas (1998) racconta, attraverso la voce di una delle protagoniste, maestra e direttrice di una scuola povera di Buenos Aires, l’adesione del corpo docente ai principi educativi diffusi dal governo a inizio Novecento. In nome dell’unità nazionale e dell’integrazione, l’educazione di stampo nazionalista non rispettava la diversità culturale. Il personaggio di Rosa del Río descrive il primo giorno di scuola:

Vidi le madri dei bambini, analfabete, molte vestite quasi come contadine, con il fazzoletto calato fino a metà fronte e le gonne ampie e lunghe. Alcune non parlavano spagnolo, erano ignoranti e apparivano nervose […]. I primi anni di direzione di quella scuola avevo più o meno un bambino straniero ogni dieci argentini; ma molti di quei bambini argentini erano figli di stranieri e in famiglia non sentivano una parola di spagnolo, soprattutto se erano bambine ed erano state cresciute sempre chiuse in casa. Quei bambini non sembravano granché puliti, con i capelli appiccicati, i colli sporchi, le unghie nere. Io mi ero detta: la scuola mi si riempirà di pidocchi. La prima cosa da insegnare a questi bambini è l’igiene. […] Cercai un barbiere […]. In mezz’ora, i bambini erano tutti rapati. […] Alle femmine, dopo aver accomiatato il barbiere, ordinai che si sciogliessero le trecce e spiegai come dovevano passarsi un pettine fitto tutte le sere e tutte le mattine […] né quelle madri, né quei bambini sapevano niente di igiene e la scuola era l’unico posto dove potevano imparare qualcosa21 .

Un discorso più articolato va riservato al romanzo Gente conmigo, scritto nel 1961 da Syria Poletti, che anticipa di molto la sensibilità nei confronti dell’universo femminile manifestata e diffusa dalla recente letteratura, affrontando in modo approfondito lo spinoso tema dell’integrazione nel paese d’accoglienza22 .
La protagonista dell’opera è Nora Candiani, la quale, in attesa di potersi riunire con i genitori già emigrati in Argentina, vive in Veneto con la nonna, imparando a redigere le lettere da spedire agli immigrati e leggendone le risposte ai familiari. La storiografia conferma che nelle strategie migratorie messe in atto dalle famiglie era frequente la scelta di lasciare al paese la parte del gruppo domestico che si delineava come consumatore, prediligendo invece quei membri che potevano aumentare il potenziale di capacità di lavoro. Nel corso di questi processi e a seguito della massiccia emigrazione degli uomini dall’Italia, vi fu una progressiva femminilizzazione delle società di partenza che comportò da parte delle donne l’assunzione di nuove responsabilità e di compiti tipicamente maschili. Aborti, parti prematuri, deformità, vecchiaia precoce, deviazioni uterine e malattie cardiache erano le conseguenze più frequenti delle fatiche agricole. All’aggravio del carico di lavoro si affiancò un nuovo protagonismo femminile nella gestione delle questioni economiche e finanziarie della famiglia: divennero compiti delle donne rimaste nel paese d’origine investire le rimesse, richiedere prestiti, soddisfare creditori, vendere e comprare capi animali e appezzamenti di terra.
I personaggi di Nora e di sua sorella Bertina, emigrata a Milano per lavorare come domestica, rappresentano due differenti modalità migratorie delle donne sole: una in cui la meta del viaggio era l’America, soprattutto, ma non solo, in vista del ricongiungimento con parenti già emigrati; l’altra, in cui la popolazione femminile, in particolare dalle zone rurali, si dirigeva in città alla ricerca di un impiego come operaia, domestica, cucitrice, balia da latte. Rispetto all’emigrazione diretta entro i confini italiani o d’oltralpe, quella delle donne sole verso l’America aveva un carattere definitivo, ma era giudicata negativamente dalla società d’origine e percepita come una minaccia per equilibri familiari e sociali già compromessi dai flussi migratori maschili. L’abbandono del paese nativo e della famiglia appariva come un comportamento “innaturale”. Molte donne, giudicate trasgressive, in realtà vissero l’emigrazione come un’esperienza traumatica di separazione e di sofferenza, spesso conseguenza di scelte altrui all’interno di strategie migratorie familiari23 .
Una delle principali preoccupazioni degli emigranti, all’imbarco, era quella di essere respinti durante la visita medica. A partire dal 1901, infatti, con la nuova legge sull’emigrazione, i controlli divennero accurati: le disposizioni sanitarie concordate tra Italia e Argentina impedivano l’ingresso in America a persone con malattie contagiose o malformazioni.
Nel romanzo Gente conmigo, il personaggio di Nora descrive l’esperienza della visita, vissuta da molte donne con timore e vergogna:

Entrammo in un salone vasto e nudo. Era il luogo riservato alla visita sanitaria. Accanto ad alcuni tavoli, i medici visitavano donne e bambini con rapida indifferenza. Avanti lei, avanti lei, un’altra, veloce. E le donne attendevano pazientemente, mezze spogliate e con le creature che frignavano. Il mio turno mi prese alla sprovvista: «Avanti, avanti». Il medico alzò appena gli occhi e insistette: «Si svesta. Si svesta completamente». […] Lasciai scivolare per terra gli ultimi indumenti [...]. «Lei non può viaggiare […] le disposizioni sanitarie non lo consentono». […] Io mi coprii la schiena24 .

I drammi che si consumavano nei porti di imbarco e in quelli di arrivo quando gli emigranti venivano respinti alle visite sanitarie sono forse tra gli aspetti più tragici della storia dell’emigrazione e testimoniano le precarie condizioni sanitarie delle classi subalterne nel primo Novecento. I giornali dell’epoca riportavano di frequente le immagini di questi drammi: famiglie separate, figli abbandonati, il dolore per la scoperta di una malattia sconosciuta. Gran parte di questa produzione pubblicistica, però, era caratterizzata da un marcato disprezzo per la sofferenza degli emigranti, in particolare quando si trattava di donne che affrontavano da sole l’esperienza del viaggio transoceanico. A queste, soprattutto negli ambienti degradati del porto, poteva succedere anche di subire abusi e violenze, di essere derubate, poste in condizione di non partire oppure di essere imbarcate per paesi diversi da quello di destinazione. Nessuno si curava delle migranti e persino le poche associazioni di beneficenza presenti nei porti guardavano a loro con diffidenza e sospetto. Una relazione del Segretariato femminile dell’emigrazione conferma questo atteggiamento:

Purtroppo la donna per il miraggio di andare in America perde ogni sentimento di gentile amore per i congiunti, siano figli o genitori, che possa essere a lei d’impedimento per la realizzazione del sogno, ma non di rado perde anche quel senso del pudore che le è innato25 .

Aggirato l’ostacolo del controllo sanitario, dopo una serie di vicissitudini, Nora giunge a Buenos Aires dove inizia a svolgere il lavoro di traduttrice, entrando in contatto con il mondo dei migranti, cercando di ambientarsi e di costruirsi una nuova identità. Conosce, innamorandosene, Renato, un giovane veneto originario del suo stesso paese, un uomo arrivista e senza scrupoli, che non comprende le motivazioni che la spingono ad aiutare gli altri immigrati, soprattutto quelli del Sud Italia. Quando Nora decide di aiutare una famiglia di calabresi, Renato pronuncia dure parole, piene di pregiudizio:

Bah! Quella gente non ha dignità. Sono meridionali. Buttano all’aria il buon nome dell’immigrazione italiana. […] Non hanno responsabilità! Bevono, cantano, si divertono…Invece di lavorare e di mangiare26 .

La discriminazione su base regionale tra immigrati italiani si collega a quello che, in un certo senso, costituì il paradosso dell’emigrazione italiana all’estero. Gli italiani non erano un gruppo omogeneo: non possedevano una lingua comune e avevano tradizioni culturali molto diverse a seconda della provenienza regionale. Anche dopo l’Unità d’Italia, non sentivano di appartenere ad uno stesso Paese, ma continuavano a percepirsi come “settentrionali” o “meridionali”, “veneti”, “siciliani’, “piemontesi”, quando non addirittura “napoletani”, “trevigiani”, “baresi”.
Gli immigrati scoprirono di essere “italiani” attraverso lo sguardo degli argentini: ciò innescò un complesso processo di costruzione identitaria, il cui esito fu del tutto peculiare ed originale per ogni individuo. Era necessario rimodellare il proprio modo di essere, aprendosi alla cultura del nuovo Paese: ciò implicò l’esperire sentimenti di abbandono, di disorientamento e di perdita, ma determinò anche un arricchimento e un mutamento degli orizzonti di riferimento.
Le parole di Nora raccontano con lucidità e amarezza le difficoltà di questo percorso di integrazione, costellato non di rado di contrarietà e di fallimenti e i sentimenti contrastanti che molti italiani nutrivano nei confronti dell’Argentina, il mito della Patria lontana a cui rivolgere costantemente lo sguardo nell’illusione di potervi tornare:

Non si deve sputare nel piatto dove uno mangia. L’Argentina è questo: il piatto nel quale tutti noi mangiamo. […] Sono stati i nostri genitori a inculcarci che questo era un Paese di passaggio, dove uno deve arrampicarsi abilmente per afferrare posizioni vantaggiose, paradossalmente al margine della realtà nazionale. Loro consideravano l’Europa come il vero Paese. […] «Questo è un Paese di porcheria. Non bisogna intromettersi. Non conviene. Conviene sopportare, fingere che abbiamo rispetto di loro e aspettare il momento per fregarli. Questa non è la nostra terra. Qui la gente viene per mangiare, e non per altro. Sopporteremo. Aspetteremo». Di famiglie [che pensano] così è piena l’Argentina. […] Guardavo quelli che erano arrivati da altri Paesi e mi sembrava che sotto i loro vestiti fiammanti e il tangibile successo cercassero di bendare gli antichi squarci. E osavo pensare che nel nuovo, ampolloso idioma che tutti ci sforzavamo di parlare, pretendevamo di mettere a tacere le voci segrete dell’isolamento. E la fatica dell’ambientamento27 .

Il triste epilogo di Gente conmigo vede Nora, tradita e raggirata da Renato, finire in carcere. Da lì ripensa al destino di tutte le donne che ha conosciuto, segnate in modo diverso, ma analogamente drammatico, dall’emigrazione: la sorella Bertina, la cui esistenza è stata sacrificata completamente al lavoro; la lavandaia Teresa, che al momento dell’imbarco ha dovuto lasciare in Italia la sua bambina rachitica, insieme alle vecchia madre e al marito invalido di guerra, la quale commenta con tristezza:

La mia figlioletta non l’hanno lasciata partire perché aveva le gambette magre. È vero, sembravano straccetti. Non poteva camminare: ma io l’avrei mantenuta! Invece i mascalzoni sono liberi! […] Le leggi sono molte ingiuste con la donna28 .

Ciò che accomuna questi personaggi femminili descritti dalla Poletti, è il loro sentirsi estranei al nuovo modo di vivere, è il loro essere delusi e perdenti rispetto ai sogni e alle speranze di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, che non hanno raggiunto, o hanno solo apparentemente sfiorato, a costo di enormi sacrifici che ne hanno minato il valore. Con essi ritorna l’immagine, presente in tutta la letteratura contemporanea, di una emigrazione al femminile segnata dalla sconfitta e dal dolore.
In ambito letterario, dunque, il fenomeno migratorio si colora dei toni grigi della disfatta, integrando in un certo senso l’analisi storiografica, tesa ad evidenziarne anche le declinazioni felici, come l’impulso dato alla lenta modernizzazione delle identità e dei ruoli femminili, ad esempio attraverso il lavoro extradomestico o l’impegno sociale e politico. Analisi storiografica e rappresentazioni letterarie strutturano così un discorso comune, teso a rivelare tutta la complessità, l’ambiguità, le contraddizioni di quel multiforme e svariato microcosmo che fu l’emigrazione delle italiane in Argentina.

Note:

1. R. Gandolfo, 1990.
2. A. Bernasconi, C. Frid de Silberstein, 1993.
3. G. Ciselli, 2001.
4. S. Bonaldi, 1996.
5. J. Moya, 2002. La legge sul suffragio femminile venne approvata solo nel 1947, durante il governo peronista.
6. Cit. in S. Bonaldi, 1996, p. 41.
7. Trad.: Sciopero delle scope.
8. S. Martelli, 2001, p. 434.
9. S. Martelli, 2001, p. 476.
10. L. Pariani, 2002.
11. Ibid., p. 67.
12. Ivi, p. 68
13. Ivi, p. 77.
14. Ivi, p. 69.
15. F. Devoto, 2002, p. 43. In un certo senso il dato in questione è discutibile: ci si può chiedere, infatti, se il matrimonio tra italiani provenienti da regioni diverse oppure, come nel caso dei protagonisti della storia, tra un italiano ed una “argentina” di origine italiana, potesse considerarsi davvero endogamico.
16. L. Pariani, 2002, pp. 275-277.
17. Ivi, p. 169.
18. Ivi, p. 163.
19. Ivi, p. 168.
20. Cit. in C. Cattarulla, I. Magnani, 2004, p. 61.
21. Cit. ivi, pp. 68-70.
22. S. Poletti, 1961.
23. E. Franzina, 1990.
24. S. Poletti, 1961, pp. 27-29.
25. A. Molinari, 2001, pp. 252-253.
26. S. Poletti, 1961, p. 182.
27. Ivi, pp. 208-209; 216.
28. Ivi, p. 270.


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