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Il Teatro dell’illustrissima Comunità di Modena, 1841-1860: scorci di vita cittadina, culturale ed economica

03/03/2009

Il Teatro dell’illustrissima Comunità di Modena, 1841-1860: scorci di vita cittadina, culturale ed economicaIl comune di Modena divenne per la prima volta proprietario di un teatro nel 1817, quando il Duca di Modena decise di fargliene dono, egli stesso lo aveva ricevuto in dono dai palchettisti modenesi i quali, decisero di disfarsene per non affrontare importanti opere di manutenzione edile di cui necessitava. Questo era il teatro di “Via Emilia” posto all’angolo di Via Claudia e Via Granda, presso il palazzo di proprietà della famiglia Rangone. Il comune gestì detto teatro fino al 1838, anno in cui ancora una volta necessitava di essere restaurato, ma questa volta dai sopralluoghi effettuati risultava che le spese da sostenere sarebbero state ingenti ed il luogo in cui si trovava risultava angusto e non adatto ad eventuali ampliamenti. Modena era la capitale di un piccolo Ducato e la città dal punto di vista architettonico era in espansione; i diversi palazzi nuovi in costruzione rendevano maggiormente visibile la vetustà dello stabile del teatro. Per migliorare la comodità del pubblico, per assicurarne una migliore sicurezza all'interno del teatro oltre che per ragioni di prestigio, il comune, dietro consiglio del Governatore e della Direzione agli spettacoli e con il consenso del Duca, pose mano alla costruzione di un teatro nuovo.
Il Nuovo Teatro Comunale di Modena fu edificato fra il 1838 e il 1841, i palchettisti vendettero al comune i loro palchi del vecchio teatro e con un sovrapprezzo ne acquistarono uno in quello Nuovo. Questo costruito con cinque ordini di palchi a ferro di cavallo verso il palcoscenico, in tutto 114, il teatro poteva ospitare circa 2300 persone. Per ragioni di spazio vennero sacrificate la profondità del palcoscenico e l'ampiezza dell'atrio. Le principali fonti di finanziamento per la costruzione provennero dalla vendita dei palchi e dal contributo del comune, mentre il Duca regalò i marmi della facciata.
La vita di un teatro del XIX secolo era forse un po’ più articolata di quanto non ci si possa aspettare in un primo momento, ivi si intrecciavano la vita politica, quella culturale, quella sociale e quotidiana della città.
Recarsi a teatro all’epoca significava continuare in compagnia la serata appena iniziata in casa con la cena in famiglia. Il teatro era l’intrattenimento serale per antonomasia, gli spettacoli iniziavano verso le otto di sera e terminavano sempre molto tardi, verso mezzanotte, mentre negli ultimi giorni di carnevale le feste in maschera non mancavano di protrarsi fino alle sei del mattino. Quindi, ad esempio, la famiglia proprietaria di un palco o che semplicemente lo aveva affittato per la stagione, vi si recava la sera per intrattenersi all’interno dei palchi, chiacchierare, incontrare amici, mangiare e giocare a carte, tendendo un orecchio e un occhio a quanto accadeva sul palcoscenico. C’è chi si abbonava alle diverse stagioni di prosa e d’opera per pochi giorni o per tutta la stagione, che poteva durare anche 30-40 sere, costoro avevano accesso alla platea dove assistevano agli spettacoli in piedi e dove le luci rimanevano accese per tutta la sera, oppure si recavano nel caffè o a giocare a carte o al bigliardo nelle sale retrostanti il teatro, dove incontravano amici e dove magari concludevano affari. Il teatro era un luogo dove trascorrere la serata, un posto aperto a chiunque avesse pagato il biglietto, non aveva le caratteristiche del luogo esclusivo, si incontravano i domestici a seguito di nobili, i borghesi anche proprietari di palchi, i militari e la polizia a vigilare sulla tranquillità del luogo.
In quel periodo la vita del teatro risentiva pesantemente del clima di restaurazione del periodo post-napoleonico anche dal punto di vista organizzativo e burocratico, mentre la vita artistica sembrava correre su binari legati alla vita del melodramma italiano che non conosceva confini all'interno della penisola. Le opere rappresentate a Modena erano sempre fra le ultime composte dai migliori compositori italiani, primo fra tutti il giovane Giuseppe Verdi.
Ma cosa accadeva sul palcoscenico? Qualcosa di estremamente importante anche se il pubblico non seguiva in religioso silenzio lo spettacolo poiché era un continuo spostarsi di persone, di vociare e chiacchierare, si andava a teatro per assistere allo spettacolo, ma anche per farsi vedere. Si metteva in scena ciò che nella vita reale era difficile che si avverasse ma che comunque si continuava a desiderare, ad esempio le vicende di “Cenerentola”, oppure si inscenava la crisi e la critica verso il mondo aristocratico e la forza ormai assunta dalla classe borghese come nel “Il Barbiere di Siviglia”, per arrivare all’espressione dello spaesamento, delle ferite dell’individuo, le tragedie di mogli ripudiate e mandate a morte come in “Anna Bolena”, ai drammi di cortigiane e personaggi che vivevano ai confini della società civile rappresentate in “Traviata”, “Rigoletto” e “Il Trovatore”, alla prevalenza del male sul bene, cosa questa che le censure degli Stati più conservatori hanno osteggiato per molti anni, perché mostravano una faccia della realtà che il potere avrebbe voluto negare, avrebbe preferito fare pensare alle persone che vivevano in un mondo felice dove la regola era il lieto fine. Il teatro quindi era intimamente legato a quanto accadeva sulla scena politica, esso fungeva da camera di compensazione rispetto a quanto accadeva nella vita quotidiana, sul palco accadevano cose, si potevano dire cose che al di fuori erano bandite dal potere costituito, si potevano raccontare le grandi trasformazioni della società senza essere incolpati di minare all’ordine sociale. Il periodo della restaurazione fu veramente pesante dal punto di vista politico, non è a caso che si parlasse sempre di “giogo” tenuto, nel caso modenese, dalla casa Austro-Estense. Il tentativo spasmodico di ricostruire una realtà composta da sudditi, mancanza di libertà di espressione, di parola e pensiero, dove questi valori erano considerati, dai regnanti, la causa dei mali del secolo, da un lato opprimeva e dall’altro trovava sfogo sulle tavole del palcoscenico.
E’ vero che non tutti potevano permettersi di recarsi a teatro o recarvisi spesso, il teatro era un intrattenimento per le classi più agiate, tuttavia lo spettacolo aveva assunto la forma dello spettacolo aperto al pubblico già dalla metà del XVII secolo, ma non aveva perso la sua natura di forma d’arte bisognosa, per sopravvivere, di un mecenate, si era passati quindi dalle corti dei principi e dei nobili al comune. Il teatro rappresentava ancora una forma di sfoggio di potere e munificenza da parte delle classi facoltose, sul palco si doveva rappresentare ciò che era di loro gusto, i modenesi richiedevano cantanti molto bravi, i costumi sontuosi, le scenografie magnifiche, le opere le migliori fra le ultime composte.
Dal punto di vista organizzativo il teatro era sotto la direzione del governo provinciale, mentre il Duca nominava i componenti della Direzione agli spettacoli che seguivano da vicino e in modo capillare l'andamento di tutti gli spettacoli organizzati in città. Un regolamento del 1820 delineò in modo dettagliato gli incarichi della Direzione, essa doveva essere composta da tre direttori, un segretario ed un poeta; ad essa erano affidate le funzioni di governo direttivo, amministrativo e di vigilanza degli spettacoli con l'intento ultimo di: “dilettare e piacevolmente intrattenere ed istruire” il pubblico alla lingua parlata ed esempio di costume e civiltà. Nei confronti del comune essa aveva il compito di salvaguardarne gli interessi sorvegliando affinché gli impresari rispettassero gli impegni assunti con lo stesso nella stipulazione dei contratti d'appalto del teatro, inoltre ad assumeva informazioni sulla capacità artistica di tutti gli artisti scritturati e da dava il proprio voto in merito da comunicare al comune.
Ognuno dei tre direttori aveva compiti ben precisi: il primo era addetto alla musica, agli orchestrali e al coro, costui era il direttore dell'orchestra di corte, il secondo seguiva gli artisti sul palcoscenico e gli inservienti messi a loro disposizione dal teatro, il terzo curava gli aspetti scenografici, legati alle scenografie, ai costumi e all'illuminazione del teatro e al personale ivi addetto. Gli impiegati ed inservienti in ruolo al teatro erano il buttafuori, il macchinista, l'illuminatore, i portinai, il bollettinaio, l'avvisatore, i parrucchieri, i sarti, le comparse, cui si aggiungevano i loro assistenti e l'agente del comune.
I direttori dovevano far parte del ceto nobile della città e durante i primi vent'anni di vita del teatro due di loro erano anche Conservatori (equivalenti degli attuali consiglieri comunali) del comune, mentre uno era delegato del governo.
Il calendario annuale aveva il suo inizio la sera di S.Stefano, primo giorno di carnevale, di solito con una stagione d’opera e ballo e proseguiva fino alla prima domenica di quaresima. Durante l’intera stagione si susseguivano tre o quattro opere scelte le più note il cui successo era già stato confermato nelle maggiori piazze d’Italia, durante la quaresima non erano concessi spettacoli importanti, tuttavia non mancarono mai artisti di passaggio, ginnasti, concerti. l’attività riprendeva in primavera con una compagnia di prosa che rimaneva in città per un mese esibendosi tutte le sere con due o tre commedie diverse, oppure con un’altra stagione d’opera con o senza ballo, in estate e in autunno seguiva la prosa.
Dal punto di vista economico il comune appaltava, per alcuni anni o per singole stagioni d’opera, le stagioni ad un impresario il quale assumeva l’incarico di organizzare le intere stagioni d’opera e di scritturare le compagnie di prosa dietro il compenso di una dote elargita dal comune. Costoro di solito ottenevano l'appalto di teatri in diverse città ed erano aggiornati sulle ultime produzioni artistiche e sulla rosa di attori, cantanti e ballerini a disposizione per l'allestimento degli spettacoli, a volte spostavano intere compagnie di canto e ballo da una città all’altra e capitava che fossero anche proprietari o soci di sartorie teatrali nelle quali facevano confezionare i costumi per tutte le persone coinvolte, che nelle stagioni migliori arrivarono fino a più di 200. L’orchestra invece era composta quasi al completo da musicisti locali, che suonavano in una o più orchestre cittadine cui si aggiungevano artisti provenienti da altre città solo in caso di necessità. Con la dote concessagli l’impresario doveva remunerare tutti gli artisti scritturati, gli inservienti del teatro in ruolo e l’orchestra, e di queste ultime componenti doveva sempre negoziare con il comune e la Direzione agli spettacoli che ne fissava le remunerazioni. Le autorità avevano fissavano i prezzi dei biglietti di ingresso e degli abbonamenti rimanendo all’impresario la libertà di fissare il prezzo dei palchi. Dai documenti pervenutici furono poche le stagioni d’opera seria che chiusero con bilanci in attivo, più di uno fra gli impresari lasciò la città avendo riscontrato delle perdite, a volte ingenti; in quegli anni rimase sempre presente la dicotomia fra la grande qualità degli spettacoli richiesta dal pubblico e dalle autorità e gli ingenti capitali necessari per l’allestimento di una stagione d’opera, che richiedeva sempre almeno tre o quattro cantanti piuttosto bravi, altrettanti primi ballerini che costituirono sempre la voce di spesa di maggior peso, insieme ai costumi, ne conseguiva spesso che gli impresari rischiavano di vedere fallite le loro stagioni allorquando uno o più artisti, oppure opere intere, venivano rifiutati dal pubblico. Mentre va sottolineato che il prezzo del biglietto di ingresso rimase sempre basso e sostanzialmente invariato, rispetto ad altre città limitrofe, così come il numero di spettatori che non aumentò almeno fino agli anni ’60 del secolo. L’opera buffa invece, allestita senza gli intermezzi di ballo e che richiedeva artisti anche meno esperti, sovente riuscì a chiudere i bilanci in attivo, così come accadde quasi sempre alle compagnie di prosa che percepivano un compenso giornaliero dall’impresario, che assicurava loro il mantenimento della compagnia, oppure vi rinunciavano accettando il rischio degli incassi. Questa forma di spettacolo richiedeva un minor impiego di capitali e sebbene i prezzi dei biglietti fossero minori rispetto a quelli dell’opera e, a parità di pubblico, gli incassi erano minori , spesso i risultati economici delle stagioni di prosa chiudevano in attivo.
I primi 35 anni di vita del teatro Comunale furono in assoluto fra i più attivi, la vita quotidiana era fitta di appuntamenti: oltre alle tipiche stagioni dedicate all'opera non mancarono mai altrettante stagioni di prosa, sostenute dalle migliori compagnie comiche e drammatiche dell'epoca; oltre a queste non mancavano serate dedicate ai concerti in un turbinio di attività che, nelle migliori annate, lasciavano il teatro chiuso soltanto durante il periodo di quaresima e per alcune settimane durante il periodo estivo. Periodi così intensi si ritrovarono solamente negli anni ’70 del secolo successivo; anche quando i risultati economici di tali eventi culturali non necessariamente andarono di pari passo con la loro grandezza, intensità di contenuti e riconoscimento da parte del pubblico.

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