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APPROFONDIMENTI

Il caso "Six Feet Under": dalla morte negata alla morte in scena

17/03/2009

Il caso Il discorso sulla morte presenta sempre qualche inconveniente dal momento che le persone non amano molto sentir parlare di ciò che rende loro vulnerabili di fronte alle certezze. Per secoli, la morte è stata accettata e vissuta come parte integrante dell’esistenza umana; oggi, al contrario, essa è diventata qualcosa di cui non bisogna assolutamente parlare.
Come evidenziato da Baudrillard la morte è diventata "pornografica", oscena, qualcosa da tenere lontano dalla vista e dalla mente. La società contemporanea ha allontanato dalla vita umana tutti quegli aspetti più elementari e animali, i quali sono stati, molto spesso, nascosti sullo sfondo della vita sociale. Tra questi appunto la morte, la quale è stata rinchiusa in determinate istituzioni e affidata alla cura di personale qualificato. È questa la tematica collegata al concetto di medicalizzazione della morte. Infatti, oggi, a differenza del passato, non si muore più a casa circondati dai propri familiari, ma in ospedale, al quale è affidato il compito di contenere e ridurre, attraverso l’isolamento e determinate procedure metodiche, il disordine e la rottura associate alle crisi di morte. L’igienizzazione degli ospedali è applicata anche a tutte le operazioni destinate a far sparire il corpo. A partire dalla guerra di secessione si è diffusa, negli USA, la pratica di imbalsamazione dei corpi. I cadaveri vengono affidati alle cure di professionisti del settore, proprietari delle cosiddette funeral home che possono essere considerate elementi di quel generale processo di occultamento e rimozione della morte.
Il concetto di rimozione è stato teorizzato da Anthony Giddens attraverso l’espressione di sequestro dell’esperienza, secondo il quale l’evolversi della società moderna ha comportato l’allontanamento di determinati aspetti della vita umana, come la malattia, la follia e la morte. Ma, accanto a questa segregazione, si è verificato uno sviluppo di segno opposto: grazie ai mezzi di comunicazione, gli individui sono oggi in grado di sperimentare fenomeni ai quali, nei loro contesti di vita quotidiana, molto probabilmente non avrebbero accesso. Pertanto, se il contatto diretto con la morte e la malattia è diventato un evento raro, è anche vero che l’esperienza mediata di tali fenomeni è accresciuta. I mezzi di comunicazione, e tra questi sicuramente la tv, si sono fatti carico di rappresentare la morte attraverso i propri linguaggi e le proprie forme narrative.
McIlwain, nel suo studio sui contenuti televisivi, ha evidenziato come la rappresentazione della morte sia profondamente mutata. Dalle sue analisi, è emerso che negli ultimi trent’anni si è registrato un aumento della rappresentazione della morte, un aumento che ha riguardato non solo la profondità del modo in cui l’argomento è trattato, ma anche il modo in cui la morte è presentata: essa diviene sempre più esplicita.
Questo cambiamento può essere ricondotto al generale processo di trasformazione ed evoluzione che ha caratterizzato il sistema televisivo a partire dagli anni 80-90, trasformazione che ha interessato non solo gli aspetti strutturali, ma anche gli aspetti relativi ai contenuti della programmazione. Molti argomenti, prima vietati e censurati (come appunto la morte), sono diventati oggetto di interesse e base di ideazione di nuovi programmi televisivi. In questo contesto è possibile collocare le serie televisive contemporanee, le quali, investite anch’esse dal cambiamento, hanno introdotto nella narrazione anche gli aspetti più negativi e tragici della vita umana, cercando di evidenziare le tipiche contraddizioni della vita contemporanea. Tra queste appunto Six Feet Under, la quale narra le vicende di una famiglia di Los Angeles, i Fisher, i quali possiedono e gestiscono una funeral home. La serie, diretta da Alan Ball, nasce grazie all’HBO, il network via cavo che in pochi anni ha rivoluzionato la tv Americana riuscendo ad allargare i confini dell’immaginario collettivo. La HBO si è imposta sul mercato come network capace di contrastare il mainstream tradizionale. L’obiettivo era quello di dare all’emittente una forte indentità che fosse in grado si far fronte, ma anche stimolare, la segmentazione del pubblico.
La HBO ha dato vita a nuovi programmi che danno maggiore spazio alla violenza, alla sessualità, al macabro, cioè a tutti quei temi e argomenti che le altre emittenti censuravano e censurano tuttora. Nel mandare in onda Six Feet Under, la HBO non ha voluto solo creare un prodotto capace di attrarre il pubblico, ma, soprattutto, parlare di qualcosa di cui prima si parlava solo raramente e mai esplicitamente.
Prima di Six Feet Under nessuna serie aveva mai utilizzato la morte come soggetto principale della storia e nessuno aveva mai considerato la morte come oggetto in grado di catturare l’attenzione del pubblico. La serie rompe il tabù della morte e il silenzio che da essa scaturisce perché colloca la morte, il cadavere e la sofferenza alla base della sua narrazione. Six Feet Under rende noto allo spettatore la morte, il morire e il lutto non solo dal punto di vista emotivo, ma anche dal punto di vista pratico. Lo spettatore ha la possibilità di conoscere ciò che succede al corpo dopo la morte e in cosa consiste il lavoro misterioso degli impresari funebri. Il lavoro dei Fisher consiste appunto nella preparazione del cadavere. La loro etica professionale può essere riassunta facendo riferimento alle parole di Farrel, secondo il quale bisogna applicare ai corpi l’esattezza della scienza medica per mantenerli integri. Dal punto di vista strutturale la serie presenta al pubblico il periodo che separa la morte dalla sepoltura. Dall’analisi di van Gennep sui riti di passaggio da una condizione sociale all’altra, questo periodo può essere definito liminale, ossia una condizione di mezzo che comporta isolamento dalla scena della vita di ogni giorno. Il termine liminalità deriva dal latino limen che significa, appunto, soglia, margine, ossia una situazione intermedia indeterminata. Il concetto di liminalità è stato successivamente analizzato da Turner, il quale ne ha ampliato il significato.
Turner, a differenza di van Gennep, sottolinea come questo periodo non rappresenti un graduale passaggio ma bensì un momento di rottura, di cambiamento radicale che conduce a dei profondi cambiamenti dal punto di vista sociale e simbolico. Infatti, chi attraversa questa fase di cambiamento non appartiene né alla struttura già acquisita, né a quella a cui deve giungere. È una fase di perdita di riferimenti verso il sociale e di una completa estraniazione. La morte di un individuo rappresenta sempre un periodo liminale, è il periodo intermedio che separa l’esistenza quotidiana dall’altro al mondo. Ed è in questa zona intermedia che si pone SFU, determinata in particolar modo dalla struttura di ogni episodio. Ogni episodio, infatti, ha inizio presentando la morte di un individuo e termina con la celebrazione del rito funebre. Il lavoro dei Fisher consiste nel preparare il corpo per la sepoltura. Dal punto di vita sociologico, la preparazione del cadavere è alla base dei riti funebri. La decomposizione del cadavere rappresenta un problema sia pratico che simbolico poiché rimanda alla potenza distruttiva della morte nei confronti di chi muore e di chi sopravvive. Nel mondo di SFU così come nel mondo reale, l’industria funebre svolge un ruolo fondamentale nella gestione della morte, poichè si occupa non solo della preparazione della salma ma anche dell’organizzazione del rito funebre che accompagna la rimozione dalla vita sociale. La preparazione del cadavere e i rituali funebri permettono di sottolineare il cambiamento di status sociale e il rito di passaggio della persona in lutto – ad esempio da moglie a vedova. Inoltre, essi permettono di contenere la crisi e lo smarrimento che la morte di una persona cara più generare, in quanto i riti forniscono valori e credenze ai suoi partecipanti e assegnano un significato sociale alla vita. Ma la liminalità è presente in SFU anche in tutte le sequenze in cui fanno la loro comparsa le numerose figure-fantasma, che scompaiono dopo lo svolgimento del rito, poiché dal punto di vista antropologico il funerale non solo mette fine al periodo liminale, ma testimonia anche il definitivo cambiamento di status della vittima e delle persone in lutto.
SFU offre dunque uno spazio liminale in cui esplorare gli atteggiamenti nei confronti della morte, del morire e del lutto. I Fisher rappresentano il luogo in cui andare alla ricerca del significato e il luogo in lo spettatore ha la possibilità di guardarsi dentro in maniera introspettiva. La serie obbliga a confrontarsi con la nostra mortalità, con l’inevitabilità della morte e lo fa attraverso la messa in scena delle principali contraddizioni che caratterizzano l’atteggiamento contemporaneo nei confronti della morte. La serie non si limita a mostrare la morte, ma focalizza l’attenzione su diversi tabù culturali quali omosessualità, droga, malattie, mentali, vecchiaia, razza, adolescenza, classe. Nel mettere in scena queste tematiche, gli sceneggiatori non esprimono un giudizio di valore, ovvero non dicono apertamente cosa è giusto o cosa è sbagliato. Semplicemente lo informano dell’esistenza di tali problematiche. A differenza di molti altri programmi televisivi, non promuove la conoscenza attraverso le idee dominanti, ma attraverso la particolarità e la singolarità e mediante la personalità e l’identità controcorrente dei protagonisti principali è possibile intravedere la critica che la serie opera nei confronti della società dei valori culturali dominanti. La serie cerca di far luce su quelle che sono le principali contraddizioni dell’oggi, mostrando tutti quegli aspetti che la società contemporanea nega o contesta. Ma mostra soprattutto allo spettatore la morte e l’assenza contemporanea di cornici culturali chiare entro le quali elaborare il lutto. Nonostante l’oscurità e la delicatezza del tema trattato, la serie può essere percepita in realtà come un inno alla vita. Infatti, la serie afferma la centralità e la continuità della vita umana. La serie evidenzia l’importanza dell’elaborazione del lutto e del superamento del periodo di crisi. Ciò che traspare non è mai l’angoscia di morte, ma la gioia e la bellezza della vita. L’ultimo episodio della quinta stagione è estremamente significativo dal momento che Alan Ball decide di chiudere la narrazione presentando al pubblico la morte di tutti i suoi principali protagonisti principali. È in questa scena conclusiva che lo spettatore ha la possibilità di comprendere il senso reale della fine. Attraverso la morte dei suoi protagonisti la narrazione non lascia spazio a vuoti di significato. La morte così come la fine di una storia, da valore e importanza al significato degli eventi.

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