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Lavoratori con partita Iva: professionisti autonomi o lavoratori sfruttati?

10/04/2009

Lavoratori con partita Iva: professionisti autonomi o lavoratori sfruttati?Il mondo del lavoro odierno sta subendo un progressivo mutamento. Ciò che viene a mancare sono, in primo luogo, le garanzie occupazionali: il posto di lavoro diviene instabile e precario piegandosi alle esigenze di flessibilità e competitività della struttura occupazionale.
Una delle forme contrattuali più interessanti all’interno di questa trasformazione è certamente quello della partita Iva individuale1; emerge infatti sempre più chiaramente agli analisti del mercato del lavoro che la fine dell’egemonia del lavoro subordinato standard ha dato nuova linfa alla diffusione del lavoro autonomo tradizionale. Due elementi confermano questa lettura: innanzitutto l’Unione Europea ha incoraggiato lo sviluppo del lavoro autonomo attraverso le nuove linee direttrici per l’impiego del 1998 che legano lo sviluppo dell’attività indipendente a quello dello spirito d’impresa; in secondo luogo nel nostro paese la legge 30/2008 (più nota come Legge Biagi) sembra avere agevolato la diffusione dei lavoratori con partita Iva limitando l’uso improprio delle forme contrattuali cosiddette atipiche attraverso una normativa più severa e l’introduzione di una nuova forma contrattuale, il lavoro a progetto, che andava a sostituire i contratti di collaborazione coordinata e continuativa2.
In particolare il rapporto Supiot “Il futuro del lavoro”3 suggerisce che il mutamento del lavoro “a partita Iva” sia soprattutto qualitativo, ovvero che laddove venga utilizzato il lavoro autonomo possa essere espressione di strategie di valorizzazione, quando i lavoratori sono considerati professionisti della conoscenza e come tali sono trattati, o di strategie di devalorizzaione, quando invece il lavoro autonomo è utilizzato dai committenti secondo logiche di deregolamentazione e riduzione dei costi. Il rischio che si delinea è quindi che la crescita dei lavoratori con partita Iva corrisponda non tanto ad una crescita dei lavoratori professionalizzati, quanto di figure che hanno molte caratteristiche della subordinazione (scarsa autonomia, subordinazione gerarchica, dipendenza economica) senza che queste rientrino sotto la legislazione del lavoro subordinato e sotto i vincoli che questa norma imporrebbe.
Emerge quindi che i lavoratori con partita Iva sono utilizzati da molte aziende secondo logiche di opportunismo contrattuale: utilizzando impropriamente4 la forma contrattuale “a partita Iva” le aziende si assicurano soggetti che di fatto sono loro dipendenti senza che essi debbano pagare loro i contributi per le pensioni, malattia, maternità e soprattutto aggirando la rigidissima normativa sul licenziamento dei lavoratori dipendenti.
Importante inoltre notare come queste figure di professionisti solo di nome, non solo sono vittime di ingiustizia ma portano con sé importanti implicazioni anche a livello sociale. Basandosi infatti su ricerche empiriche5 , è possibile affermare che in una realtà come quella italiana, queste occupazioni che procurano minor salario e più rischi di precarietà non ipotecano solo il destino attuale degli individui, ma anche quello futuro perché significherà minor contributi per le pensioni, minor possibilità di accesso a forme di previdenze sociali come sussidi o redistribuzioni. E così sempre più spesso sono gli individui dotati di minori risorse, incapaci di fare valere i propri diritti, quelli che rimangono bloccati nella spirale di questi lavori.
In conclusione si comprende bene come i lavoratori con partita Iva siano dei soggetti di studio interessanti che nel prossimo futuro potrebbero rivelarsi un elemento chiave nell’assetto del mercato del lavoro. Starà ai singoli stati decidere, attraverso l’intervento legislativo, se lo sviluppo dei lavoratori con partita Iva debba essere legato alla valorizzazione, e quindi alla diffusione di professionisti qualificati che grazie alla propria ecletticità sono i più adatti a fare fronte alle esigenze di flessibilità in termini di tempo, luogo, costo e servizio e a quelle di qualità e competenza che caratterizzano molte delle odierne attività; o alla devalorizzazione, con conseguente diffusione di lavoratori poco qualificati e in posizione precarie.

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Note

1. La partita IVA è una particolare forma di gestione retributiva e fiscale riservata ai lavoratori autonomi, ovvero quei lavoratori che stipulano contratti che hanno per oggetto una prestazione d’opera intellettuale e che obbligano a compiere verso un corrispettivo un'opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente (artt. 2222 e 2230 del codice civile). Più nello specifico, il DPR 633/72 art. 35 definisce che sono titolari di partita IVA “i soggetti che intraprendono l'esercizio di un'impresa, arte o professione nel territorio dello Stato, o vi istituiscono una stabile organizzazione”.

2. Il lavoro a progetto, oltre ad avere vincoli più stringenti sui criteri che rendono lecito il suo utilizzo, risulta anche più oneroso per le imprese che lo utilizzano perché maggiori sono i contributi versati. Per un approfondimento: Bologna, S. (1997) Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli.

3. A. Supiot (1999) Il futuro del lavoro, Carocci.

4. Si noti che l’uso improprio non corrisponde ad un uso illegale. La normativa italiana non si è infatti ancora mossa a sanzionare questi abusi, nonostante si allontanino dalle intenzioni del legislatore, lasciando che la pratica si diffondesse in molte aziende.

5.Si vedano, ad esempio: P. Barbieri, Il lavoro a termine nella recente esperienza italiana, in M. Biagi (a cura di), Il nuovo lavoro a termine, 2002, Milano Giuffrè; P. Barbieri; S. Scherer, Sulle conseguenze sociali della flessibilizzazione in Italia. Differenze territoriali, fattori strutturali e rischi di esclusione sociale, 2005, Stato e Mercato n. 74.

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