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Maria Grazia Cutuli: una vita per il giornalismo

22/04/2009

Maria Grazia Cutuli: una vita per il giornalismoScrivere un articolo su di una personalità, presenta una doppia problematica: potrebbe allontanare i lettori dall’idea che nel corso degli anni si sono formati sulla vita in questione, ma allo stesso tempo potrebbe fornire particolari interessanti e punti di vista che, non sempre chi scrive, è capace di comunicare.
L’idea che trapela dai racconti e dalle testimonianze di chi ha conosciuto Maria Grazia Cutuli non muta, non cambia. Si va, via via, rafforzando con gli anni, contribuendo a racchiudere la sua breve ma pur profonda esistenza in un alone mistico.
Maria Grazia, classe 1969, siciliana, comincia la sua carriera giornalistica adattandosi alle più svariate esigenze dei giornali: dal gossip agli spettacoli, dalla cronaca rosa a quella nera, dai comunicati stampa agli ordini del giorno sindacali. Scrive per alcuni femminili, quelli più interessati ai servizi sugli esteri, e così comincia a viaggiare per i luoghi più martoriati del pianeta.
La passione per le inchieste si fa sempre più forte: il suo sguardo peculiare la condurrà alla ricerca di verità e di maggiore comprensione verso i fatti internazionali che, nel giro vorticoso del mondo, rischiano molto spesso di essere ristrutturati o, addirittura, manipolati.
Dopo aver lavorato per i settimanali Centocose ed Epoca, parte per il Ruanda come Osservatrice dei diritti umani per l’ONU, esperienza significativa e allo stesso tempo formativa per lei che, nelle situazioni tragiche come quella che vedeva protagonista questa regione africana, riusciva ad assumere una posizione distante per raccontare, ma allo stesso rasente per avvicinarsi alle problematiche da affrontare.
Al suo ritorno intraprenderà la prestigiosa avventura della collaborazione con il Corriere della sera, precaria per qualche anno, ma divenuta assunzione nel 1999: Maria Grazia Cutuli diventerà così una delle migliori inviate che il più grande quotidiano italiano abbia mai avuto.
Si moltiplicano, dunque, i suoi reportage, le sue ricerche, i suoi viaggi. Ritorna in Africa, il continente che lei ama più in assoluto, si reca in Afghanistan, in Pakistan, va in Medio Oriente, si avvicina a tutte quelle realtà che non stanno davanti ai riflettori. La sua singolarità sta nel fatto che, pur analizzando contesti difficili e senz’altro particolari, riesce a svolgere il suo lavoro senza esasperazioni o sensazionalismi, elemento raro e prezioso al tempo del ‘giornalismo da scrivania’ e delle notizie preconfezionate. Lei voleva andare, viaggiare, documentare e riportare, odiava i servizi imposti in numeri di battute, ma amava riempire le pagine del suo taccuino con racconti di vita, con testimonianze ed interviste. Racconti di donne, di bambini. E racconti di guerre, «quelle» diceva «che dimentichiamo perché non ci appartengono».
Il lavoro degli ‘embedded’, degli inviati di guerra, di coloro che vivono anche nelle trincee accanto ai soldati, è stato molto spesso criticato, osteggiato e, a volte, ostacolato. Chissà se Maria Grazia Cutuli è morta proprio per questo…
Il 17 Novembre del 2001 la giornalista catanese, insieme ad un collega del quotidiano spagnolo El Mundo, scopre un deposito di fialette di gas nervino in una base afghana di Al Qaeda, a poche ore dalla ritirata dei fondamentalisti. La notizia fa il giro del mondo, forse diviene scomoda per qualcuno.
Due giorni dopo, la tragedia . Maria Grazia viene uccisa, insieme ad altri tre colleghi, in un attentato nella strada che da Jalalabad conduce a Kabul, nel giorno del via libera dopo settimane di attesa al confine pachistano.
Nessuno può dire con certezza quello che è realmente accaduto: si cerca di fare chiarezza, ma la giustizia stenta a fare il suo corso. L’Italia ha chiesto il rinvio a giudizio di 5 persone, ma a causa dell’impossibilità di notificare agli inquisiti la chiusura delle indagini, tutto rimane ancora indefinito. Nel 2005, invece, il governo afghano ha condannato a morte Reza Khan, colui che è stato ritenuto il killer materiale di Maria Grazia Cutuli. La famiglia, però, ha espressamente dimostrato la sua contrarietà: «Non provo odio né desiderio di vendetta», dice Agata D’amore, madre della giornalista. «L’atto violento compiuto verso Maria Grazia non è mai stato al centro delle mie riflessioni e dei miei sentimenti. E nemmeno gli autori di quel gesto atroce o i loro moventi. L’unica cosa che conta è la conseguenza, tremenda, che Maria Grazia mi è stata portata via. Su questa terra siamo di passaggio: se uccidiamo l’uccisore, forse che la persona scomparsa ci viene restituita? La giustizia segua il suo corso, ma noi siamo contrari alla pena di morte. E anche Maria Grazia lo sarebbe»)1.
A quasi 8 anni dalla sua scomparsa, le iniziative volte a rendere viva la sua memoria si moltiplicano sempre di più. E’ stata costituita una fondazione che prende il suo nome che, pur essendo operativa da poco tempo, ha già reso possibili numerose iniziative. Inoltre, già da qualche anno, è stato instituito il Premio Internazionale di Giornalismo che, oltre a personaggi illustri italiani e stranieri, mira a promuovere i giornalisti emergenti. I progetti pensati per continuare e per non dimenticare l’operato di Maria Grazia Cutuli sono molteplici, numerosi, proprio per sottolineare l’esempio di vita che questa giovane giornalista ci ha dato, lei dalla personalità turbolenta, a tratti ribelle, con la perenne ansia del tempo che fugge, che passa, che non è mai lì, pronto ad aspettarci. E lei, il suo tempo, ha cercato di viverlo al meglio, anche se alla fine, ha dovuto pagare il prezzo più alto.

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Note:

1. FANTOZZI, Vite ribelli. Dieci destini controcorrente, Sperling & Kupfer, 2007

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