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APPROFONDIMENTI

Quando le istituzioni e la classe dirigente latitano: il caso IschiaFelix

29/06/2009

Quando le istituzioni e la classe dirigente latitano: il caso IschiaFelixUn anno fa - giorno più giorno meno - si sviluppò sul Corriere del Mezzogiorno un ampio dibattito sui mali di Ischia e sulle sue prospettive, aperto con un intervento dell’ ex eurodeputato Franco Iacono.
Iacono ritorna sugli stessi argomenti un anno dopo con l’ intervento «Insisto: anche a Ischia serve una Fondazione per rilanciare l’ isola» apparso sul Corriere del Mezzogiorno di mercoledì 3 giugno.
La proposta di istituire a Capri e a Sorrento “Fondazioni”, cioè associazioni private, che si sostituiscano alla carenza delle Istituzioni (Regione, Provincia, Comuni) per sostenere lo sviluppo economico, non è forse prova evidente di una inadeguatezza istituzionale e della ricerca di un sostituto delle inefficienti amministrazioni pubbliche?
Ma perché creare nuovi enti di diritto privato se c’è una sistema pubblico con tre livelli di potere locale (Comuni, Provincia e Regione) ed un “ritornato” Ministero del Turismo?

Nel caso dell’isola di Ischia l'inadeguatezza istituzionale - con 6 Comuni in un territorio di 46Kmq che ha raggiunto uno sviluppo economico e sociale “ipermaturo” con: 3200 imprese iscritte alla Camera di Commercio, 13 mila lavoratori iscritti al Centro per l’Impiego di cui 9.500 “precari a vita”, cioè lavoratori stagionali del sistema locale che entrano ed escono dallo stato di disoccupazione, 40 mila posti-letto negli esercizi alberghieri ed extralberghieri, 3200 studenti della Media Superiore con 11 indirizzi, almeno 500 diplomati ogni anno - è ancora più evidente, perché viviamo un periodo di recessione economica e non di espansione, di riconversione dei mercati turistici e di cambiamenti nel modo di fare vacanza.

Anche ad Ischia abbiamo provato a fare una “Fondazione”, partendo proprio dalla provocazione di Franco Iacono sul Corriere del Mezzogiorno un anno fa e dal lungo dibattito che ne seguì (circa 30 interventi fra i quali non c’erano quelli di un sol sindaco o di Forio, come non c'erano quelli dei presidenti della Federalberghi, dell’Ascom e dell’ Unione Industriali).
Impiegammo circa tre mesi – da agosto ad ottobre – per stilare un “manifesto” e nominammo anche un Consiglio Direttivo.

Naturalmente l’ Associazione IschiaFelix – questo il nome scelto che presentammo il 21 ottobre 2008 all’ Hotel Continental di Ischia - non è decollata e non credo che decollerà.
Perché? Credo che la ragione vada ricercata in un'acuta osservazione del professor Sergio Marotta, ordinario di sociologia giuridica all’ Università Suor Orsola Benincasa, che, commentando sull’inserto economico del Corriere del Mezzogiorno l’ultimo libro di Sergio Zoppi, Una nuova classe dirigente. Insegnamenti e scelte da Nitti a De Gasperi, riporta un giudizio dell’economista Giulio Sapelli sulle “classi dirigenti del Mezzogiorno” e rileva che “uno dei problemi principali del nostro Paese è quello della scarsa propensione delle classi dominanti economiche a diventare classi dirigenti generali. Ciò ha determinato un ruolo sostitutivo, di supplenza delle classi politiche”.

Cioè – sia detto senza eufemismi - gli imprenditori vogliono “socializzare le perdite e privatizzare gli utili” e quando si chiede loro un ruolo “ sociale” non vogliono “ investire”. Una “ Fondazione” in un sistema istituzionale di tre livelli (Comuni, Provincia e Regione) ha senso solo se gli imprenditori si fanno carico di investire, cioè “ cacciar soldi” in tempo di vacche magre.
Nel 1997 – lo ricordò anche il prof. Amato Lamberti nel suo intervento sul Corriere lo scorso anno - proponemmo il Patto Territoriale e costituimmo anche una società di sviluppo economico, ma tutto finì nel “ libro dei sogni” perché non trovammo una classe dirigente “generale” disposta ad avviare una nuova politica di sviluppo locale.

Mancarono cioè – sia detto chiaramente – i capitali privati per nuovi ma più rischiosi interventi, come il recupero del fatiscente complesso termale del Pio Monte della Misericordia a Casamicciola, oggi ridotto in orribile rovina con i giardini trasformati in parcheggi, per un rozzo mercato ambulante che non si trova più nemmeno nei Paesi del Terzo Mondo.
Se così stanno le cose verseremo fiumi di inchiostro, ma non andremo mai oltre un amaro “cahier des doléances”. Queste prediche saranno annuali e seguiranno il ritmo delle stagioni mentre niente sarà nuovo sotto il sole.

Da 8 anni esiste una Associazione per il Comune Unico dell’isola d’Ischia che ha chiesto un referendum consultivo alla Regione Campania per creare un unico Comune per l’isola, tenendo conto che la prima proposta di legge regionale fu presentata nel 1987 dall’allora consigliere regionale e sindaco d’Ischia, Enzo Gazzella. Ci furono poi, circa 10 anni fa, due proposte di leggi regionali per il Comune Unico per iniziativa dei consigli comunali e per sottoscrizione popolare, senza arrivare alla meta.
Ci fu anche un’iniziativa di legge regionale su proposta dei sei Comuni per l’approvazione del Piano Urbanistico Territoriale, la cui redazione fu affidata allo studio Ferrara di Firenze, anche in questo caso senza alcun risultato.

Credo che la riforma istituzionale dell'isola d’Ischia debba essere inquadrata nella Grande Riforma istituzionale della Repubblica. Ma anche della Grande Riforma istituzionale si parla da almeno trent’anni. Precisamente da 38 anni si discute della soppressione della Provincia, da almeno 30 anni si discute del Bicameralismo perfetto o dell’abolizione del Senato, da quarant’anni si propone una Repubblica Presidenziale sul modello francese della V Repubblica, proposta da Calamandrei fin dal 1946 nella Commissione dei 75.
Eppure falliscono tutte le Bicamerali ed il prof. Sartori predica nel deserto, tanto che parla di “sultanato” italiano.
Credo che il punto autentico è che non possiamo lottare per il Comune Unico con questa Regione Campania diventata soltanto un grosso Municipio o una grossa Banca.

La riforma istituzionale dell'isola d’Ischia si inserisce in questo ragionamento complessivo. Dobbiamo sentirci legati al Continente, non solo separati, come ci ammoniva il prof. Vincenzo Mennella, e la nostra piccola-grande riforma per il Comune Unico non si farà senza la Grande Riforma dello Stato.
Il fallimento del decennio di Antonio Bassolino alla Regione è anche questo, se il prof. Mariano D’Antonio è costretto a lanciare un impossibile “ decalogo”.

Desidero fare un’ultima osservazione. La riunione dei sei Comuni dell'isola d’Ischia nel 1938 - sedicesimo anno dell’era fascista - non fu mai approvata dal Parlamento, ma soltanto con un Regio Decreto su proposta del “ Capo del Governo, Primo Ministro, Ministro Segretario di Stato per gli affari dell’ interno Cav. Benito Mussolini”, n. 1648 del 25 agosto. Così come la Ricostituzione dei sei Comuni fu approvata con “Decreto Legislativo Luogotenenziale” n. 556 del 21 agosto 1945 su proposta del “ Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro degli InterniFerruccio Parri”. I due provvedimenti quindi non sono mai passati per una assemblea legislativa.

È mia opinione che senza una legge-quadro nazionale per l’accorpamento dei “Comuni-polvere”, con specifico riferimento alle isole minori italiane, questa Regione Campania con il suo Consiglio e la sua Giunta non approverà una legge di unificazione amministrativa dell’ isola d’Ischia.

Quindi non abbiamo alternative ad una “rivitalizzazione partecipativa” dei sei Comuni, perché le FONDAZIONI NON SI POSSONO FARE o comunque non possono sostituire i doveri e le responsabilità degli Enti Locali, dei Comuni en della Provincia, che debbono avere una migliore e più matura classe politica nel tempo breve, perché “ nel tempo lungo saremo tutti morti” come saggiamente ammoniva Lord Keynes.

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