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APPROFONDIMENTI

Il no francese visto da Roma...e da Pontida

28/06/2005

Il no francese visto da Roma...e da PontidaLa consapevolezza (il limite?) di sapere che ci troviamo tutti sulla stessa barca e che se solo uno non rema o rema al contrario fa cambiare rotta a tutti gli altri, ci spinge ad analizzare le reazioni dei partiti italiani in seguito al referendum francese.
Il centrosinistra è stato molto cauto nel valutare il voto, sia perché l’alleanza vive un momento delicato, sia per non creare attriti con quella parte del socialismo francese schierato per il No. I moderati della coalizione (Margherita, DS) non hanno mancato di sottolineare come ci sia stata un’errata impostazione del dibattito sul Trattato, che pertanto bisogna ripartire “spiegando l’Europa ai cittadini”, i quali, secondo l’Unione, hanno in minima parte bocciato il Trattato in quanto antieuropeisti: i DS hanno manifestato preoccupazione per il No da parte di quelle generazioni che hanno dimostrato così di non saper cogliere l’importanza storica del processo d’integrazione nel dopoguerra e il suo carattere di progetto a lungo termine. La componente di sinistra della coalizione (Verdi, PdCI, RC) ha invece proposto un’analisi che punta a distinguere i No positivi, contro l’Europa neoliberista, da quelli negativi di stampo populista di Le Pen: in tal senso Bertinotti giudica il voto francese come “una straordinaria esperienza di democrazia partecipativa”.
Sono soprattutto le reazioni del centrodestra a fornire maggiori spunti di riflessione: infatti se è coerente la delusione dell’UDC, AN introduce invece un’importante novità nella sua visione dell’Europa. Fini, pur sottolineando come sia comprensibile un voto neonazionalista aggiunge che “paradossalmente il mondo globale necessita di risposte comuni” e bisogna darle rafforzando l’UE. FI e lo stesso Berlusconi hanno scelto, stranamente, la via del basso profilo con qualche polemico accento posto, dallo stesso leader, sulla burocrazia dell’UE e sulle “colpe” del Patto di Stabilità. Come spesso è accaduto, è stata la posizione della Lega a scatenare la polemica; dopo aver “gioito” per la bocciatura dell’UE “tecnocratica e contro i popoli”, il tandem Maroni-Calderoli ha proposto il referendum sull’Euro o di tornare alla Lira (anche se a metà anni ’90 la Lega minacciava la secessione se l’Italia rimaneva fuori dall’Euro!).
Apriti cielo. Sulla proposta leghista (Benigni ironicamente proporrà il ritorno ai sesterzi!), che mira a cavalcare il malcontento popolare per sfruttarlo a fini elettorali (così come fatto in precedenza con la partitocrazia, gli extracomunitari, gli islamici), piovevano le dure reazioni non solo dei partiti, paradossalmente più dal centrodestra che dal centrosinistra, ma soprattutto delle massime autorità dello Stato, Presidente Ciampi in testa (che ammoniva a “non scaricare sull’UE le responsabilità degli Stati membri”). In seguito alla dura risposta della BCE (“l’Euro è un processo irreversibile”), per la prima volta Berlusconi era costretto a difendere l’Euro, dopo averlo sempre accusato di essere la causa di tutte le sciagure italiane.
Analizzando le reazioni dei partiti italiani, sorge più di una domanda: sono sincere –se sì con quale futuro- le dichiarazioni di Fini e Berlusconi? Quanto inciderà l’euroscetticismo leghista sulla coalizione e in particolare nei rapporti con l’UDC? Cosa ne pensano i due grandi assenti Bossi e D’Alema? Possono convivere –a quali condizioni- le due anime del centrosinistra? È condivisibile la differenziazione tra No giusti e sbagliati? Anche in Italia gli opposti (Lega, AS e RC) potrebbero allearsi in funzione antieuropea?
A queste domande si sommano quelle che molti italiani vorrebbero girare ai vari leader politici: perché prendersela coi francesi per il loro No se poi alla ratifica italiana un terzo dei parlamentari era assente? Perché stigmatizzare partiti e media francesi, rei di non aver informato il popolo sui reali contenuti del Trattato, quando in Italia è avvenuto lo stesso (preambolo a parte…)?
Forse ha ragione Lucia Annunziata quando denuncia una politica italiana in “fuga” dall’Europa, da destra come da sinistra anche se con argomenti e toni formalmente diversi, una politica che scarica la colpa di tutto sugli “onnipotenti euroburocrati” in una sorta di paradosso del vincolo esterno: dal varo dell’Euro, l’UE non è più vista come l’ancora di salvataggio, ma come il freno allo sviluppo economico, sociale e politico del Paese. La sensazione è che, per l’ennesima volta, l’Europa e il voto francese siano stati utilizzati come strumenti per aprire ufficialmente la campagna elettorale per le politiche 2006: un’Europa oggetto dunque, non soggetto, per creare consenso da utilizzare a fini elettorali per disfarsene dopo il voto come pesante zavorra. Se così fosse ben altri No! ci attendono.

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