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APPROFONDIMENTI

Televisione e responsabilità sociale

02/08/2005

Televisione e responsabilità socialeOggigiorno si sente parlare sempre più di Responsabilità Sociale come fattore strategico di crescita e di sviluppo sostenibile all’interno dell’economica moderna.
Responsabilità sociale significa perseguire un equilibrio di medio-lungo periodo integrando su base volontaria comportamenti che tengano conto di preoccupazioni sociali ed ecologiche, nell’ottica di soddisfare gli interessi di tutti gli interlocutori aziendali (clienti, dipendenti, comunità locale, stato, fornitori e finanziatori), oltre a quelli dei portatori di capitale di rischio.
Le aziende stanno iniziando ad inserire all’interno del proprio vettore di obiettivi, orientato prevalentemente verso equilibri economico-finanziari (prima condizione necessaria per la sopravvivenza), anche obiettivi di carattere più propriamente sociale.
Ma se questa è la tendenza in atto, le aziende che offrono intrattenimento televisivo non dovrebbero essere in prima linea di fronte a certi temi, vista e considerata l’altissima influenza che hanno sui nostri modelli e sui nostri comportamenti?
In un sistema di duopolio strutturale RAI/Mediaset come quello italiano, guidato dalle logiche dell’Auditel che cerca di classificarci in categorie e di considerarci soprattutto come consumatori, si può parlare di Responsabilità Sociale e di comportamento Etico?

Mediaset è un’azienda privata quotata in borsa che, oltre ad essere valutata in base alle proprie performances economiche, viene analizzata anche dal punto di vista dei rapporti con i propri stakeholders.
Mediaset pertanto dedica un’ampia sezione del bilancio di esercizio ai temi della responsabilità sociale.
Fra le iniziative in atto segnaliamo la Comunicazione Sociale, ovvero l’offerta gratuita di alcuni spazi televisivi alle associazioni che operano nel campo della solidarietà.
Inoltre all’interno del gruppo è stata creata una Onlus (denominata Mediafriend Onlus) con lo scopo di realizzare e promuovere iniziative per la raccolta fondi da destinare al finanziamento di progetti specifici.

La Rai è l’azienda pubblica di Stato che, essendo finanziata in gran parte attraverso il canone, dovrebbe essere particolarmente sensibile nei confronti delle tematiche legate alla Responsabilità sociale.
Qualche timido segnale proviene dalle iniziative legate al digitale terrestre e ai canali satellitari, come ad esempio la nascita di RAI Utile, un canale tematico che si pone come obiettivo l’avvicinamento della pubblica amministrazione ai cittadini e l’apertura di una finestra sul modo degli operatori sociali.
Interessante anche la provocazione lanciata da Rai Futura, canale sperimentale nato per testare e trasmettere nuovi programmi e autori, che sta effettuando il casting dei nuovi conduttori utilizzando il Silicon Detector (una sofisticata porta elettronica che al passaggio di una persona rivela qualsiasi traccia di silicone o di altre sostante utilizzate negli interventi di chirurgia estetica), per avere la certezza di selezionare personaggi che oltre ad essere carini, originali e colti siano naturali al cento per cento.

Purtroppo si tratta di segnali poco significativi, anche se incoraggianti, nel contesto di un panorama caratterizzato da ben altre logiche.
L’eccessiva concentrazione del sistema televisivo, l’eccesso di interruzioni pubblicitarie, il mancato rispetto dei limiti della raccolta pubblicitaria e la trasmissione di contenuti ritenuti inappropriati in fasce orarie protette, contrastano con una gestione socialmente responsabile del mezzo televisivo.

Dobbiamo ricordarci che, nonostante la particolarità del prodotto offerto, Rai e Mediaset rimangono delle aziende, e in quanto tali sottostanno alle logiche di tutte le aziende, ovvero la finalizzazione al risultato economico, che purtroppo rappresenta ancora l’obiettivo prioritario.
Da questo punto di vista il 2004 è stato un anno particolarmente positivo sia per il canale pubblico sia per il gruppo del Biscione, in quanto entrambi hanno messo a segno uno dei risultati maggiormente positivi degli ultimi anni.
Mediaset ha chiuso il bilancio con utili a 500 milioni di euro a fronte di un fatturato di oltre 3 milioni di euro.
Anche la Rai è riuscita ad incassare un segno positivo archiviando il 2004 con ricavi pubblicitari in crescita del 12% e un utile di 113 milioni di euro.

Con risultati di questo tipo, conseguiti attraverso la crescita degli investimenti pubblicitari ma soprattutto grazie alla riduzione dei costi ottenuta con programmi di intrattenimento di dubbia qualità, ci dovrebbero essere lo spazio per una maggiore attenzione nei confronti dei messaggi che vengono inviati al pubblico.
Sarebbe più opportuna una maggiore concentrazione sui valori che vengono trasmessi, oltre che sui modelli che vengono proposti e sull’impatto che questi hanno sugli utenti, in particolare quelli in età giovanile che sono particolarmente influenzabili e che avrebbero bisogno di ispirarsi ad esempi meno legati all’esigenza dell’apparire anziché dell’essere.
Se tali aziende venissero valutate anche in funzione di queste scelte, probabilmente sarebbero costrette ad utilizzare logiche più complesse e più complete nel momento della scelta e della messa in onda delle trasmissioni, rispetto alla mera percentuale di ascolti rilevata dall’Auditel (sistema, tra l’altro più volte criticato ma non ancora sostituito in quanto non esistono alternative accettabili).
Soltanto una maggiore sensibilizzazione da parte degli utenti nei confronti della problematica potrebbe portare il sistema ad incrinarsi e a spezzare di un circolo che si sta dimostrando virtuoso da un punto di vista economico (e senza equilibrio economico non avrebbe neanche senso parlare di obiettivi diversi), ma che sta diventando vizioso per quanto riguarda le modalità con cui viene conseguito.

La Responsabilità Sociale, se vuole essere bene interpretata, dovrebbe avere una valenza maggiore da parte di chi produce programmi televisivi rispetto a qualunque altra azienda.
La collettività ha bisogno da questi soggetti prima che da tutti gli altri di un atteggiamento etico e istruttivo, di comportamenti da prendere a modello, di vedere rappresentata tutta la complessità della vita reale anche nel prime time (la fascia di prima serata che maggiormente attrae gli investitori televisivi e che maggiormente influenza i nostri comportamenti in quanto è la più seguita), senza dover rincorrere programmi interessanti in orari improponibili.
Informazione, cultura, divertimento e ascolti non sono inconciliabili, anche se in un panorama televisivo sempre a caccia di programmi che siano in grado almeno di raggiungere le percentuali di ascolto programmate, sembra che non ci sia spazio per preoccuparsi del raggiungimento di tali obiettivi perseguendo la qualità del prodotto, neanche da parte della televisione di Stato che per legge dovrebbe fornire un servizio pubblico.
Dietro l’affermazione che è il mercato a richiedere determinati programmi televisivi, ci si domanda se è giusto che chi fornisce un prodotto con un impatto emotivo così elevato sulla collettività debba veramente offrire tutto ciò che il mercato richiede.
I gusti del pubblico non possono essere sensibilizzati? Non si possono offrire gli strumenti affinché vengano apprezzati altri prodotti televisivi?
Ci si augura che l’onda della Responsabilità Sociale arrivi a coinvolgere anche chi produce e chi mette in onda i programmi televisivi, visto e considerato che sino ad oggi si sono dimostrati portatori di valori più estetici ed effimeri che sociali.

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