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APPROFONDIMENTI

Il virus dell’antipolitica

14/11/2005

Il virus dell’antipoliticaDisprezzo, dopo la sbronza, della politica e dei politici. Disaffezione, spoliticizzazione, allontanamento dalla res publica, dalla vita della polis. Abbandono dell’agorà. E’ questo quello che accadde nel ‘92 in Italia. Tangentopoli aveva messo a nudo tutta la debolezza e la sporcizia dei tradizionali partiti politici della prima Repubblica, lasciando un enorme vuoto nello scenario italiano.
E’ la politica in toto ad andare in crisi. L’opinione pubblica reagisce a livello emotivo rinnegando la via vecchia e gettandosi nel vuoto nella speranza di imboccare una via nuova. A cogliere al volo i sentimenti di una popolazione segnata dalla crisi delle tangenti, che getta con disprezzo le monetine addosso a quei politici di cui prima aveva fiducia, c’è l’abile intuito di un outsider della politica, un uomo di azienda, pragmatico e potente: Silvio Berlusconi.
Sarà lui il principale rappresentante del risentimento italiano contro la Prima Repubblica, a incarnare l’antipolitica dilagante nella società e a elevarla al rango di politica ufficiale. Sarà lui a segnare una svolta nello stile politico italiano, a lungo caratterizzato dai distinguo e dai virtuosismi del politichese, attraverso la scelta di un nuovo linguaggio politico: la politica dell’immagine. Concetti chiari, sintetici e semplici. Frasi lapidarie e memorizzabili. Motti, luoghi comuni, slogan. Parole e temi tratti dalla vita di tutti i giorni, in grado di coinvolgere e far identificare un grossissimo strato di popolazione. E’ così che nasce e vince le elezioni politiche del 1994 Forza Italia, sbaragliando con grande sorpresa i grandi colossi dai piedi d’argilla della vecchia guardia, è con questi innovativi strumenti che tuttora è al potere.
Fin qui è argomentazione da libro di storia. L’analisi politologica però evidenzia un pericolo: una politica che si basa su immagine a apparenza, sul coinvolgimento emotivo del proprio elettorato, rischia di trascurare la componente fondamentale dei contenuti e della loro conoscenza.
Si rischia che si venga a creare un divario sempre più ampio tra i politici di professione e l’elettorato, che non deve necessariamente comprendere, esprimersi, partecipare. Ma la definizione di democrazia non può prescindere dal concetto di sovranità popolare e dunque di partecipazione e coinvolgimento della popolazione alla politica.
E si può davvero definire partecipazione politica quella di un elettorato distante e annoiato di fronte ai temi della politica? Un elettorato pantofolaio che si diletta ogni giorno di più davanti al nuovo spettacolo circense che è la televisione, assorbendo in maniera del tutto passiva tutto ciò che propone? Ed è davvero libera di formarsi un opinione politica autonoma e indipendente se la maggior parte dei mezzi di comunicazione appartiene a un unico schieramento politico?
Queste sono le minacce alla democrazia che il fenomeno dell’antipolitica può scatenare. Solo una consapevolezza di ciò può permettere all’Italia di non cadere nella trappola di spodestare i cittadini dal loro legittimo ruolo di “sovrani” delle scelte politiche. La globalizzazione porta già di per sé a un decentramento della politica dal potere decisionale. E’ ancora più forte allora la necessità per ciascun cittadino di riconoscere il proprio ruolo attivo nella vicenda politica locale, nazionale e internazionale.
Qualsiasi sia il suo schieramento. La conoscenza, l’informazione, il pensiero critico e libero: sono queste le armi di cui disponiamo per difenderci dal virus dell’antipolitica.

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