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La “nuova politica economica” comunista


Quando i comunisti presero il potere, l’economia russa si trovava in uno stato di gravissimo dissesto. A partire dall’estate del ’18 il governo bolscevico cercò di attuare anche in campo economico una politica più energica e autoritaria che fu poi definita col termine “comunismo di guerra”. Fu incoraggiata la formazione di comunità agricole volontarie, le cosiddette “fattorie collettive” (kolchoz), e furono anche istituite delle “fattorie sovietiche” (sovchoz), gestite direttamente dallo Stato o dai soviet locali. In campo industriale il comunismo di guerra fu inaugurato da un decreto del giugno 1918 che nazionalizzava tutti i settori più importanti. Il comunismo di guerra si risolse in un totale fallimento e, ai primi di marzo del ’21, i marinai della base di Kronstadt, presso Pietrogrado, si ribellarono al governo. Alle richieste dei ribelli, che invocavano elezioni libere nei soviet e, in genere, maggiori libertà politiche e sindacali, il governo rispose con una dura repressione militare. In quello stesso marzo del ’21 si tenne a Mosca il X congresso del Partito comunista, che segnò la fine del comunismo di guerra e l’avvio di una parziale liberalizzazione della produzione e negli scambi. La “nuova politica economica” (NEP) aveva l’obiettivo di stimolare la produzione agricola e di favorire l’afflusso dei generi alimentari verso le città. Accolta con generale favore, come una necessaria pausa di respiro dopo le durezze del comunismo di guerra, la NEP ebbe conseguenze indubbiamente benefiche su un’economia del tutto stremata, ma produsse effetti sociali non previsti nè desiderati dai suoi promotori, come il riemergere del ceto dei contadini ricchi (kulaki), che giunsero in breve a controllare il mercato agricolo.
Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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