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Trattamenti


• Trattamenti prolungati nel tempo, senza un focus di intervento ben preciso
• tendenza ad avere una rigida separazione tra professioni quali quelle dello psichiatra, dello psicologo e dell’assistente sociale
• tendenza ad attribuire ai genitori la causa dei disturbi del bambino, ad esempio il concetto di madre schizofrenogena per il disturbo schizofrenico.
• teorie di riferimento dominanti legate alle numerose correnti psicoanalitiche, caratterizzavano quel periodo storico. Non c’era connessione tra ricerca e pratica clinica.
• pratica clinica prevalentemente non evidence-based e caratterizzata da una scarsità di trattamenti specifici
• scarsa attenzione alla diagnosi
• utilizzo di una terminologia aspecifica legata prevalentemente al tema generico del “disadattamento”: la classificazione ufficiale riportava unicamente i “disturbi del comportamento”. Erano ambiti in cui si faceva rientrare un po’ tutti i disturbi in generale.

Nel trattamento coi bambini si deve aver a che fare anche con gli adulti, il bambino non può essere decontestualizzato. Spesso quindi ci si scontra con diverse realtà, serve un lavoro di coordinamento. Serve sviluppare una rete.

Negli stessi anni però ci sono anche sviluppi, piano piano si inizia ad allargare la prospettiva iniziando anche a parlare di diagnosi differenziale.

Kanner introdusse il concetto di diagnosi differenziale (1935, 1943, 1969). Fu anche il primo a distinguere l’ autismo dagli altri disturbi.

Hewitt e Jenkins (1946) scrissero una pionieristica monografia identificando diversi pattern psicopatologici.

Grazie anche agli studi sui bambini con epilessia, Pasamanick e Knobloch (1966) postularono l’importanza dei fattori di rischio e protettivi prenatali e perinatali, che hanno un ruolo nell’insorgenza di determinate patologie valorizzando così nello sviluppo dei disturbi quei fattori biologici che fino a quel momento avevano ricevuto un’attenzione molto limitata.

Nel campo del trattamento si iniziò ad apprezzare il ruolo degli stimolanti/eccitanti per il trattamento dei bambini con disturbi ipercinetici e, negli adulti, quello dei neurolettici per la cura della schizofrenia.

Nello stesso periodo ci fu la nascita della terapia comportamentale, inizialmente solo per gli adulti, poi anche per i bambini.

Bowlby introduce la teoria dell’attaccamento (compromesso tra psicologia e biologia nell’etologia) → importanza alla sensibilità del bambino, alle sue relazioni sociali e all’attaccamento con la figura di riferimento nei primi anni di vita.
Nell’ambito della Review di Bowlby sulla “deprivazione materna” (1951) per WHO, fortemente criticata sia dall’accademia, sia dagli psicoanalisti.
Questi ultimi criticavano l’ipotesi di Bowlby secondo cui l’origine dei disturbi del bambino fosse “un’esperienza di vita reale” piuttosto che “il conflitto interno”.
Malgrado le controversie, le osservazioni di Bowlby indussero cambiamenti nelle cure ospedaliere: i professionisti iniziarono a dare importanza alla sensibilità del bambino, alle sue relazioni sociali e personali.

Un importante sviluppo di quegli anni → Studi longitudinali: consentono di vedere cosa succede nel corso del tempo e fanno capire che la disciplina è associata a disadattamento nell’età adulta. Studiando i bambini per diversi anni si vede l’ evoluzione del disturbo in età adulta.

Uno dei primi è quello di Robins (del 1966) sulla crescita dei bambini devianti. Tale studio ha mostrato l’importante associazione tra il disturbo della condotta nell’infanzia e il disturbo di personalità antisociale nell’età adulta, evidenziando per la prima volta come la psicopatologia nell’infanzia sia associata ad un maggiore rischio di disadattamento nell’età adulta.

Attualmente è disponibile una mole di conoscenze sostanziale sulla continuità-discontinuità tra la psicopatologia nell’infanzia e nell’età adulta.

Studi longitudinali: Lo studio di Cohen “Children in the community” fu particolarmente interessante per analizzare l’evoluzione a lungo termine di alcuni disturbi mentali.

Lo studio di Laub e Sampson (2003) sul d isturbo antisociale fu particolarmente interessante anche per il lungo follow up (i soggetti furono seguiti fino a 70 anni).

Migliorano molto le tecniche per gli Studi epidemiologici, i dati diventano più credibili: Gli studi dell’Isola di Wight (Rutter, 1989; Rutter, Graham e Yule, 1970; Rutter, Tizard e Whitmore, 1970) e lo studio longitudinale della Walhtam Forest (Richman et al, 1982).

Sono stati efficaci nel dimostrare:
• l’importanza dell’utilizzo di tecniche di intervista standardizzate;
• la necessità di intervistare direttamente i bambini sui sintomi;
• l’elevato grado di disaccordo tra le informazioni ottenute da diverse fonti (bambini, genitori, etc.);
• la frequenza della comorbidità;
• le differenze tra la psicopatologia con insorgenza in età infantile e con insorgenza in età adolescenziale.

Si arriva alla grande verità, infatti, gli studi longitudinali ed epidemiologici evidenziarono non solo come i disturbi dell’età evolutiva fossero precursori dei successivi disturbi psichiatrici ma anche come vi fosse un’elevata percentuale di soggetti con chiari disturbi mentali che non riceveva alcun trattamento adeguato.

Tratto da PSICOPATOLOGIA DELL'ETÀ EVOLUTIVA di Veronica Rossi
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