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Il crollo della borsa di Wall Street

Il crollo della borsa di Wall Street




La seconda metà degli anni Venti per l’economia statunitense segna un periodo di prosperità. Cresce la produzione industriale – soprattutto quella dei beni di consumo durevole, cioè i beni per uso privato e domestico che hanno una certa durata, come l’automobile, il frigorifero, la radio, l’aspirapolvere o la lavatrice. Molti consumatori li comprano grazie alle rate e ai prestiti che contraggono con le banche. Comunque sia, il mercato ha un segno favorevole, la domanda è in aumento, la produzione cresce, crescono i salari e i profitti. Però i beni durevoli durano nel tempo: una volta che una famiglia ha comprato un frigo, che è un oggetto costoso, lo sfrutta finché può. Quindi questo tipo di mercato ha un ritmo di sostituzione delle merci basso. È un mercato che tende a saturarsi. Esplode all’inizio quando nessuno ha il frigo o l’aspirapolvere e poi la domanda tende a rallentare. Ciò si ripercuote sull’economia. Gli imprenditori, i finanzieri, i risparmiatori non riescono a vedere subito questa dinamica. Inoltre tutti sono invitati ad acquistare titoli azionari emessi dalle imprese. Intorno al 1927-8 mentre il mercato dei beni durevoli si va saturando, il mercato borsistico va avanti. I risparmiatori e gli operatori continuano a dare per scontato che il valore delle azioni continuerà a crescere e si continua a comprare azioni. Si crea così la bolla speculativa per cui il valore delle azioni cresce indipendentemente dalle condizioni reali delle aziende. Nel 1929 gli operatori della Borsa di New York (ovvero Wall Street) si rendono conto che non c’è collegamento tra l’andamento economico della produzione e delle vendite, cominciano a vendere le azioni. Tali vendite aumentano di giorno in giorno fino a far scattare il panico tra i risparmiatori che vedono il valore delle loro azioni scendere vertiginosamente. Il valore crolla del tutto il 29 ottobre del 1929, passato alla storia come il martedì nero della Borsa di Wall Street. Ciò si ripercuote anche sulle banche. I prestiti concessi sono a medio - lungo termine, quindi nell’immediato non c’è speranza di ottenere i soldi indietro dai debitori. La piccola banca ha difficoltà a pagare interessi sui depositi, cioè sui soldi che i risparmiatori hanno messo sui loro libretti o conti correnti. Quando poi si rendono conto che la banca non può dare né interessi né i soldi depositati, si creano file davanti agli sportelli bancari con i risparmiatori che rivogliono i loro risparmi. Le banche dichiarano di poter dare i soldi indietro ed esplode il panico. Stessa scena si verifica nelle grandi banche. Le imprese statunitensi sono con le spalle al muro sia per la flessione della domanda sia per la crisi bancaria non hanno più soldi per andare avanti la produzione, acquistare le materie prime, pagare gli stipendi. Hanno solo poche soluzioni: chiudono o rallentano la produzione; in entrambi i casi devono licenziare gli operai o diminuire le retribuzioni e abbassare i prezzi. Ha inizio così la grande depressione. L’economia statunitense si trova in ginocchio e di conseguenza le economie europee sono scosse dalla crisi. Questo effetto è causato dallo stretto collegamento che nella seconda metà degli anni venti si è creato tra il sistema finanziario statunitense e quello tedesco, e per quella via tra il sistema statunitense e quello britannico, francese, italiano e di altri paesi europei attivato dal Piano Dawes del 1924. Come prima risposta per fronteggiare la crisi diversi governi adottano la soluzione di svalutare le monete.

Tratto da L'ETÀ CONTEMPORANEA di Gabriella Galbiati
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