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Il genocidio su scala industriale: i lager – Wolfgang Benz

Nella primavera del 1940, il Reichsfuhrer delle SS e capo della polizia tedesca Himmler ordinò di costruire un Lager ad Auschwitz. Nei quattro anni e mezzo della sua esistenza esso si trasformò nel maggior complesso di sfruttamento e di sterminio dell’impero nazionalsocialista; i prigionieri vennero sottoposti a un vero e proprio regime di lavoro schiavistico al servizio dell’industria tedesca. La vera e propria fabbrica della morte era ad Auschwitz-Birkenau, sede del raccordo ferroviario, dove giungevano da tutta l’Europa i treni che trasportavano gli ebrei.

Il campo-base all’inizio servì come campo di concentramento per polacchi, e poi fu sede della prima camera a gas nella quale fu sperimentato lo sterminio di massa di esseri umani. Comandante del campo fu Höß, che costruì e gestì la fabbrica della morte con il talento organizzativo di un manager. Ai massacri ed alle fucilazioni bisognava sostituire il genocidio perfettamente organizzato. Höß fece così trasformare un locale del crematorio del campo base in camera a gas, utilizzando lo “Zyklon B”, una sostanza chimica usata per la disinfestazione.

Nel 1942 cominciarono i trasporti delle vittime ad Auschwitz. Successivamente fu necessario aumentare la capacità del campo di sterminio. Alla fine dell’ottobre 1944, i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau vennero distrutti per ordine di Himmler per non lasciare tracce all’Armata Rossa che avanzava. La cifra esatta delle vittime della macchina di sterminio di Auschwitz non la conosciamo, anche se il bilancio dello sterminio ad Auschwitz tra il gennaio 1942 e il novembre 1944 si aggira intorno al milione.

Paragonabile alla situazione di Auschwitz è soltanto un Lager costruito nell’autunno 1941 nel capoluogo di provincia Lublino, sotto il nome di Majdanek. In tutto il periodo in cui il Lager restò in funzione morirono circa 200000 persone. La fase dell’operazione di sterminio durò dall’estate 1942 al luglio 1944. Come ad Auschwitz, fu usato soprattutto lo “Zyklon B”.
di Domenico Valenza
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