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Il principio della "perpetuatio iurisdictionis": art. 5 c.p.c.

Prima di analizzare i singoli criteri attraverso i quali è possibile individuare il giudice competente, è opportuno illustrare il principio, contenuto nell'art. 5 c.p.c., della c.d. perpetuatio iurisdictionis, al fine di determinare il momento rispetto al quale va individuata la competenza (e la giurisdizione).
L'art. 5 c.p.c. stabilisce che "giurisdizione e competenza si determinano con riguardo alla legge vigente ed allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda e non hanno rilevanza rispetto ad esse i successivi mutamenti della legge e dello stato di fatto medesimo".
La giurisprudenza e la dottrina assolutamente maggioritarie erano ferme nel ritenere che la vecchia formulazione dell'art. 5 c.p.c. non consentisse l'applicazione del principio della perpetuatio iurisdictionis alle ipotesi di mutamenti legislativi sopravvenuti della normativa avente direttamente ad oggetto la giurisdizione o la competenza.
Normalmente il legislatore, nel dettare una nuova normativa della giurisdizione o della competenza, aveva accortezza di prevedere una specifica disciplina transitoria, ma, ove ciò avesse mancato di fare, l'applicazione della regola generale dell'art. 5 c.p.c. risultava non praticabile, con il sorgere di gravi inconvenienti ed in contrasto con quella esigenza di evitare che la durata del processo vada a danno del litigante in quanto tale che pure costituiva la ratio dell'art. 5 c.p.c.
La l. 353/90, con la nuova formulazione dell'art. 5 c.p.c., risolve problemi di tale specie, dettando un'innovazione che, pur essendo destinata a trovare applicazione solo in ipotesi di assenza di specifiche discipline transitorie, non può di certo essere qualificata come inutile.
di Stefano Civitelli
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