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La comunicazione ed i suoi equivoci

Secondo un punto di vista molto diffuso, un processo di comunicazione avviene quando si ha passaggio di un messaggio da un mittente a un destinatario. Perché tale processo avvenga è necessario che le componenti che formano il messaggio (i segni) siano costruite secondo certe regole e combinate secondo altre regole che formano il codice: mittente e destinatario debbono condividere tali regole, altrimenti non possono comunicare fra loro. 
L’operazione si realizza grazie al fatto che i messaggi codificati viaggiano su un canale fisico, il quale funge da supporto materiale; infatti il conteso in cui la comunicazione si realizza gioca un ruolo ora più ora meno importante a seconda del tipo di codice. 
Questo modello di rappresentazione del processo comunicativo fu introdotto alla fine degli anni 40 da Shannon, il quale intendeva illustrare la struttura astratta della comunicazione. Si trattava di un modello idealizzato.
Successivamente la sua idea fu applicata all’analisi del linguaggio da Jakobson il quale osservò che in ciascun atto comunicativo non sono solo compresenti i sei elementi indicati (mittente, destinatario, messaggio, codice, canale, contesto) , ma anche le funzioni che questi privilegiatamente svolgono. 
Volta a volta ciascuna di queste funzione può avere funzione diversa e può assumere maggiore valore delle altre. 
Restando nell’ambito della verbalità, elementi deittici o indicali:
- svolgono una funzione referenziale nella misura in cui mettono in evidenza il contesto extralinguistico; 
- svolgono funzione espressiva le esclamazioni, le interiezioni e tutte le forme linguistiche che rappresentano il punto di vista del mittente; 
- svolgono una funzione conativa forme come l’imperativo mettono in evidenzia il destinatario;
- svolgono una funziona fatica le forme che si riferiscono al canale; 
- svolgono funzione metalinguistica quelle che si riferiscono al codice, tematizzandone aspetti o funzionamento. 
- realizzano la funzione poetica quelle che mettono in evidenzia il messaggio. 
Ha luogo tutte le volte che cerchiamo di valorizzare in modo speciale le risorse linguistiche utilizzate per potenziarne il significato. Per esempio slogan pubblicitari del tipo Vi voliamo bene servono a trattenere l’attenzione del destinatario sul messaggio. In casi del genere grazie alla particolare forma assunta dalle parole, al valore denotativo referenziale, di queste se ne aggiunge uno connotativo. 
Le nozioni sono il punto di partenza di molti manuali di linguistica o semiotica tradizionali. 
Esse oggi ci appaiono da diversi punti di vista insoddisfacenti. Tuttavia è opportuno considerarle con molta attenzione, sia per fissare fin da subito un minimo di bagaglio terminologico comune, sia perché gli equivoci interpretativi cui hanno dato luogo sono molto largamente diffusi. 
Il modello del messaggio è stato definito del condotto o di tipo postale della comunicazione. 
Esso rappresenta un’arbitraria generalizzazione (rispetto Shannon) e un ingiustificato irrigidimento (rispetto Jakobson). 
Preso alla lettera il modello del messaggio ci induce a ritenere che i segni siano una specie di contenitore fisico nel quale si mette un certo contenuto e lo si invia come si invierebbe una lettera a un amico lontano, se mittente e destinatario condividono lo stesso codice la comunicazione riesce, altrimenti fallisce. 
La comunicazione si presenta come un processo si/no senza alternative, la voce umana sembra essere indifferente al contenuto che veicola.
Questa rappresentazione può funzionare per quei tipi di comunicazione meccanica che non consentono interpretazioni.(es. spie vecchie auto). Fra destinatario e mittente non sempre ci si capisce in modo assoluto. Un grave difetto del modello da cui siamo partiti è che non riesce a dar conto del processo dell’interpretazione, vietato nei codici elementari come le spie luminose, ma assolutamente normale in codici comunicativi più complessi. La comunicazione fra esseri umani ci appare quindi irriducibile ad un processo lineare, processualità e non linearità vogliono dire temporalità. La comunicazione si profila quindi come una dinamica interpretativa e pluriplanare fra soggetti, nella quale è rarissimo che ci si capisca del tutto o che non ci si capisca per nulla.

Il rapporto fra i segni e il loro utenti è un rapporto di tipo interpretativo. 
Abbiamo interpretazione tutte le volte che il comportamento di risposta a uno stimolo non è meccanicamente determinato ma implica qualche scelta. Ciò non vale solo per i codici di elevata complessità.  
Pierce ha inserito il carattere permanentemente interpretativo della semiosi umana. 
Lo ha fatto suggerendo che ogni processo semiotico non consiste in effetti nella messa in corrispondenza di un dato evento a un corrispondente valore o significato, bensì in una dinamica terziaria, nella quale, avvengono tre distinti passaggi. 
Supponendo che il processo sia messo in moto da un’esperienza empirico-percettiva da un qualcosa nella realtà, la mente dell’interprete  reagisce producendo una lettura di tale esperienza consistente in una sua prima elaborazione conoscitiva e in una forma sensibile che la rappresenta; ma tale lettura si concretizza immediatamente in una riformulazione dell’esperienza attraverso un gesto, un comportamento, una parola, una frase che pur contenendo in sé qualcosa dell’evento iniziale, se ne discosta inevitabilmente perché esso è espressione di una soggettività. 
Per Pierce un segno è qualcosa che da un lato è determinato da un Oggetto e dall’altro determina un’idea nella mente di una persona in modo che l’interpretante del segno è mediamente determinata da quell’oggetto.
Un segno ha una relazione con il suo oggetto e con il suo interpretante.
Bisogna distinguere “l’oggetto immediato” ovvero come il segno lo rappresenta dall’”oggetto dinamico” ovvero realmente efficiente ma no immediatamente presente.
L’oggetto nella sua datità sensoriale agisce sulla nostra mente che se lo rappresenta in termini di oggetto immediato; questo forma il contenuto del segno cui corrisponde un supporto materiale o representamen. L’interpretante è il momento in cui dal correlato esterno si passa all’elaborazione mentale autonoma del soggetto. 
Ogni processo di comprensione si traduce nel passaggio da un interpretante che non coinvolge più direttamente l’oggetto. Un esempio è La traduzione da una lingua all’altra, ma anche, le riformulazioni e le parafrasi a cui sottoponiamo una frase. 
Costitutivi della prassi semiotica sono dunque l’innovatività e lo scarto: secondo Peirce la semiosi è illimitata, consistendo nell’eterna fuga degli interpretanti.
La simmetria fra emittente e destinatario può rappresentare solo una situazione da laboratorio nella realtà vi è un asimmetria tra i due protagonisti che riguardano ragioni di vario tipo (psicologico, sociale, culturale)
Il modello elementare propone il codice come un apparato formale, una specie di filtro a due porte capace di codificare un messaggio in entrata e di restituirlo smontato com’era all’inizio in uscita. La metafora appare troppo semplificata per funzionare davvero.

Codici, strutture, contesti


Un codice di solito opera come una sorta di modello che soggiace ai vari atti comunicativi e ne consente la gestione. Se mi è familiare il codice segnaletico che regola la circolazione sulle nostre strade e incontro un segnale nuovo di forma circolare so da subito almeno una cosa che si tratta di un divieto.
La nozione di codice coincide per una buona parte con ciò che siamo soliti chiamare grammatica. Essa ha cioè a che fare in modo privilegiato con strategie di formazione e riconoscimento dei segni e con i rapporti che i segni intrattengono l’uno con l’altro. Questo aspetto della questione è particolarmente importante e si deve a Saussure l’averne tratto conseguenze di carattere generale.
Per ogni utente di un codice, non si dà mai il caso che un segno sia comprensibile e utilizzabile come un sorta di tessera autonoma. Al contrario capisco, invece, i segni in relazione ad altri segni, ne capisco la funzione, il valore. 
Il significato di segno non viene appreso in positivo, attraverso una specie di battesimo semantico, ma in negativo, misurandone i rapporti e le differenze con quelli che immediatamente lo circondano nella serie più vicina. I segni di un codice fanno sistema con tutti gli altri segni di quel codice. Il valore di ciascun segno è oppositivo e differenziale. Non si definisce primariamente in base al rapporto che esso intrattiene con gli oggetti del mondo, ma alle relazioni interne che contrae con gli altri segni. 
È il codice nel suo insieme a parlare del mondo a riferirsi a esso, non i segni individualmente considerati. 
La nozione di codice-sistema fa capire come la sintassi dei segni cooperi in modo decisivo alla definizione del significato. Ogni codice determina quindi una sorta di universo semantico all’interno del quale bisogna entrare per riuscire davvero a parlare delle cose cui esso si riferisce. Lo stesso gesto può risultare scherzoso o aggressivo a seconda della cultura che lo ha codificato.
Von Humboldt, un grande filosofo e linguista dell’800, ha sostenuto che ogni lingua forma un cerchio intorno a chi parla, è cioè un vero e proprio filtro che condiziona l’accesso alla realtà. 
Elaborando questa immagine e il concetto di sistema discusso precedentemente si è arrivati a sostenere che un codice è una vera e propria struttura il cui funzionamento dipende solo dalle relazioni interne dei segni. 
I sistemi di segni, però, sono pur sempre fatti per degli utenti che intrattengono rapporti col mondo; in parte tramite quel sistema in parte no. E il codice certamente è stato modellato sulle possibilità percettive della specie. È dunque altamente improbabile che uno qualsiasi dei sistemi  che una specie adotta sia del tutto impermeabile agli altri, intraducibile in un’altra lingua. 
Tuttavia il concetto di struttura contiene qualcosa di vero e come tale ha esercitato un notevole fascino su linguisti, filosofi della scienza, antropologi, etologi. 
Tornando al modello elementare della comunicazione, possiamo meglio capire senso e limiti del dire che un messaggio viene codificato dall’utente e decodificato dal ricevente/destinatario. La nozione di codifica appare troppo rigida. 
Per il primo aspetto, mettere in codice un messaggio fa pensare che vi sia un contenuto indifferente al codice nel quale lo si versa, mentre abbiamo appena visto che così non è: un codice seleziona i propri significati possibili. 
Per il secondo aspetto, ogni codice deve fare i conti con i problemi di adeguatezza al contesto: in qualche misura i caratteri del contesto sono già implementati nel modo in cui il codice forma i segni, ma per altro verso ogni segno deve fare i conti con un fuori sul quale la sua efficienza va ogni momento provata e possibilmente ribadita. 
Il codice deve fare i conti con le esigenze e i limiti cognitivi e comportamentali dell’utente. Il codice non esorcizza la materialità dei suoi fruitori, deve venire a compromessi con essa. Il ricevente/destinatario sa che il valore di un gesto o di una parola sta a mezza via fra quello che il mittente ha inteso dire e quello che lui ne capirà.

Le articolazioni della semiotica


La versione elementare del modello della comunicazione va abbandonata poiché troppo riduttiva. 
Quel modello si adatta solo a situazioni comunicative del tipo stimolo risposta; al di fuori di situazioni comunicative così meccaniche il modello va arricchito e riformulato con tre grandi correttivi. 
Il primo riguarda il ruolo dell’utente, cui  occorre restituire una parte attiva. 
Il secondo correttivo riguarda di conseguenza il ruolo del contesto. Relazioni di ruolo, fattori ambientali, possibili asimmetrie culturali non sono meri fattori di disturbo della comunicazione, ma variabili fisiologiche di essa. Il contesto con le sue molte possibili stratificazioni forma, di necessità, il riferimento oggettivo di un codice e coincide per buona parte col mondo di cose di cui esso deve poter parlare. 
Il terzo connettivo riguarda il concetto di codice. Nel caso di sistemi di segni complessi, esso si rivela essere molto di più di una macchina per la codifica di richieste. Il codice ha una sua autonomia, una sua grammatica. 
Morris propose di concepire la semiotica come una disciplina articolata in tre sottodiscipline , o meglio tre prospettive di studio dello stesso oggetto, cioè il segno. 
Il segno risulta essere costituito da 3 o 4 fattori cioè:  veicolo segnico, designatum, interpretante e interprete. Veicolo segnico equivale a significante mentre designatum equivale a significato, mentre la figura dell’interprete corrisponde all’utente. L’interpretante è invece qualsiasi possibile formulazione di un segno da parte dell’interprete. Se guardo ai rapporti che un segno intrattiene con altri segni ho una considerazione sintattica di essi; se guardo ai rapporti tra segni e oggetti o situazioni da esso designati ho la semantica; se guardo ai rapporti tra segni e loro utenti ho la pragmatica. 
Morris dice che la semiosi ha un carattere unitario. È opportuno aggiungere che il concetto di semantica utilizzato da Morris non distingue a sufficienza fra la dimensione referenziale e quella intersegnica del significato, che fa dipendere il significato di ciascun segno della rete di rapporti entro cui si situa. 

Basi evolutive della semiosi


Abbiamo definito la semiosi umana come una sintesi di natura e cultura. Se il secondo di questi termini è stato fin dall’inizio al centro dell’attenzione di chi ha pensato filosoficamente al linguaggio umano, ragioni sia religiose sia filosofiche, legate al timore di diminuire o negare la posizione privilegiata dell’uomo rispetto alle specie animali hanno spinto in tale senso. La semiosi dipende da una gamma di presupposti naturali, inerenti al funzionamento del nostro corpo che si sono gradatamente evoluti. Si è fatta strada una concezione secondo la quale la semiosi si sarebbe rilevata un eccezionale dispositivo vincente ai finiti della selezione naturale. La specie diventa capace di usare simboli e si impone sugli animali e sulle altre specie inferiori.

Evoluzione della semiosi


Sostenere che la semiosi è una sintesi di natura e cultura significa che gli esseri umani ereditano geneticamente la capacità di utilizzare qualcosa di percepibile come significante e qualcosa di immateriale come significato; mentre imparano tramite l’educazione e l’inserimento sociale a riempire tale capacità con concreti sistemi di segni. 
La capacità di cui parliamo è frutto di un lungo processo evolutivo iniziato milioni di anni fa. Attraverso l’evoluzione della specie è stata acquisita la facoltà di linguaggio (Saussure)o semplicemente facoltà semiotica. 

Basi anatomiche: l’apparato di fonazione


Ciò che abbiamo finora chiamato codici sono invece la parte culturale del processo. Tutti i bambini alla nascita hanno capacità semiotiche uguali ma la lingua che imparerà dipenderà dalla famiglia in cui vive e dall’ambiente sociale nel quale sarà accolto e crescerà. Oltre alla lingua il bambino apprenderà sistemi prosodici e intonativi. La facoltà del linguaggio risulta quindi qualcosa che rechiamo nel nostro patrimonio genetico, ma che non abbiamo posseduto da sempre. Grazie ai processi evolutivi, al cambiamento di strutture fisiche, alla ristrutturazione dell’apparato respiratorio è nata la prima elaborazione della facoltà di linguaggio ma ci sono voluti altri milioni di anni per arrivare al perfezionamento di tale capacità. Inoltre legato alla capacità semiotica è anche il cervello che è stato attrezzato di tutte le capacità e le strutture per la semiosi. Attraverso le specie ominidi come l’homo erectus siamo giunti all’homo sapiens e all’uomo moderno dal quale discendiamo che gia possedeva il linguaggio verbale.

Cervello e linguaggio


Nell’evoluzione del linguaggio verbale ebbe una funzione determinante la formazione dell’apparato di fonazione, questo oggi consente all’individuo umano gesti espressivi di grandissima raffinatezza. Il neonato ha un apparato fonetico alla nascita simile a quello di uno scimpanzé e lo sviluppa nei 7/10 anni di vita. 
Oggi si ritiene che le specie ominidi avessero un surrogato del linguaggio e che potessero articolare molti suoni, a partire dalla specie sapiens si determinano le condizioni per le vocali.
L’apparato respiratorio si è adattato lentamente a funzionare anche come apparato di fonazione. Ciò ha determinato una perdita del potenziale respiratorio e una ristrutturazione anatomica.
Negli antichi la laringe infatti era molto più in alto e ciò consentiva di lasciare libero il passaggio al cibo, nell’uomo moderno la laringe si è abbassata e corrispondentemente la lingua si è arretrata, quando il cibo viene ingerito la laringe deve chiudersi ermeticamente per non farlo finire nella trachea (lo fa in automatico). Grazie al suo abbassamento però la laringe ha reso più flessibile il canale che conduce alla cavità orale attraverso cui passa l’aria e quindi si articolano i suoni. 
Il processo di comprensione si articola grazie al cervello che ha la capacità di elaborare i segnali uditivi trasmessigli dall’orecchio in termini di unità linguisticamente pertinenti e contemporaneamente di selezionare i valori semantici corrispondenti. Il processo avviene ad altissima velocità.
Al lavoro compiuto dagli apparati di percezione si aggiungono tutte le variabili esterne al segnale che caratterizzano ogni processo di comprensione fra normodotati. 
La semiosi umana dipende evolutivamente dalla parte del cervello più recente, la corteccia. L’unità di base è il neurone. Una tesi localizzazioni sta è quella di Broca e Wernickeche ipotizzarono che l’area preposta alla comprensione fosse specifica. Da allora infatti l’emisfero sinistro è ritenuto responsabile della capacità linguistica (e anche essenziale nel caso dei sordomuti).

Formatività del linguaggio


L’idea che il linguaggio sia non solo lo strumento del pensiero, ma in certo modo il dispositivo che innesca quest’ultimo, può essere espressa sinteticamente con il concetto di formatività. Tale concetto è stato variamente sostenuto nel corso della tradizione filosofica e scientifica. Limitandoci all’epoca moderna, Leibniz, per aver sostenuto che ogni nostro ragionamento si compie per mezzo di certi segni o caratteri. 
Il segno abilita la formazione del ragionamento perché consente alle persone di svolgere processi di pensiero in modo cieco o simbolico: di svolgere il pensiero mediante schemi astratti, senza diretto ricorso a una conoscenza piena o intuitiva della molteplicità individuale delle cose, che sarebbe al di là dei limiti della mente umana. 
Von Humboldt che formula per primo con chiarezza il principio di formatività e ne fa discendere quello della specificità storico culturale delle lingue. 
Il linguaggio è l’organo formativo del pensiero, l’attività dell’intelletto è interiore e si estrinsea mediante il suono e quindi è tutt’uno con il linguaggi, c’è interattività tra il pensiero e il linguaggio.
Articolazione del suono e articolazione del pensiero sono dunque le due facce di uno stesso processo intrinsecamente creativo. 
L’oggettivarsi del suono-pensiero in segno, il suo porsi dinanzi ai parlanti ai parlanti come un che di distinto e autonomo, dà un’identità alle nostre nozioni, le stabilizza, le rende comunicabili. In questo processo decisivo è il ritorno uditivo del linguaggio: dopo che abbiamo pronunciato una parola siamo noi i primi ascoltatori; il linguaggio si colloca a mezza via tra noi e il mondo, nella forma di un’oggettività che fa ritorno al soggetto. È così che la lingua finisce col funzionare come una specie di reticolo che noi gettiamo sulla realtà, ritagliando secondo il punto di vista della comunità parlante, generando non solo forme foniche, ma anche i significati peculiari di quella comunità. 
Il principio di formatività distrugge non solo l’idea del carattere prelinguistico o alinguistico dei  significati, ma anche quello della loro universalità. Si dà così una ragione interna delle asimmetrie semantiche esistenti fra le lingue e della difficoltà, se non talvolta dell’impossibilità, di tradurre letteralmente concetti anche semplicissimi da una lingua all’altra. 
Saussure, sviluppa il concetto di formatività in quello di arbitrarietà radicale. Tale nozione ha a che fare col modo in cui le lingue segmentano, su due piani del loro funzionamento semiotico, il materiale fonico e il materiale concettuale. Su entrambi i piani vengono proiettati dei limiti che determinano arbitrariamente l’identità e lo spazio reciproco dei suoni linguistici e dei significati. Sul piano dei significati, l’arbitrarietà radicale spiega perché una stessa esperienza possa essere rappresentata da lingue diverse con un numero differente di termini, in modo che una lingua volta a volta suddivide o viceversa unifica ciò che un’altra lingua reciprocamente suddivide o unifica. 
Saussure suggerisce che il nocciolo di una lingua verbale stia nella forma che essa impone ad una materia. Si tratta quindi di un formare arbitrario, dipendente da ragioni storico-culturali, che si esercita autonomamente su tutti e due i piani del segno. 
L’arbitrarietà radicale saussariana appare uno sviluppo di una parte almeno della teoria di Humboldt, e si offre come dispositivo concettuale potente per spiegare e tematizzare la diversità delle lingue. Essa è stata ripresa da Hjelmslev che ne ha perfezionato lo schema logico. È chiaro che l’arbitrarietà radicale, nel momento in cui illustra la reciproca inerenza di linguaggio e pensiero, rappresenta una definitiva smentita del preteso carattere convenzionale o strumentale del linguaggio. Inoltre tale principio appare estendibile a ogni linguaggio storico- naturale umano.
Cos’è la PERTINENZA? Significante e significato si riferiscono a classi astratte e non eventi concreti; queste classi  vengono definite attraverso una dinamica sociale e storica in cui le comunità parlanti selezionano certe caratteristiche. Questo processo di scelta è detto “radicalmente arbitrario”.
Identificare un fenomeno vuol dire “differenziarlo” da tutti gli altri che con esso compongono il sistema fonologico di una lingua. 

Teoria dell'arbitrarietà radicale, corporeità, categorizzazione


Intorno alla teoria dell’arbitrarietà radicale si è molto discusso, essa è stata utilizzata dai fautori del cosiddetto relativismo linguistico, per sostenere una versione estrema del principio di formatività. Il linguaggio opererebbe come pura forza creatrice, senza subire alcun condizionamento dal contorno naturale e fisico della specie. A tale lettura se n’è contrapposta un’altra, antiarbitrarista, che accentua il ruolo giocato da condizionamenti e processi prelinguistici o addirittura non linguistici nel modo in cui vengono elaborate le categorie del linguaggio. 
Un tipico argomento fa leva sulla percezione che media il nostro rapporto con la realtà esterna. In uno studio celebre Berlin e kay, dimostrano che i modi di categorizzare i colori non sono arbitrari, perchè tutte le distinzioni di colore presenti nelle lingue dipendono da alcune distinzioni primarie, universali in quanto radicate nell’organizzazione del nostro sistema percettivo.
Le distinzioni primarie sono i colori focali, che agiscono grosso modo così: se una lingua ha solo due nomi per esprimere un colore, questi saranno il bianco e il nero. 3, rosso. 4,giallo o verde, fino a 11 colori che formano le categorie universali, sancendo con queste teorie il carattere vincolato, naturalistico, delle categorie linguistiche.
La soluzione sta nel mezzo: non bisogna né idealizzare il linguaggio come energia puramente spirituale, né negare la funzione di mediazione,reticolo,che esso ha nei processi di conoscenza.
Sembra giusto affermare che l’attività formatrice si situi entro una serie di vincoli i quali dettano per così dire i limiti dello spazio in cui quell’attività può esprimersi. ES: i sistemi fonologici hanno un minimo di 11 fonemi (Polinesia) massimo di 141 (Botswana, in Italia 30) ciò spiega che esistono dei limiti al numero di distinzioni fonologiche che il cervello è in grado di rendere e usare.
Anche l’uso delle frequenze acustiche non è senza confini: un adulto è in grado di udire frequenze comprese tra 20 e 20000 Hz, non udirà infrasuoni o ultrasuoni; metafore, su, giù, usati nelle varie lingue.

DE SAUSSURE: ARBITRARIETA' RADICALE ORIZZONTALE: le lingue segmentano,sui due piani del loro funzionamento semiotico, il materiale fonico e il materiale concettuale, proiettando su entrambi i piani dei limiti (un reticolo appunto) che determinano arbitrariamente l’identità e lo spazio reciproco dei suoni linguistici e dei significati, a seconda di ragioni squisitamente storico culturali.
Il nocciolo di una lingua verbale sta nella "forma" (nel sistema di pertinenze, distinzioni) che essa impone (proietta su) a una data sostanza o materia (fonica o significazionale).
E’ detta anche orizzontale perché agisce in parallelo su tutti e due piani del segno.
L’arbitrarietà radicale-orizzontale (sostenuta dal relativismo linguistico) si offre a spiegare e tematizzare la diversità delle lingue in opposizione al preteso carattere convenzionale o strumentale del linguaggio.
TEORIA ANTIARBITRARISTA: accentua al contrario di De Saussure il ruolo giocato nella categorizzazione del linguaggio da condizionamenti e processi prelinguistici, facendo leva per esempio sulla natura della percezione.

Due studiosi americani, Lakoff e Johnson hanno fatto notare che in alcune lingue ci sono metafore radicate nei nostri schemi di percezione della realtà. Una metafora è un dispositivo linguistico che accosta due ambiti eterogenei dell’esperienza attraverso un meccanismo predicativo. Il linguaggio è fitto di questi procedimenti.

Nell’applicazione alle categorie linguistiche rientra la nozione di “prototipo” coniata da Rosch per spiegare come categorizziamo gli oggetti secondo la teoria della conoscenza tradizionale un concetto si definisce tramite la presenza o l’assenza di un tratto definitorio. In realtà un oggetto non viene incluso nell’estensione di un concetto tramite un procedimento binario ma graduale. Quindi i confini dei concetti non sono rigidi ma possono variare. 
Il “prototipo” è il membro centrale di ogni categoria. 
Wittgenstein riteneva che l’appartenenza di un entità a un certo significato dipenda da un criterio di “somiglianza di famiglia”.
Grazie alla nozione di “indeterminatezza dei confini” i significati linguistici sono entità insieme stabili e mobili collegate tra loro nel sistema dell’esperienza culturale di una società. 
Questo sistema può essere detto enciclopedia cioè il modo di un conoscere in cui ogni elemento è potenzialmente collegabile ad un altro.
di Anna Carla Russo
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