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Legami

Fairbairn afferma che la psicologia è lo studio dei legami che l'individuo ha con i suoi oggetti e la psicopatologia è lo studio che ha con i suoi oggetti interni: l'Io centrale si scinde e perde dei pezzi, più oggetti interni cattivi si hanno, più si perdono pezzi dell'Io centrale; ciò significa che si è vincolati dalle proprie esperienze cattive. Fairbairn, verso la fine degli anni '50, arriva a pensare che quello che rimane dell'Io centrale è ciò che mi permette di investire nei miei oggetti esterni; ciò significa che più Io centrale avrò perso a causa degli oggetti cattivi, meno Io centrale avrò a disposizione per legarmi agli oggetti esterni.

Io non rinuncio all'oggetto cattivo perché ne ho bisogno, e passo la mia vita a cercare oggetti cattivi da cui divento completamente dipendente, sperando che le cose possano cambiare.

Fairbairn tratta dei pazienti che hanno avuto e che hanno legami distruttivi.

L'Io antilibidico (chiamato anche sabotatore interno) è legato all'oggetto rifiutante, e quindi andrà a ricercare altri oggetti rifiutanti ostili, persecutori, abusatori… Si identifica con gli aspetti deprivanti della madre (“io faccio schifo, io posso fare male, allo stesso modo in cui una volta si faceva male a me”).

L'Io antilibidico dirige l'aggressività anche nei confronti dell'Io libidico, cioè quella parte dell'Io che spera che le cose possano cambiare. Fairbairn sta descrivendo quindi dei conflitti che si vengono a creare tra parti dell'Io del bambino o dell'adulto, legati agli oggetti cattivi, e che si fanno la guerra tra di loro: il conflitto non è più tra pulsioni, realtà ed Io, ma all'interno di parti diverse all'interno del proprio Io. (*)

Perché postulare parti diverse? Perché per la persona abusata c'è un aspetto di amore e idealizzazione verso la figura abusante (grazie al fatto che l'oggetto buono è esterno è tenuto separato dall'oggetto cattivo che è stato interiorizzato), un secondo aspetto che fa sì che la persona si senta cattiva e quindi meritevole dell'abuso (l'Io antilibidico, cioè la parte di Io legata all'oggetto frustrante) e infine un terzo aspetto che dice: “se solo cambio io, l'abuso finirà”; oppure: “forse riesco a cambiare questa persona, basta che io mi comporti in maniera diversa” (è l'Io libidico, cioè la parte di Io legata allo oggetto allettante). Il secondo aspetto è anche un aspetto autopunitivo che deriva dall'Io sabotatore interno, che fa credere di meritare l'abuso.

L'aspetto fondamentale che Fairbairn cerca di spiegare è il perché le persone abusate si aggrappano ala persona che li abusa: abbandonare l'oggetto cattivo esterno è come abbandonare l'oggetto a cui la persona era legata --> significa abbandonare ciò che hanno sempre conosciuto, ciò che nel mondo esterno riflette il loro mondo interno, per qualcosa che non conoscono.

Questo modello spiega inoltre:
• da un lato coloro che, avendo subito abusi, a loro volta diventano abusatori --> si identificano con il sabotatore interno (che dice “io faccio schifo”, “io sono cattivo”)
• dall'altro coloro che si vanno a cercare ulteriori oggetti che abusano di loro (parte dell'Io legata all'oggetto allettante).
(*) Per spiegare perché il sabotatore interno (SI) se la prende con l'Io libidico (la parte dell'Io che spera che le cose possano andare diversamente) fa l'esempio di ciò che accade con l'analista: un analista che 'sbaglia tutto', se parla, 'non ha capito', se non parla- incarna l'analista stereotipo', se è puntuale: 'fa l'ossessivo', se è in ritardo 'prova che non gliene importa nulla'; L'analista non sente di fare errori, ma che è incondizionatamente 'sbagliato': Interpreta: «Da tanto tempo mi dice che non sono in grado di capirla…non credo che sia stata più dura con me di quanto lo sia con se stessa (trattare come mi tratta l'oggetto e come tratto l'oggetto). A dire il vero credo che gli attacchi che sferra a se stessa sono molto più violenti di quelli che fa a me. Credo che non solo creda di aver sbagliato tutto, ma che sente la sua stessa esistenza come sbagliata e che l'unica cosa che le rimane da fare è diventare un'altra persona. Naturalmente se dovesse riuscire in questo intento, sarebbe morta, e non sarebbe mai esistita…dopo un po' disse a bassa voce 'la prego dottore non si arrenda'». (Ogden, 2012)


di Mariasole Genovesi
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