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SMALTIMENTO DEI RIFIUTI EVENTUALI


E' una dimensione sempre più rilevante e centrale nelle decisioni di acquisto e nelle scelte delle pratiche d’uso.
Molte strategie imprenditoriali mettono in luce l’impatto di un prodotto sia nella fase d’uso che di smaltimento già a partire dalla fase promozionale stessa.
Il consumo non è né buono né cattivo, e ci porta a distinguere due fenomeni spesso confusi nella realtà: il consumismo e il consumerismo.
Il consumismo è un fenomeno legato alla crescita del cosiddetto tasso di consumatività, cioè alla contrazione del tempo di uso del prodotto; è la corsa ai consumi, e ha a che fare con una società sempre più orientata al consumo.
Il consumerismo ha a che fare con la critica al consumismo e in particolare con l’affermarsi di una nuova attenzione ai diritti, agli interessi e alla tutela del consumatore.
Se non tutti lavoriamo, però sicuramente tutti consumiamo per definire la nostra posizione sociale, per esprimere la nostra personalità.
Per capire come nella nostra realtà si affermi una dialettica tra consumismo e consumerismo, bisogna prima affrontare una questione preliminare, cioè chiarire se il consumo sia un fatto privato (quindi sostanzialmente legato alla libertà individuale e all’interesse individuale) oppure pubblico, cioè se nel consumo possano convivere una serie di dimensioni sensibili all’interesse collettivo, vale a dire a quel benessere della comunità di appartenenza che sta emergendo come problema.
Il consumo è stato a lungo definito come un fenomeno privato.
Il consumo è stato ampiamente identificato dalla letteratura come un fenomeno privato (cioè legato alla soggettività, all’individualità della persona, alla sfera individuale, dove le decisioni prendono corpo solo tenendo conto di un interesse ego-riferito). I consumi sarebbero difatti la massima espressione della libertà individuale, quindi soggetti al desiderio, alla massimizzazione della soddisfazione personale.
Per i sociologi questa enfasi sull’individualità si trasforma in individualismo, in un atto quasi di egoismo dell’individuo che, nel momento in cui consuma, sottovaluta consapevolmente le conseguenze dei suoi gesti sulla realtà che lo circonda (ambiente e/o altre persone, le generazioni future o le persone del Terzo Mondo).
Il filone definito Scuola di Francoforte sottolinea proprio questa deriva individualistica dei consumi, con il consumatore che trascura le responsabilità verso la realtà che lo circonda.
Per Scuola di Francoforte ci si riferisce al gruppo di sociologi europei che si spostarono negli USA a seguito del II Conflitto Mondiale, interessandosi molto ai temi dell’individualismo e delle derive consumistiche, cioè le conseguenze sulla qualità della vita personale e collettiva di questa rincorsa al consumo.
Il consumo è la massima espressione della massimizzazione del benessere personale, individuale, laddove per benessere si intende il benessere materiale, cioè perseguire la ricchezza, la crescita delle opportunità di disporre di beni e servizi.
Questa è una posizione ideologica, in quanto questa considerazione si fonda largamente su di un pregiudizio, cioè che nei consumi sia centrale l’interesse personale e che non possa esistere altro che l’interesse personale: nella società contemporanea difatti si sviluppano tutta una serie di consumi, di sensibilità che provano a conciliare l’interesse personale con la responsabilità verso l’ambiente, verso le persone anche non presenti (ad esempio il consumo critico, il consumo eco-compatibile, o il commercio equo e solidale, che invece cercano di conciliare le due dimensioni).
Quindi se si considera la letteratura il consumo è un fatto privato; ma se si considera la realtà dei fatti ci si accorge dell’ambivalenza del consumo, ci si accorge che a lato di questa deriva individualistica esistono tutta una serie di espressioni che provano a conciliare le due dimensioni, cioè la realizzazione personale attraverso il consumo con quella che si potrebbe chiamare la coscienza ambientale e sociale, vista come un controllo sulle esternalità negative dei comportamenti assunti dagli attori sociali.
Questa ambivalenza raggiunge tutta la sua significatività quando analizziamo due dimensioni:
-precondizioni economiche dei consumi (ruolo delle istituzioni): in base alle precondizioni della realtà in cui matura il comportamento che vincolano il nostro agire; significa andare a considerare come il nostro agire non è nella realtà dei fatti totalmente libero, perché matura in un sistema di istituzioni e forme regolative che condizionano e orientano la nostra attività (ad esempio il mercato è di per sé un’istituzione, in cui gli attori economici non sono completamente liberi di definire le condizioni di scambio, perché certe merci magari vengono escluse dal commercio, o perché si formano dei cartelli per creare monopolio in un settore, con la conseguenza che la libertà di consumare viene limitata in tale settore);
-conseguenze dei consumi (effetti sociali e culturali): esistono delle conseguenze sociali degli atti che andiamo a compiere con il nostro consumare (acquistare un bene piuttosto che un altro può avere un certo impatto ambientale, così come determinare la povertà o la ricchezza di una certa area: si può allora parlare del boicottaggio di quei Paesi che producono palloni tramite la manodopera infantile).
Il consumo diventa così un fenomeno ambivalente in cui la libertà individuale si confronta con una serie di identità culturali e politiche che nascono proprio sull’identità di consumatore: viene così promossa da una serie di movimenti sociali una nuova cultura del consumo, movimenti che lottano per l’affermazione di una società più equa non più facendo riferimento come in passato al ruolo di cittadini, quindi alla rivendicazione di un intervento statale, ma facendo leva sul loro ruolo di consumatori, utilizzando il consumo come voto, come strumento per far cambiare il comportamento al sistema imprenditoriale piuttosto che agli enti governativi.
Per movimenti sociali (o movimenti del consumo) si fa riferimento a forme di auto-organizzazione, di gruppi di persone che si mobilitano per raggiungere un certo risultato: una forma tipica di auto-organizzazione è la campagna di boicottaggio (ad esempio la rete Lilliput che informava i cittadini che una quota delle bollette che doveva essere indirizzata alle energie rinnovabili, invece era stata destinata alla costruzione di inceneritori).
Differente è invece l’associazionismo di consumo, che vengono definiti anche sindacati dei consumatori, cioè dei gruppi in questo caso organizzati e strutturati di persone che professionalmente si occupano di difesa dei consumatori.
Risulta evidente la differenza tra cittadini che si auto-organizzano in gruppi come movimenti di volontariato per informare, per tutelare, per risolvere un problema e invece quello che è un gruppo professionale, una vera e propria lobby, che magari punta allo stesso risultato, ma con una struttura molto diversa.

I movimenti sociali portano avanti una visione alternativa a quella consumistica volta a conciliare l’interesse personale e l’interesse collettivo e orientata a perseguire l’assunzione di responsabilità per mezzo del consumo.

Questa nuova cultura è eterogenea, cioè ne esistono diverse espressioni che si rifanno a due matrici:
- matrice della SOSTENIBILITA’: accoglie e valorizza il pensiero liberistico, che accetta un ruolo forte del consumo, proponendosi tuttavia di controllare le esternalità negative (si parla difatti di sostenibilità); si punta maggiormente sul ruolo della tecnologia, sull’innovazione di prodotto (ad esempio in un’ottica di sostenibilità non mi propongo di eliminare il sacchetto di plastica, ma di trovare il sacchetto di plastica che sia biodegradabile);
- matrice della SOBRIETA’: la sobrietà porta con sé una critica molto forte al modello capitalistico di stampo liberale, proponendo un’autolimitazione volontaria dei consumi, che punta ad un cambiamento degli stili di vita.
Ora cerchiamo di capire come si è affermato questo modello di privatizzazione dei consumi.
Tratto da SOCIOLOGIA DEI PROCESSI ECONOMICI di Andrea Balla
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