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Trasformazione del lavoro e ruolo della sicurezza sociale

Storicamente, la sicurezza sociale ha sempre svolto un ruolo essenziale nell'accompagnare e favorire i grandi processi di trasformazione economica, innanzitutto agevolando l’adattamento della forza lavoro al modello fordista di produzione di massa e gerarchizzato, come elemento portante dello scambio tra subordinazione e sicurezza.
Si tratta di un ruolo che i meccanismi di protezione sociale hanno giocato pure nella prima fase della ristrutturazione dell'economia industriali, facilitando, a partire dalla seconda metà degli anni 70 dello scorso secolo, "l'adattamento al processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro mediante l'attenuazione delle conseguenze economiche negative subite dalle vittime dei cambiamenti, rafforzando così la coesione sociale e riducendo il conflitto".
Gli istituti di sicurezza sociale e hanno in realtà già cominciato a fornire prime efficaci risposte a quella esigenza di "ridespiegamento" dei confini e delle tecniche di protezione del diritto sociale, generalmente avvertita di fronte alla tendenza alla pluralizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi e di vita.
La domanda di sicurezza attiva di fronte ad una crescente incertezza di situazioni professionali e di vita non proviene dal solo campo del lavoro subordinato (e in particolare solo da quello che si estrinseca nell'instaurazione di rapporti "stabili", a tempo pieno e indeterminato), ma dal più ampio universo della "lavoro" (anche non retribuito) che si svolge nel mercato o fuori di esso.
Anche in tal caso appaiono condivisibili le indicazioni elaborate dal Rapporto Supiot, che propone di strutturare attorno a quattro cerchi concentrici un sistema di diritti sociali capace di comprendere dinamicamente l'intero arco delle situazioni in cui può esprimersi il bisogno di sicurezza del soggetto.
Il primo cerchio, quello dalla circonferenza più ampia, comprende la sfera dei diritti sociali universali, ovvero dei diritti garantiti ad ognuno indipendentemente dallo svolgimento attuale di qualunque forma di lavoro (ad esempio il diritto alla salute, all'assistenza per i bisogni familiari, all'istruzione e alla formazione, ma anche a risorse sufficienti in caso di disagiate condizioni economiche).
I cerchi successivi si rivolgono via via a soddisfare bisogni di sicurezza più specifici, perché differenziati in relazione alla collocazione del soggetto nell'universo dell'attività lavorativa, senza ovviamente disconoscere la specifica densità di tutela richiesta da lavoro che si svolge alle dipendenze e sotto la direzione altrui.
La prospettiva in cui si colloca è quella del superamento dei limiti della selezione operata dal welfare occupazionale e categoriale, per allargare le occasioni di inclusione dello Stato sociale e aumentare la sua performance in termini di garanzia di uguali opportunità per tutti, in conformità con precise indicazioni di fonte comunitaria e, prima ancora, della nostra Costituzione.
In tal senso, le strutture universalistiche del welfare italiano rimangono ancora troppo deboli, specialmente se raffrontate con la media europea.
di Stefano Civitelli
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