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Indipendenza della banca centrale e variabili macroeconomiche: relazioni empiriche.

Informazioni tesi

  Autore: Marco Boni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano
  Facoltà: Economia e Finanza
  Corso: Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari
  Relatore: Lucia Dalla Pellegrina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 34

Obiettivo principale del lavoro è verificare empiricamente gli assunti postulati dalla miglior dottrina in merito alle relazioni tra indipendenza della banca centrale e principali variabili macroeconomiche di natura monetaria, fiscale e reale, nel decennio 2000-2009, mediante lo studio della correlazione tra i fenomeni.
L’analisi si basa in primo luogo sulla costruzione di un indice, diviso in 2 componenti, al fine di misurare in modo più obiettivo l’indipendenza della BC. Tale indice è stato costruito sulla raccolta di dati provenienti da fonti ufficiali, in particolare da tutti gli statuti delle BC oggetto di studio e dai relativi siti internet ufficiali.
L’indice viene poi confrontato con alcune variabili macroeconomiche per studiare il grado di correlazione e esplicitare le componenti della regressione lineare.
Dallo studio emerge una chiara correlazione (negativa) tra indice del grado di indipendenza della BC, tasso di inflazione e tasso di disoccupazione. Vengono altresì individuate altre correlazioni con le principali variabili macroeconomiche ma queste non sono confermabili ad un livello di confidenza statisticamente soddisfacente.

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4 1 INTRODUZIONE A partire dalla metà degli anni ’80, il tema dell’indipendenza delle banche centrali, è divenuto fulcro di accesi dibattiti che spaziano dall’ambito macroeconomico a quello politico (Bade R. & Parkin M. 1984). I sostenitori dell’indipendenza della banca centrale si basano sull’ipotesi che, se la politica monetaria fosse a discrezione esclusiva del potere politico, verrebbero applicate logiche di breve periodo, volte ad un utilizzo non idoneo di tale politica, il quale genererebbe inflazione (Grilli Masciandaro & Tabellini, 1991; Cukierman, 1992, Eijffinder & De Hann, 1996). I politici, i quali difficilmente improntano le loro scelte su di un'ottica di lungo periodo, sarebbero portati a coadiuvare il loro operato tramite la produzione di moneta, che porterebbe ad un aumento spropositato del tasso di inflazione, con conseguenze sulla stabilità dei prezzi. La posizione dei politici, nel caso la politica monetaria fosse di competenza esclusiva del Governo, presenterebbe un conflitto di interessi intrinseco, tale da portare a conseguenze potenzialmente dannose. Un politico, al fine di garantire la propria carriera, tenderebbe a utilizzare la politica monetaria per creare, sia nei cittadini che nelle lobbies, un livello di soddisfazione superiore. Esempio sicuramente non esaustivo è quello del politico che mira a un più altro grado di popolarità, abbattendo i tassi di interesse. Tale visione è indubbiamente miope: mutare nel verso espansivo la politica monetaria senza reali motivazioni economiche, porterebbe nel tempo alla creazione di inflazione. Si pensi al caso zimbabwano dove il Governo, rimborsando i debiti pubblici con l’emissione di cartamoneta, produceva inflazione. 1 La decisione di 1 La situazione zimbabwana è una situazione patologica, esempio di un utilizzo errato della politica monetaria. Grossi errori sono stati commessi non solo prendendo soluzioni macroeconomiche errate, ma anche tentando di arginare una crisi di iperinflazione (la più elevata al mondo) con strumenti non adeguati e non appartenenti alla politica monetaria. L’iniziale inflazione galoppante fu causata dal rimborso del debito pubblico mediante la produzione di moneta, sotto impulso del Governo centrale, che tentava di riassestare i conti statali. Quando la situazione iniziava a uscire dal controllo del Governo, lo stesso Governo prese delle contromisure totalmente errate, decidendo di non utilizzare strumenti contemplati dalla macroeconomia e dalla politica monetaria. Il Governo approvò una legge la quale contrastava l’inflazione, vietando (a livello penale) ai commercianti di alzare i prezzi dei propri prodotti. Tale assurda pretesa, fece uscire dal mercato i commercianti (offerta), lasciando dunque dal lato dell’offerta solo ed esclusivamente persone che, rialzando i prezzi, erano etichettate come criminali. L’offerta dunque crollò e si diffuse una sorta di “monopolio criminale”, dove gli unici venditori erano persone che infrangevano la legge. Ovviamente, crollando l’offerta, i prezzi aumentano a dismisura. In tal modo l’inflazione aumentò di circa mille volte in un mese.

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