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Il doppiaggio come traduzione linguistica e culturale: il caso Frankenstein Junior

Informazioni tesi

  Autore: Ilaria Marioni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2010-11
  Università: Università per stranieri di Siena
  Facoltà: Lingua e Cultura Italiana
  Corso: Mediazione linguistica e culturale
  Relatore: Vera Gheno
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 80

La seguente tesi si occuperà di illustrare il complesso e intenso processo traduttivo che sta alla base della creazione di una pellicola doppiata: trasposizioni linguistiche certo, ma anche culturali, sono quelle che permettono la realizzazione di un buon doppiato.
Il doppiaggio filmico è un particolare tipo di traduzione, molto interessante ma poco studiato, rispetto ad altre tipologie di traduzione. Solamente alla fine degli anni Ottanta ha iniziato a riscuotere il successo che meritava, ovvero quando è entrato a far parte ufficialmente dei vasti Translation Studies. La peculiarità di un testo doppiato, cioè quella di essere un testo multisemiotico, aveva portato molti studiosi a non considerarlo come una vera e propria traduzione, ma in realtà è una traduzione complessa e completa, che impone ai traduttori determinati vincoli, non riscontrabili altrove, ad esempio i limiti imposti dalle immagini visive, come il sincronismo labiale, o la resa di una battuta di spirito da una lingua all’altra ma soprattutto da una cultura all’altra. Conseguente è che il ruolo dell’adattatore-dialoghista è fondamentale, in quanto oltre a creare un corpus di dialoghi tradotti nella lingua di arrivo, il più vicini possibile alla lingua di partenza, rende anche il discorso narrativo fruibile ad un pubblico che con il passare del tempo è sempre più vasto.
Per questa ragione il doppiaggio assume una straordinaria importanza anche a livello linguistico, contribuendo ad esempio a una sempre maggiore diffusione della lingua italiana, in quanto cinema e televisione sono senza dubbio i mezzi di comunicazione più potenti ed efficaci nel mondo attuale.
Come esempio sono state riportate a confronto le battute della versione originale YOUNG FRANKENSTEIN e la battute tradotte per la versione italiana FRANKENSTEIN JUNIOR.

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INTRODUZIONE Questa tesi nasce principalmente dalla voglia di soddisfare delle mie curiosità personali: due anni fa, nell’inverno 2008, durante il mio soggiorno presso l’Istituto di cultura italiano di Chicago (Illinois-USA) per il tirocinio patrocinato dalla regione Toscana in collaborazione con l’Università per stranieri di Siena, mi sono spesso trovata a guardare film americani, sia già visti in Italia sia sconosciuti, ma comunque in lingua originale: in inglese-americano. La prima cosa che senza dubbio ha attirato la mia attenzione è la traduzione di molti titoli di film, alcuni veramente stravolti dalla traduzione, ma anche rendersi conto che frasi celebri o battute considerate storiche dal pubblico italiano, nella lingua originale sono spesso totalmente differenti. Deduciamo che quello che per noi è “il film”, in realtà è una copia, bella o brutta che sia a giudizio di critici e fruitori. Viene quindi da pensare che più grande sarà la differenza tra le due versione più probabilmente la traduzione sarà stata “infedele” o mal realizzata: ma non è così scontato, tutt’altro. Alfred Hitchcock affermava che «se si crea il proprio film correttamente, lasciando largo spazio alle emozioni, il pubblico giapponese deve reagire negli stessi modi del pubblico indiano» 1 . Per questo motivo la seguente tesi si occuperà di illustrare il complesso e intenso processo traduttivo che sta alla base della creazione di una pellicola doppiata: trasposizioni linguistiche certo, ma anche culturali, sono quelle che permettono la realizzazione di un buon doppiato. Il doppiaggio filmico è un particolare tipo di traduzione, molto interessante a mio avviso, ma molto poco studiato, rispetto ad altre tipologie di traduzione. Solamente alla fine degli anni Ottanta ha iniziato a riscuotere il successo che meritava, ovvero quando è entrato a far parte ufficialmente dei vasti Translation Studies (TS) 2 . La 1 Truffaut Fran ç ois., Il cinema secondo Hitchcock , Il saggiatore, Milano, 2009. pag. 269 2 Nel 1978 Andrè Lefevere, uno dei più celebri teorici della traduzione della seconda metà del XX secolo, propose che il nome “Translation Studies” dovesse essere adottato per denominare la disciplina che si occupava delle problematiche sollevate dalla produzione e dalla descrizione delle traduzioni. Successivamente però, i TS hanno conquistato un’importanza tale da diventare una disciplina autonoma, non più una mera branca di studi di letteratura comparata o di un’area della linguistica, bensì un vasto e complesso campo di studi con molteplici rami di ricerca. 3

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