Le grandi firme della critica televisiva in Italia 1954-2000

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Interfacoltà Informazione e Editoria

Autore: Francesca Astengo Contatta »

Composta da 240 pagine.

 

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La storia della critica televisiva in Italia preesiste la nascita della televisione stessa e il successo devastante di Lascia o raddoppia? Tuttavia, i grandi intellettuali e gli stessi addetti ai lavori nutrono nei confronti del "convitato di vetro" un serio pregiudizio culturale, crociano, snob. Contro Paolo Monelli, Pasolini, Eco, Bocca e Sandro Viola si schierano i quattro critici più sorprendenti della storia del giornalismo: Luciano Bianciardi, Achille Campanile, Sergio Saviane e un invidiatissimo Beniamino Placido. La televisione col cagnolino ne uscirà viva?

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5 INTRODUZIONE Sergio Saviane era solito dire, con il suo brillante e generoso anticonformismo, che la critica ha una figlia legittima che si chiama satira. Apparentemente – e il lettore si accorgerà di quanto questo avverbio sia fondamentale per cambiare continuamente l‟ordine delle carte, già ben rimescolate, di questa tesi – la matrice teorica del “giudizio”, autonomo e autoritario, lega a filo doppio le due discipline esegetiche. In realtà, nessun cittadino del “secolo dei media” si sentirà disposto a negare, se interpellato, che tra satira e critica scorre un fiume immenso, di autorevolezza e di credibilità, di stroncature indorate dall‟alto e di trovate geniali miseramente cestinate. Non vi è dubbio, nella prassi e nella storia, che tra Francesco De Sanctis, il buco nero da cui nacquero Benedetto Croce e tutta la scuola critica italiana del Novecento, e Bobo - per citare il personaggio da vignetta forse più famoso - intercorrono differenze non ignorabili, che fomentano l‟interpretazione della presunta filiazione individuata dal critico dell‟”Espresso” in termini essenziali di grandezze. La satira è più piccola, pesa meno, parla a bassa voce anche quando urla, perché sa di pronunciare parole meno degne; la critica, dall‟alto – e in molti casi è pur vero – della sua scienza infusa e sterminata, ha il pollice di Cesare, decide cosa è vivo e cosa deve morire. Tutto vero, se si tralascia la critica della televisione. Il “convitato di vetro”, come amava chiamarlo Luciano Bianciardi nel simposio del suo divano, sconvolse da subito sia le caratteristiche estetiche a cui le accademie erano abituate, sia quelle temporali. D‟improvviso, nei pochi giovedì che servono al televisore per raggiungere i salotti più comodi della penisola, s‟instilla il bisogno di analizzare uno spettacolo innovativo e inconsueto e di renderlo fruibile, allo scritto sul quotidiano del mattino, tralasciando che l‟evento è ormai passato per sempre. Parole buttate al vento, la critica televisiva. Al vento nella dimensione in cui, come Umberto Eco coglie dal principio, la televisione non è arte e gli strumenti dell‟estetica tradizionale non possono rovistare tra la monnezza. Al vento perché chi non è scoliaste di un fenomeno creativo puro, non ha nessun diritto di essere annoverato nell‟Olimpo della critica e il suo giudizio perde, istantaneamente, ogni brillio di verità e di autorevolezza. A queste