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Gravidanza e parto nell'ospedale di Tosamaganga (Tanzania). Mapenzi ya Mungu (sia fatta la Sua volontà)

Informazioni tesi

  Autore: Agnese Baldassarre
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Antropologia
  Relatore: Ilaria Micheli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 219

La ricerca si è via via costruita intorno all'oggetto principale, il leitmotiv che la percorre interamente: il parto, come pratica corporale e come evento potenzialmente pericoloso, un momento in cui il confine tra vita e morte si assottiglia, ed è facile subire attacchi di potenze esterne o di stregoni.
L'indagine mira a comprendere come le donne del villaggio, e quelle che venivano da lontano per partorire, percepissero il parto, perché avessero scelto di partorire in ospedale e come interpretassero un eventuale evento avverso. Queste domande hanno aperto il campo ad un'esplorazione più ampia, che mi ha portato ad affrontare il tema della stregoneria, dell'attribuzione di colpa e del “senso” del male, il tutto con un'attenzione particolare alla dimensione sociale. Questi tre elementi sono profondamente intrecciati tra loro e concorrono insieme a risolvere il problema fondamentale dello spiegare la disgrazia, per poterla accettare e superare. Ogni società (e ogni individuo) elabora i propri modelli culturali di reazione e spiegazione del male e, durante la mia permanenza sul campo, mi sono proposta di capire quali fossero quelli delle donne di Ipamba.
Ma ogni società elabora anche la propria concezione di malattia e di terapia. Ampio spazio ho dedicato quindi alla medicina locale, leggendola come un elemento in equilibrio precario tra contrapposizione e coesistenza con il sistema biomedico, in un gioco di continua appropriazione e ri-creazione identitaria. In molti sistemi medici locali africani la malattia è considerata come una rottura dell'ordine, ed è sulla dimensione sociale e personale che i guaritori agiscono. Il sintomo, diversamente dal sistema biomedico, è completamente slegato dalla diagnosi e dalla terapia. Visto l'oggetto della mia indagine, il male e la sofferenza erano rappresentati dai rischi legati al parto per la vita della madre e del neonato.
Il parto in sé riveste un duplice interesse, in rapporto alle aspettative e ai timori delle partorienti e sul piano medico-ostetrico. Ho affrontato il parto da due punti di vista, quello etico e quello emico: utilizzando anche i dati delle cartelle cliniche delle donne che hanno partorito tra gennaio e aprile 2013 ho analizzato i concreti rischi medici, relazionandoli con i rischi percepiti dalle partorienti.
In questo continuo intrecciarsi di dimensioni, anche il neonato ricopre una posizione importante, su due piani principali: quello della mortalità perinatale e infantile (e dunque legato ad un discorso medico ma anche sociale e culturale), e quello delle pratiche intorno al suo corpo (ad esempio l'allattamento o il taglio del cordone ombelicale).

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INTRODUZIONE Kujifungua è il verbo swahili utilizzato per indicare il partorire, e significa aprirsi: un'apertura simbolica, ma anche letterale, della donna alla vita. Questo lavoro nasce da un interesse di lunga data nei confronti del corpo femminile e della maternità, dimensione propria esclusivamente alla donna e che ha sempre spaventato il mondo maschile, il quale nei secoli e nelle diverse società ha cercato in vari modi di controllare e gestire la sessualità femminile. Non occorre andare molto lontano per accorgersi come, all'interno dello stesso sistema medico occidentale, la gravidanza e il parto siano gestiti e controllati da medici (e non più levatrici) molto spesso uomini, in quanto decennali politiche/questioni di genere hanno consentito l'accesso allo studio della medicina solo agli uomini. Sovente la capacità della donna di dare la vita è stata considerata come intrinseca, e la donna è stata “ridotta” a questo aspetto generativo, ai suoi organi riproduttivi. La cultura occidentale affonda le sue radici in tale concezione del femminile; Ippocrate, nel suo corpus medico, indica la fonte di tutti i disturbi femminili nell'utero che, “vagando” all'interno del corpo, crea squilibri e malattie, ed è solo con la gravidanza che si realizza la condizione di normalità per la donna: il suo utero, giustamente appesantito, è finalmente fermato. Non a caso il termine isteria (malattia che è stata considerata per secoli – e forse nell'immaginario collettivo lo è tuttora – prettamente femminile) deriva dal greco ustera (ὑστέρα), utero. Durante la gravidanza e il parto, le componenti maschile e femminile si intrecciano, si mescolano, in molte società la partoriente cambia status, per cui nel momento di massima femminilità viene assimilata al mondo maschile. Ancora una volta gli esempi rintracciabili nella storia e nello spazio sono molteplici, attingendo nuovamente al mondo greco emergono una serie di parallelismi tra il guerriero valoroso e la partoriente così, a Sparta, si usava scrivere il nome solo sulle tombe degli uomini morti in guerra e delle donne morte di parto. Questo era il mio background, il passaggio dall'antica Grecia ad un ospedale africano può non sembrare immediato, ma in realtà a cambiare sono solo le variabili temporale e spaziale. Il mio interesse si è in un certo senso concretizzato, mi sono 1

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