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Come si diventa violenti e verso chi

Informazioni tesi

  Autore: Davide Ippolito
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze per l'Investigazione e la Sicurezza
  Corso: Sociologia
  Relatore: Maria Caterina Federici
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 59

Questo elaborato ha l’obbiettivo di capire, come dice il titolo stesso, Come si diventa violenti e verso chi.
Il primo capitolo tratta l’etimologia del termine “violenza” e del termine “devianza” per poi fare un excursus nelle varie teorie che si sono susseguite nel tempo e analizzando i vari aspetti sotto il punto di vista antropologico, psicologico e sociologico. Successivamente gli altri tre capitoli rispondono alla domanda “verso chi si diventa violenti?”. Il secondo capitolo analizza l’aspetto della violenza domestica, non solo quella comunemente conosciuta cioè quella sulle donne, di cui si sente parlare molto spesso, ma anche quella meno conosciuta: violenza sugli uomini, senza tralasciare però la violenza sui bambini. Esamineremo i vari tipi di violenza: psicologica, economica, fisica e sessuale.
Il terzo capitolo invece è centrato sulla violenza che avviene sia all’interno delle forze dell’ordine che nelle aziende pubbliche e private, focalizzando l’attenzione anche sui danni
che tali violenze possono procurare nella vittima. Nello specifico saranno trattati i temi come il nonnismo, il mobbing e la violenza sessuale sul lavoro. Nel quarto e ultimo capitolo il tema predominante è l’omofobia.

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43 CAPITOLO 4: VIOLENZA SUGLI OMOSESSUALI Negli ultimi anni si è molto parlato degli omosessuali, dei loro diritti come l’unione civile, le adozioni, ma principalmente delle violenze fisiche e verbali che ogni giorno sono disposti a subire. Molti giornali importanti hanno trattato questo argomento, ma anche alcune trasmissioni televisive con lo scopo di sensibilizzare, in maniera più diretta e semplice, l’intera popolazione. Gli strumenti di comunicazione, maggiormente utilizzati per fare campagna di sensibilizzazione, sono stati i social network, principalmente Facebook, Instagram e Twitter. Su queste piattaforme ogni giorno si trovano notizie di cronaca, pareri dei vari partiti politici, opinioni da parte del clero, ma principalmente racconti di esperienze vissute direttamente dagli omosessuali. L’Istat dichiara: «Circa il 40% delle persone che si sono dichiarate omosessuali o bisessuali ha affermato di essere stato oggetto di discriminazioni significative all’interno dell’ambito formativo e/o lavorativo, alle quali si sommano le forme di stigmatizzazione ed esclusione subite in altre situazioni» 70 . I gay, le lesbiche e i transessuali vengono visti, da una parte della collettività, come outsider. Questo avviene perché nel Ventunesimo secolo sono considerati come “diversi”. Ma diversi per cosa? Per essere attratti, per provare dei sentimenti, per amare una persona del suo stesso sesso? Ciò non significa essere diversi, ciò significa essere sé stessi. Infatti gli omosessuali hanno un orientamento sessuale che li porta ad amare e a sentirsi attratti da persone del loro stesso sesso, non si sa da cosa dipenda ma sappiamo che non è una scelta, perché ha a che fare con le emozioni e con gli istinti. Prima del 1990 l’omosessualità veniva considerata come una malattia. Nonostante ciò sono ancora molte le persone che in Tv, nelle istituzioni e nella vita di tutti giorni continuano ad affermare il contrario. Questa convinzione può indurre, come già successo, ad atti di omofobia fisica e/o verbale verso persone realmente o anche solo apparentemente “non eterosessuali”. Lo psicologo americano, George Weinberg, utilizza il temine omofobia nella sua opera Society and the healthy homosexual. «Questo neologismo indica l’irrazionale paura degli eterosessuali di trovarsi in presenza di omosessuali e le reazioni di avversione e 70 SERGIO MAUCERI, Omofobia come costruzione sociale. Processi generativi del pregiudizio in età adolescenziale, Franco Angeli, Milano 2015, p. 11.

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