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Il disconoscimento di paternità

La Costituzione Italiana riconosce e tutela la famiglia legittima, cioè fondata sul matrimonio, attribuendole la dignità di società naturale, gruppo intermedio tra lo Stato ed il cittadino e formazione sociale ove si sviluppa la personalità dei suoi membri alla quale riconosce pertanto i diritti inviolabili. Effetto primario che scaturisce dal matrimonio è l’instaurarsi del rapporto di filiazione legittima tra i genitori ed i figli in esso concepiti.
È proprio con riferimento a questa specifica tipologia di rapporto di filiazione che si ricollega l’istituto del disconoscimento di paternità che mira a privare il figlio dello stato di legittimità del quale è titolare in virtù del sistema delle presunzioni previste dagli artt. 231 e 232 c.c., consentendo l’esperimento della relativa azione tendente ad impugnare l’indicazione, non veritiera, della paternità contenuta nell’atto di nascita.
L’istituto è previsto nel codice civile in due di ipotesi:
a) L’azione è liberamente esperibile (art. 233 c.c.) se il figlio si presume non concepito durante il matrimonio (perché nato prima che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione); b) Se il figlio risulta concepito durante il matrimonio (perché nato tra il centottantesimo giorno dalla celebrazione del matrimonio e non oltre i trecento dallo scioglimento dello stesso) l’azione di disconoscimento può essere esperita solo nei casi tassativi elencati all’articolo 235 c.c.
Dopo aver analizzato i presupposti di esperibilità dell’azione di disconoscimento – la quale, come vedremo, è vincolata alla nascita del figlio e all’esistenza del titolo di stato di figlio legittimo -, ci soffermeremo nel secondo capitolo all’analisi delle ipotesi previste nell’art. 235 c.c.: fisica impossibilità di coabitazione tra i coniugi durante tutto il periodo, cui la legge fa risalire il concepimento; impotenza, anche solo di generare; adulterio e celamento della gravidanza e della nascita del figlio. L’ultimo paragrafo sarà invece destinato all’esame dell’azione ex art. 233 c.c. che prevede la possibilità di esperire l’azione per il figlio nato prima che siano trascorsi centottanta giorni dal matrimonio. Si può però già da ora affermare che in entrambi le azioni di disconoscimento, spetta all’attore dimostrare il fatto costitutivo della pretesa.
Il terzo capitolo sarà invece dedicato all’aspetto processuale dell’azione, atteso che al fine di rendere effettivo il disconoscimento è necessario esperire un’azione processuale nella quale oltre ad individuare i soggetti legittimati ad agire, è necessario prendere in considerazione i termini entro cui l’azione può essere esercitata. Elemento di notevole spessore è la dichiarazione della madre che ai fini dell’azione di disconoscimento appare irrilevante tenuto conto dell’applicazione del principio della esclusione del potere dispositivo in materia di status. Si procederà quindi con la valutazione degli effetti della sentenza nonché dell’importanza di tutelare l’interesse del figlio disconosciuto, soprattutto nell’ipotesi in cui questi sia un minore.
La nostra attenzione si concentrerà, infine, su un argomento di scottante attualità quale la fecondazione assistita che anche in detta materia assume connotati fortemente contrastanti soprattutto in relazione al fatto che, nonostante le richieste da parte del mondo etico e giuridico, il legislatore non è, ad oggi riuscito a risolvere l’annoso problema che presenta in materia e che divide da un lato il mondo politico dei cattolici dall’altro quello dei laici i quali discutono su una materia che in quanto relativa ad un argomento etico e morale mal si concilia con le posizioni di chi vuole vincolare la disciplina giuridica ad un asettico e laico modo di interpretare il diritto alla vita e, con esso tutte le problematiche ad esso connesse, ivi comprese il diritto alla procreazione medicalmente assistita che prescinde da un “metodo” naturale di procreazione. In questo caso l’istituto del disconoscimento apre la strada al problema interpretativo circa il consenso del genitore ad effettuare la fecondazione eterologa che, al momento, risulta in Italia vietata. In questa ipotesi si pone il problema di attribuire al figlio nato da fecondazione eterologa uno status filiationis differente da quello veritatis.

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PREMESSA La Costituzione Italiana riconosce e tutela la famiglia legittima, cioè fondata sul matrimonio, attribuendole la dignità di società naturale, gruppo intermedio tra lo Stato ed il cittadino e formazione sociale ove si sviluppa la personalità dei suoi membri alla quale riconosce pertanto i diritti inviolabili. Effetto primario che scaturisce dal matrimonio è l’instaurarsi del rapporto di filiazione legittima tra i genitori ed i figli in esso concepiti. È proprio con riferimento a questa specifica tipologia di rapporto di filiazione che si ricollega l’istituto del disconoscimento di paternità che mira a privare il figlio dello stato di legittimità del quale è titolare in virtù del sistema delle presunzioni previste dagli artt. 231 e 232 c.c., consentendo l’esperimento della relativa azione tendente ad impugnare l’indicazione, non veritiera, della paternità contenuta nell’atto di nascita. L’istituto è previsto nel codice civile in due di ipotesi: a) L’azione è liberamente esperibile (art. 233 c.c.) se il figlio si presume non concepito durante il matrimonio (perché nato prima che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione); b) Se il figlio risulta concepito durante il matrimonio (perché nato tra il centottantesimo giorno dalla celebrazione del

Laurea liv.I

Facoltà: Operatore del servizio sociale

Autore: Marianna Squillace Contatta »

Composta da 105 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1426 click dal 07/07/2009.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

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