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La politica estera dell'ENI di Mattei

Informazioni tesi

  Autore: Luca Paccusse
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Fortunato Minniti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 59

All'indomani della Seconda guerra mondiale, il petrolio assunse un’importanza fondamentale per i paesi industrializzati. Le compagnie petrolifere più importanti nel mercato petrolifero internazionale erano tutte anglo-americane: Esso, BP, Shell, Gulf, Texaco, Socal, Socony-Mobil. Queste società, divenute celebri col soprannome di “Sette Sorelle”, sembravano aver stabilito un regime di vero e proprio monopolio internazionale in grado di vanificare la concorrenza e imporre prezzi artificiosi al mercato. La fama delle “Seven Sisters” nacque in seguito a un’indagine della Federal Trade Commission degli Stati Uniti avviata nel 1949 contro le principali compagnie petrolifere statunitensi per sospetti comportamenti oligopolistici. Nonostante le violazioni delle norme antitrust fossero evidenti, prevalse la via della prudenza e non ci furono procedimenti giudiziari perché il problema principale degli USA negli anni della guerra fredda era la difesa dalla minaccia del comunismo.
Il petrolio, infatti, era divenuto un elemento troppo importante per salvaguardare l’egemonia americana e le compagnie cominciarono ad assumere in questo modo un preciso ruolo politico, essendo diventate veri e propri strumenti della diplomazia.
Fu in questo contesto internazionale che l’ENI - Ente Nazionale Idrocarburi (nato nel 1953 incorporando l’Agip) si trovò ad operare per cercare di garantire all’Italia una certa disponibilità energetica durante i difficili anni del secondo dopoguerra. Per far questo il presidente Enrico Mattei doveva necessariamente espandere la presenza italiana all’estero realizzando una politica energetica adeguata ai bisogni economici del Paese: l’ENI doveva cercare petrolio al minor prezzo possibile, sia facendo pesare la propria posizione di importante acquirente sia rivolgendosi ai produttori indipendenti, che potevano offrire condizioni più favorevoli di quelle praticate dalle grandi compagnie. Negli anni Cinquanta la gran parte del petrolio importato dall’Italia era di provenienza mediorientale. Il mondo arabo stava conoscendo un periodo di forti agitazioni nazionalistiche e anti-occidentali e secondo i sostenitori della necessità di affermare la diversità italiana, sarebbe stato opportuno non opporsi a questi movimenti.
Era infatti presente in Italia una schiera di esponenti politici (sinistra Dc, Psi) che privilegiavano un approccio “neo-atlantico” alla politica estera. Secondo loro l’Italia poteva assumere un ruolo fondamentale nel dialogo con i paesi dell’area mediterranea e avrebbe dovuto approfittare dell’occasione offerta dal declino inglese e francese nella regione mediorientale e collaborare con gli Stati Uniti in quei paesi. Nel caso in cui gli USA non avessero lasciato libertà di manovra al governo italiano non riconoscendone i progetti in Medio Oriente, l’Italia avrebbe portato avanti i suoi rapporti commerciali con questi paesi autonomamente.
Erano le stesse idee di Mattei, che vedeva nella politica neo-atlantica un appoggio importante per i suoi progetti di espansione dell’ENI e di collaborazione con i paesi produttori. Seguendo questa impostazione egli orientò l’azione dell’ENI verso il raggiungimento di accordi rivoluzionari per l’epoca. Attraverso la cosiddetta “formula ENI” infatti, Mattei andava ben oltre il sistema fifty-fifty.
Nel 1957 l’ENI concluse degli importanti accordi con l’Egitto di Nasser e con l’Iran di Reza Pahlavi. Queste intese prevedevano per il paese produttore di petrolio un utile variabile fra il 62 e il 70 per cento (nel caso dell’Iran l’utile salì al 75 per cento). Dopo gli accordi con l’Egitto e l’Iran furono intraprese delle trattative anche con altri paesi del Medio Oriente e dell'Africa, dall'Iraq al Marocco, dalla Libia all'Algeria, ma anche con l'Unione Sovietica, in un contesto di lotte anticolonialiste e di tensioni tra Est e Ovest. Il presidente dell'ENI si dimostrò sempre disponibile a rinunciare a guadagni immediati pur di ottenere la fiducia dei paesi produttori, nella convinzione che fosse la scelta politica vincente per gli anni a venire. Non erano solo ragioni economiche a spingerlo a siglare contratti che lasciavanominori profitti all'ENI. Per Mattei, infatti, erano fondamentali anche le implicazioni politiche legate allo sfruttamento delle risorse petrolifere. Egli era convinto che così facendo avrebbe ottenuto una certa riconoscenza da questi paesi e quindi maggiori possibilità di concludere accordi per sfruttarne le risorse. Una visione di lungo periodo che coniugava gli interessi di mercato con una certa giustizia economica e che si trovava in netto contrasto con l’impostazione dominante allora nel mondo petrolifero. Anche per questi motivi Mattei attirò su di se' non solo ammiratori ma anche contestatori e potenti nemici e la sua morte in un incidente aereo (1962) è ancora avvolta dal mistero.

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3 CAPITOLO I L’ENI E IL MERCATO PETROLIFERO INTERNAZIONALE 1.1 - PETROLIO E POTERE_____________________ Come ha scritto il sociologo americano Robert Gilpin, “esistono tre fonti di potere nel mondo moderno: le armi nucleari, le riserve monetarie e il petrolio”. La guerra fredda richiese un’evoluzione strategica della politica estera americana che, investendone l’intera struttura, segnò il cambiamento nella percezione politica del problema petrolifero, per effetto del quale il petrolio – insieme alle armi nucleari e alle riserve monetarie – divenne uno dei requisiti materiali per l’egemonia, consentendo agli Stati Uniti di assumere dal punto di vista politico, economico e militare il ruolo globale che li caratterizzò nell’era postbellica. Prima della seconda guerra mondiale, gli USA producevano e consumavano quasi il 60% del petrolio disponibile nel mondo. Ad avere grande spazio vi era inoltre il carbone che copriva quasi l’80% dei consumi di energia primaria, mentre il gas naturale veniva in larga parte bruciato ai pozzi petroliferi come scarto della produzione di petrolio. Il Medio Oriente, che dopo la scoperta di grandi giacimenti in Arabia Saudita e Kuwait negli anni Trenta 1 emergeva già come l’area del mondo più ricca di riserve di greggio, produceva soltanto 500.000 b/g 2 ed era quindi un attore con molte prospettive ma ancora marginale nel sistema petrolifero mondiale. Insomma, fino a quel momento il petrolio era quasi esclusivamente un affare americano e britannico. La svolta arrivò con la fine del secondo conflitto mondiale e la ricostruzione in Europa. 1 I giacimenti in Iran erano già conosciuti dall’inizio del secolo, quelli dell’Iraq dagli anni Venti. 2 L. MAUGERI, Petrolio, Milano, 2001, p. 28.

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