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L'evoluzione della sinistra italiana neo e post-comunista dalla Bolognina ad oggi: un'analisi attraverso i discorsi congressuali dei leaders

Informazioni tesi

  Autore: Orazio Luongo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Ottorino Cappelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 366

Cosa è rimasto del vecchio Pci nei partiti sorti dalle sue ceneri negli ultimi vent’anni? Quali percorsi ha intrapreso la sinistra italiana di discendenza comunista dopo il 1991? Quali sono gli elementi di continuità e di rottura con la cultura politica ed il linguaggio del Pci?
Sono questi alcuni dei quesiti a cui la presente ricerca ha provato a dare delle risposte attraverso un’analisi in larga parte empirica delle relazioni congressuali dei leaders della sinistra italiana dal 1991 ad oggi. Il periodo d’osservazione parte più precisamente dal momento in cui il gruppo dirigente del Pci sul finire del 1989 decise di affrontare la sfida dei cambiamenti politici, sociali e culturali di quella fase con il cambio del nome e del simbolo del partito fino ad arrivare alla recente riorganizzazione politica della diaspora comunista italiana attorno a nuovi progetti e sigle (PD, SEL e FdS).
L’assunto di partenza è che nei partiti di filiazione più o meno diretta del Pci sono rivissute e tuttora rivivono significativi elementi di continuità con la multiforme cultura politica del comunismo italiano. Una cultura politica che nel corso di settant’anni di storia è stata protagonista di un costante processo di accumulazione e sedimentazione di risorse simbolico-identitarie culminato nel biennio 1990-91 in un grande dibattito sul nodo dell’identità comunista.
L’indagine si è concentrata in una prima fase sull'esame degli ultimi due congressi nazionali del Pci proponendosi di ricostruire l’identità politica di questo partito attraverso i discorsi congressuali dei suoi principali leaders. Così procedendo, partendo da quelle che si sono definite le “Parole del Pci”, si è delineata l’identità politica degli ultimi anni di questo partito tentando in sostanza di fornire una risposta alla domanda: cos’era il Pci? O più esattamente: cos’era diventato il Pci dopo settant’anni di storia?
Da qui si è passati attraverso un’analisi diacronica, supportata dall’utilizzo di alcuni semplici concetti e strumenti di statistica linguistica, ad uno studio dell’evoluzione storico-politica dei partiti della diaspora comunista italiana di prima e seconda generazione (il Pds/Ds, il Prc e il Pdci, e a seguire il Pd, Sel e la FdS). Per mezzo di un’analisi quantitativa e qualitativa di 60 relazioni congressuali per un totale di oltre 70 ore di interventi si è potuta così delineare la fisionomia di tutti quei partiti che a vario titolo hanno mantenuto e tuttora mantengono uno stretto legame di parentela con l’esperienza politica del Pci.
Con l’esame di quest’ampia mole di fonti primarie rappresentate dai discorsi congressuali di leaders come D’Alema, Veltroni, Bertinotti, Diliberto, Vendola, solo per citare alcuni di essi, si è tracciato il profilo identitario di una realtà politica composita e variegata, genericamente qui definita come la sinistra italiana neo e postcomunista. A partire dal loro linguaggio e dalla rilevazione statistica di alcune parole ed espressioni particolarmente indicative ai fini della determinazione di un profilo di identità politica si è potuto così rilevare il grado di “aderenza” a quel caleidoscopio di simboli, rappresentazioni, ideali e miti condensatisi nella cultura politica del Pci e al contempo si è tentato di fornire delle risposte ad alcuni interessanti interrogativi politici e culturali. Ad esempio: quale trasformazione ha subito il discorso politico della sinistra italiana attorno al tema storico del lavoro? Quale peso ha assunto la società civile e la categoria indistinta del cittadino (il citoyen al centro della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789) nell’identità politica dei partiti di discendenza comunista? Come si è articolato il discorso politico della sinistra post-Pci attorno a temi quali la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà? Quali oscillazioni hanno fatto registrare nel tempo questi partiti lungo l’asse lotta/governo? In altri termini, come è stata declinata e quali significati nuovi ha assunto in Italia la parola "sinistra" dopo il 1991?
L’utilizzo di grafici e tabelle, di grande impatto visivo, disseminati in tutta la ricerca e nel capitolo conclusivo, in cui si è tratteggiato un bilancio finale del lavoro svolto focalizzandosi sull’aspetto strettamente empirico dell’indagine, ha consentito infine, in un’ottica comparata, un’interessante confronto tra l’ultima evoluzione del Pci occhettiano e i partiti di sua filiazione ma anche tra il linguaggio e l’identità politica degli stessi partiti nati dopo il 1991.
Dall’analisi del cambiamento attraverso le categorie della continuità e della rottura, e del linguaggio politico come principale mezzo di trasmissione simbolica, si è pervenuti così, nel caso specifico, ad esiti di ricerca in parte conformi al giudizio diffuso ed in parte tanto inattesi quanto significativi sotto un profilo più strettamente scientifico e dimostrativo.

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1 INTRODUZIONE La ricerca realizzata si propone di analizzare l’evoluzione storica e politica della diaspora del Partito Comunista Italiano. Come sappiamo al termine della lunga vicenda storica di questo partito, del più grande partito comunista d’Occidente, - espressione frequentemente utilizzata per definirne non solo la “grandezza” in termini elettorali e di organizzazione, ma anche l’importanza relativa negli equilibri politici del nostro Paese - la sinistra italiana di matrice comunista si avviò in un percorso di profonda frammentazione politica e partitica. La “Svolta”, cominciata in una sezione qualunque dell’Emilia Romagna, quella della Bolognina, a soli tre giorni dalla caduta del muro di Berlino, ed ultimatasi, dopo un lungo e sofferto cammino fatto di accesi dibattiti e duri scontri al vertice e alla base del partito, nel febbraio del 1991, produsse una profonda spaccatura all’interno del Pci. Più esattamente essa divise il partito in due fronti e due opzioni politiche irriducibili: il “fronte del Sì” e il “fronte del No”, come vennero allora ribattezzati i rispettivi schieramenti di coloro che erano favorevoli o contrari alla svolta occhettiana. Nel panorama internazionale, intanto, in quegli stessi anni, giungeva al termine l’esperienza del socialismo reale. L’Unione Sovietica, nata dalla Rivoluzione d’Ottobre, ed i suoi paesi-satellite, nel complesso l’intero blocco sovietico, assistettero, già a partire dai primi anni Ottanta, a profondi rivolgimenti e trasformazioni interne. Questi avvenimenti, nella maggior parte dei casi pacificamente, in altri invece con dolorosi spargimenti di sangue tra le popolazioni civili, nel breve volgere di qualche anno mandarono in pezzi il sistema di potere sovietico. Quegli eventi vennero però anche interpretati nel mondo, da molti, come la fine di un sogno, o quantomeno di una speranza: la possibilità che il comunismo si riformasse. Certo vi fu chi vide nel crollo di quei regimi la fine del comunismo tout-court e chi invece solo la fine di una precisa forma di potere, quella sovietica appunto. Comunque la si interpreti, però, questa storia incredibilmente accelerata lasciò orfani di un importante punto di riferimento politico, milioni di uomini e donne, provocando un disorientamento generale che riguardò solo in forma più accentuata i comunisti sparsi per il mondo. In Italia, la classe dirigente del Pci - ancora più disorientata, se possibile, dall’iniziativa personale, almeno nelle sue prime fasi, del Segretario del partito, di cambiare nome e simbolo - si divise proprio sulla diversa valutazione di quegli eventi e, soprattutto, sulle diverse conseguenze politiche che da essi se ne traevano. Davanti a questa iniziativa di cambiamento del partito condotta dall’alto 1 1 Cfr. C. Baccetti, Il PDS : verso un nuovo modello di partito?, il Mulino, Bologna, 1997, p. 44 , la vera discriminante tra i due “fronti” sopracitati era dunque essenzialmente rappresentata dalla differente risposta che essi offrivano alla seguente domanda: fine del comunismo o solo di una sua particolare forma?

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Parole chiave

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