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Acquisizioni in Cina ed in India: la reazione di breve periodo dei mercati sviluppati

Attraverso la metodologia dell’”event study”, questa tesi analizza l’impatto di breve periodo sul valore di società in mercati “sviluppati” che acquistano aziende Indiane e Cinesi. L’analisi si basa su due campioni di acquisizioni eseguite tra il 1989 e il 2010. Le società acquirenti provengono da 15 paesi “sviluppati”, mentre tutte le società acquisite sono Indiane o Cinesi. Nonostante ricerche precedenti mostrino che in seguito ad un’acquisizione di un’azienda in un mercato emergente il valore della società acquirente aumenta, non é stato trovato lo stesso risultato analizzando le acquisizioni di questi due campioni. Infatti, sembra che non ci sia creazione di valore quando si acquista un’azienda Indiana o Cinese. Probabilmente la ragione principale è legata al fatto che la creazione di valore di breve periodo per l’acquirente é molto influenzata dalle specifiche caratteristiche del Paese della società acquisita, come ad esempio la politica commerciale, il livello di intervento statale e il costo del capitale. Nonostante l’India e la Cina siano due paesi emergenti che hanno intrapreso un importante processo di liberalizzazione, questa tesi mostra che sono ancora considerati dal mercato due Paesi dal sistema piuttosto “restrittivo”.

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7 Introduzione È ormai noto che le aziende provenienti dai paesi emergenti abbiano assunto un ruolo sempre più importante nel campo delle acquisizioni internazionali. Non soltanto questo fenomeno era già stato da molto tempo pre-annunciato, ma era anche piuttosto prevedibile. L’attività di “M&A” (“Mergers and Acquisitions”, ovvero le fusioni e le acquisizioni) transfrontaliero può essere considerata come una particolare tipologia di “FDI” (“Foreign Direct Investment”) per entrare in questo tipo di mercati sempre più attraenti, come la Cina e l’India. I principali fattori che hanno permesso lo sviluppo di questo trend ormai noto sono: il processo di liberalizzazione economica intrapreso da molti paesi emergenti, la globalizzazione delle loro industrie, l’aumento della competizione globale, le sempre più affinate capacità manageriali dei dirigenti di questi paesi e, non ultimo, un facilitato accesso al mercato dei capitali. Il risultato di tutto ciò è anche quantificabile: la quota che appartiene a questi paesi della totalità delle acquisizioni transfrontaliere è cresciuta dal 4%, nel 1987, al 13%, nel 2005, fino ad arrivare al 20%, nel 2008. Anche i valori delle acquisizioni sono piuttosto importanti: è il caso di citare l’indiana Tata Steel che ha acquistato Corus Steel per US$13 miliardi; CEMEX, la compagnia messicana, che ha acquistato British RMC Group per US$5.8 miliardi e il gruppo australiano Rinker per US$14.2; e ancora la brasiliana Vale che ha acquisito Inco per ben US$18.9 miliardi. Questa serie di grandi acquisizioni non ha fatto altro che attirare l’attenzione dei media. La reazione dei paesi “sviluppati” è stata duplice. Da un lato positiva: alcuni le hanno considerate come una nuova fonte, sia di capitale sia di conoscenza da cui attingere. Da un altro lato, invece, la reazione è stata di timore: la competizione non era fino ad oggi arrivata dai paesi emergenti. Tanto da evocare interventi protezionistici. Alcuni hanno addirittura associato questo nuovo fenomeno ad una vendetta delle antiche colonie verso il passato potere imperialistico dei paesi “sviluppati”. Invece, la reazione dei media dei paesi emergenti è stata a senso unico: positiva e, in alcuni casi, di euforia. È stato però poco analizzato dai media un aspetto molto importante: fino a che punto un’acquisizione transfrontaliera verso un paese emergente crea valore per gli azionisti dell’azienda acquirente?

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Federica Paviolo Contatta »

Composta da 91 pagine.

 

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