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Invisibile e indesiderabili - Un'etnografia politica della condizione dei rifugiati a Torino

Informazioni tesi

  Autore: Andrea Fantino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Antropologia
  Relatore: Roberto Beneduce
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 199

Questa tesi è il risultato di una ricerca sul campo condotta a Torino, presso gli spazi dei rifugiati torinesi dell'ex-clinica S. Paolo di Corso Peschiera, l'ex-caserma la Marmora – Centro di accoglienza straordinario per rifugiati e il centro polifunzionale della Croce Rossa di Settimo Torinese. Il lavoro di ricerca è di fatto iniziato nel 2005, quando ho iniziato a scrivere la tesi per il corso di laurea triennale in Comunicazione Interculturale e a conoscere diversi rifugiati africani. Negli anni seguenti ho continuato ad interessarmi alla questione dei rifugiati a Torino e la ricerca sul campo si è fatta via via più intensa, specie nel 2008-2009, gli anni in cui si sono creati gli spazi di cui ho parlato prima.

Per quel che riguarda la metodologia ho privilegiato l'ascolto informale in luogo di interviste e di altre procedure di ricerca più rigide, perchè mi è sembrato fin dall'inizio l'unico modo possibile per fare emergere discorsi frammentati e incerti, esperienze dolorose o vergognose, segreti e sospetti, sfiducie e diffidenze. Per questo motivo ho trascorso molto più tempo del previsto sul campo, “imparando ad indugiare così come la gente indugia”, perchè “Bisogna, sul terreno, aver perduto tempo, tanto tempo, una quantità enorme di tempo, per capire che questi tempi morti erano tempi necessari” (Jean Pierre Olivier de Sardan).

Nella mia tesi ho voluto trattare la realtà e il fenomeno dei rifugiati considerandone due grandi dimensioni e le loro interrelazioni: da una parte ho valutato la dimensione politico-filosofica degli spazi che abitano, dall'altra ho approfondito la dimensione personale, soggettiva ed esperienziale dei rifugiati.

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INTRODUZIONE Meno polemico e più critico, l'antropologo può pensare nella maniera più “inopportuna”: la sua critica si fonda su tutti i dati possibili – pure quelli che non sembrano essere utili nelle analisi operazionali – e sulla sua libertà di azione e di espressione fondamentale (Agier 2008, pag.15). Gli inizi di questo lavoro di tesi di Antropologia Culturale vanno ricercati nel 2005, quando svolgevo il tirocinio per il corso di laurea triennale in Comunicazione Interculturale. Ero un volontario dell'Upm (Ufficio Pastorale Migranti) di Torino, mi occupavo soprattutto dell'insegnamento della lingua italiana agli stranieri nella classe di primo livello, quella dell'alfabetizzazione. In quei banchi ho conosciuto molti richiedenti asilo, soprattutto sudanesi provenienti dal Darfur. Avevano permessi di soggiorno che duravano pochi mesi, alcuni di loro erano stati in Inghilterra ed erano tornati in Italia malvolentieri, non potevano soggiornare in paesi europei diversi da quello del “primo approdo”. Nelle lezioni all'Upm ho iniziato a intravedere le loro storie, i loro viaggi, le loro esperienze. Ero particolarmente sorpreso dalla voglia di raccontarsi, dalla voglia di condividere, e allo stesso tempo dal peso di qualcosa di non detto, da alcuni silenzi che fin dall'inizio non mi erano sembrati solo la conseguenza delle difficoltà linguistiche. Spinto da questi e altri fattori, ho deciso di approfondire la questione dei rifugiati nella tesi del corso di laurea triennale, adottando una prospettiva antropologica. In breve, ho incorniciato e delineato alcuni aspetti della loro esperienza con l'aiuto della letteratura a disposizione, ho valutato il ruolo delle normative nazionali e internazionali nelle loro vite e ho ricostruito i percorsi migratori di due sudanesi valutandone l'inserimento nel sistema di accoglienza locale. In quegli anni non erano ancora entrata in vigore la legge Bossi-Fini sull'immigrazione, vi era una sola Commissione per il riconoscimento del diritto d'asilo, a Roma. I tempi d'attesa erano molto lunghi e spesso i rifugiati si ritrovavano ad aspettare anche anni interi prima di riuscire a presentarsi alla Commissione e conoscere l'esito della loro audizione. Nel mezzo trascorrevano 3

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