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Gli studi e l’attività di Nicola Malnate a sostegno degli emigranti in partenza dal porto di Genova

Emigrazione e immigrazione

Il confronto con il presente
In questo ultimo capitolo cercherò di affrontare rapidamente la sottile differenza tra emigrazione e immigrazione: ovunque si verifichi un’emigrazione di massa, questa porterà in un altro luogo una forte immigrazione. In entrambi i casi, si avranno delle conseguenze economiche, sociali, culturali e di ordine pubblico, che difficilmente potranno essere risolte in poco tempo.
È evidente quanto la situazione passata sia in realtà molto attuale, le notizie degli sbarchi clandestini sono sotto gli occhi di tutti già da parecchi anni. Il nostro amato Mediterraneo è diventato un cimitero di vittime innocenti, a causa della criminalità organizzata speculatrice di vite.

Centinaia di Caronte si fanno paladini di quella che agli occhi dei migranti pare l’unica via d’uscita; e invece il più delle volte è solo l’ennesima illusione: se non trovano la morte trovano miseria, ostilità, repressione.
Il fenomeno odierno dell’immigrazione di massa in Europa, ma soprattutto in Italia, è il risultato delle cosiddette “Primavere Arabe”, un termine di origine giornalistica usato soprattutto in Occidente per descrivere quel periodo particolarmente movimentato, iniziato tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, che vide protagonisti stati come la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq e la Giordania, e in maniera minore anche l’Arabia Saudita, il Marocco e il Sudan. In tutti questi stati, giovani studenti e universitari sollevarono spontaneamente polemiche e manifestazioni pacifiche volte a tutelare i propri diritti dai potenti dittatori. In poco tempo ottennero apparentemente qualche risultato: alcuni tiranni furono deposti o addirittura condannati a morte con processi sommari; ma i problemi si accentuarono quando al loro posto furono collocate figure altrettanto autoritarie quanto quelle che avevano provocato le iniziali ribellioni, scartando definitivamente la tanto desiderata democrazia e mantenendo pressoché invariati i regimi del Nord Africa e del Medio Oriente. Il caso Regeni ci ha dimostrato ad esempio che la sostituzione del “Faraone Mubarak” con il generale Al Sisi non ha migliorato la condizione dei diritti civili e della democrazia in Egitto. La naturalezza della ribellione e la non violenza del movimento appaiono ora irrimediabilmente trasformate in lotte aggressive e guerre civili che sembrano non avere mai fine, cui va aggiunta la componente determinante dell’Islam radicale e fondamentalista che ha creato movimenti terroristici senza precedenti. Il fallimento della Primavera Araba “ha così partorito la minaccia globale dello Stato islamico, che ha trovato l’humus ideale nel caos post dittature, tra povertà totale e mancanza di punti di riferimento”. Ed è proprio questa confusione a rendere sempre più enigmatica la questione delle guerre e degli scontri dei paesi mediorientali: solo in Siria, che da pochissimo tempo vive nel caos più completo per la mancanza di una figura di potere stabile, ci sono stati centinaia di migliaia di morti a causa della guerra civile e dei continui bombardamenti su case, ospedali, scuole che hanno raso al suolo intere città.

E a questo punto si collega inevitabilmente il tema migranti. Come si può pensare che migliaia di persone possano rimanere a lasciarsi morire, che sia di violenza o di fame, nel proprio paese, nelle proprie case? Non abbiamo detto fino ad adesso che l’uomo, chiunque esso sia, ha il diritto di cercare altrove quello che lo stato, e in questo caso più che mai, gli nega? Qual è la differenza tra morire di fame nell’Ottocento e morire bombardati nel 2016? Non voglio naturalmente aprire polemiche, sono solo delle semplici considerazioni a seguito di un lavoro di ricerca mirato sull’emigrazione che mi suscitano qualche domanda.

Proviamo a designare allora quali potrebbero essere le differenze e le affinità tra le due emigrazioni di massa, quella italiana dell’Ottocento e quella mediorientale dei giorni nostri.
Tra le differenze, quella che mi appare più palese è il mezzo di trasporto. Nonostante le scarsissime condizioni igieniche, le ridotte dimensioni delle stive e i frequenti naufragi dei piroscafi italiani e stranieri che partivano da Genova carichi delle nostre più valorose braccia, non ci può essere secondo me confronto con le imbarcazioni attuali, quasi sempre pescherecci o gommoni precari. I numeri dei morti annegati nel mar Mediterraneo lo dimostrano. Ogni giorno ci sono centinaia di persone che approdano nelle coste meridionali della nostra penisola, soprattutto a Lampedusa: questa piccola isola siciliana vide il primo sbarco nel 1992, con una settantina di maghrebini, ed è solo l’inizio di una vicenda drammatica: ad oggi l’isola vede sbarcare sulle sue spiagge migliaia di immigrati al giorno. I dati Istat, poi, sono sconvolgenti: a ottobre 2016 risultano arrivati in Italia 160 mila migranti, 154 mila nell’intero 2015 e 170 nel 2014. Tra questi, i morti sono all’incirca quattromila all’anno e, dato ancora più sconvolgente, questa cifra risulta essere pari al 75% circa dei migranti che hanno perso la vita in tutte le rotte migratorie mondiali. I dati sono nettamente superiori a quelli visti e accertati da Nicola Malnate alla fine dell’Ottocento, sicuramente anche a causa della numerosità delle zone e degli stati interessati dalla guerra attuale.

Un’altra differenza sostanziale è di carattere prettamente geografico e riguarda la presenza dell’enorme frontiera naturale che ha l’Italia, il suo mare: nonostante l’enorme impegno dei militari della guardia costiera, risulta davvero difficile poter eseguire dei controlli attenti e specifici lungo tutto il Mediterraneo. A differenza degli altri stati europei, che possono accertare e controllare l’arrivo dei migranti grazie alle frontiere doganali, l’Italia è l’unico stato poco controllabile. E sempre per la propria posizione geografica, la penisola è necessariamente la prima tappa obbligata per arrivare in Europa: è stato verificato, attraverso numerosi sondaggi fatti agli immigrati appena arrivati, che la loro meta definitiva non è affatto l’Italia, ma quasi sempre Francia, Germania o Inghilterra.

Altrettante sono invece le analogie.
I tantissimi migranti che giungono sulle nostre coste molto probabilmente non sanno a cosa vanno incontro: cattive condizioni di lavoro, dai salari ai maltrattamenti (si consideri che non poche persone avevano una vita dignitosa nel loro paese); peggioramento delle condizioni delle fasce più deboli, che cominciano a entrare in competizione con gli immigrati; delinquenza; creazione di quartieri-ghetti; conflitti politici e sociali e culturali, spesso per l’incompatibilità tra le varie tradizioni e culture.
Ovviamente queste sono le problematiche principali di una migrazione eccessiva e non regolamentata, che accumuna entrambi gli esodi. Il valore della solidarietà, che dovrebbe essere presente in ogni comunità civile, spesso viene confuso anche da coloro che sono persuasi che l’immigrazione possa essere esclusivamente una risorsa (prettamente economica, s’intende), come i grandi imprenditori che preferiscono lo straniero all’italiano “perché tanto lo pago di meno e a lui va bene così”.
Sia chiaro, sono estremamente convinta che ci possano sicuramente essere dei vantaggi (manodopera in settori in cui è carente, nuove idee per l’economia, arricchimento culturale), ma il tutto deve essere necessariamente controllato e non abusato, poiché tanto chi ci rimette è sempre l’immigrato.
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Gli studi e l’attività di Nicola Malnate a sostegno degli emigranti in partenza dal porto di Genova

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Informazioni tesi

  Autore: Valentina Foti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Conservazione dei Beni Culturali
  Relatore: Francesco  Surdich
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 116

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