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La gestione del personale alla Ferrero: un modello italiano di welfare aziendale (1959 – 1983)

I bisogni sociali trasformano il lavoro

Il tema delle tensioni aziendali era stato studiato e discusso in un momento specifico della storia del progresso industriale, quando, negli anni Sessanta, il boom economico e l'industrializzazione del Paese avevano visto il lavoratore «inghiottito» dalla fabbrica. Sul finire del decennio Sessanta e nel corso degli anni Settanta, l'argomentazione delle frustrazioni vissute dall'operaio sul luogo di lavoro trovava nelle contestazioni la sua massima esasperazione. «Il lavoratore doveva accettare un duro e lungo orario di lavoro […], l'operaio aveva una sola preoccupazione-ossessione: la fabbrica. L'individuo aveva un salario così basso da essere costretto a vedere tutta la realtà aziendale nella prospettiva del guadagno. In quella fase di sviluppo non esistevano possibilità di attività extra-aziendali, non esistevano attività ricreative, non esistevano forse neppure sistemi di interessi all'infuori di quelli pesanti, legati al ritmo di lavoro svolto nell'azienda. L'uomo viveva nell'impresa, non concepiva e non valutava nulla se non il lavoro, la vita fuori aveva scarsa o nulla importanza di fronte a quella vissuta tra le mura della fabbrica». L'individuo non poteva di solito immaginare un'esistenza propria oltre l'azienda e risultava di conseguenza facile accentuare i temi della tensione sociale o delle frustrazioni.

Esauritosi, tuttavia, il clima di contestazione che aveva caratterizzato gli anni Settanta e iniziata una lenta ripresa del sistema industriale, si diffondeva, negli anni Ottanta, la consapevolezza di una interazione tra impresa e società. I problemi dell'impresa influenzavano la società e al contempo i problemi della società influenzavano l'impresa. L'industria prendeva coscienza «di non essere mero motore economico e di non esprimere solamente valori circoscritti al mondo dell'impresa».

Essa, con la propria organizzazione, doveva assicurare non solo la possibilità di vita di un determinato numero di uomini, ma doveva anche garantire ai lavoratori, la cui attività concorreva alla formazione del suo profitto, la «dovuta considerazione».

«Troppo spesso si è affermato che l'azienda è “una grande famiglia”. Quasi sempre l'autore dell'affermazione è un responsabile della direzione, quando non addirittura un rappresentante del capitale. Altrettanto facilmente si è detto da altre parti, che l'azienda è un “luogo di pena”; in questo caso i responsabili dell'affermazione sono stati via via sindacalisti e politicanti. Personalmente ritengo che l'azienda sia un sistema sociale e come tale debba essere governata. Si dovrebbe dire, anzi, che come tale deve essere concepita fin dalla sua creazione o, quantomeno, dal momento in cui un'attività individuale perviene ad interessare un gruppo di uomini che un individuo non può più controllare da solo. Insistere nella speranza che gli uomini si adattino automaticamente ad una organizzazione, senza far nulla affinché l'organizzazione possa essere adattata agli uomini, costituirebbe già in partenza un elemento negativo».

Comprendere il ruolo sociale dell'impresa significava porre l'attenzione sulle opere sociali che essa poteva realizzare e identificare tali attività come possibili strumenti di gestione del personale. Trattandosi di interventi in campo sociale, affinché avessero una qualche efficacia, essi dovevano confrontarsi con la pluralità dei soggetti attivi ed intercettarne i bisogni. Diveniva, dunque, fondamentale analizzare il contesto economico, politico e sociale all'interno del quale l'impresa si trovava ad operare. «Questo poteva voler dire prendere atto della funzione di supplenza svolta dall'impresa di fronte alle amministrazioni pubbliche, impossibilitate a garantire una risposta adeguata alle nuove domande poste dall'industrializzazione. […] Molte aziende - come la stessa Ferrero - a causa delle dimensioni raggiunte, della rapidità della crescita e dei vincoli imposti dalle esigenze produttive finivano per alterare gli equilibri di territori in precedenza scarsamente urbanizzati». Inoltre, la maggiore forza e l'autonomia assunte dalle rappresentanze sindacali e le trasformazioni che avevano caratterizzato le relazioni industriali costituivano per l'impresa uno stimolo all'azione sociale.

La Ferrero, fin dalle sue origini, comprese l'importanza del territorio e della comunità, realizzando, nel corso degli anni, una serie di interventi sociali che analizzerò in seguito.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La gestione del personale alla Ferrero: un modello italiano di welfare aziendale (1959 – 1983)

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Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Amatulli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze dell'amministrazione e consulenza del lavoro
  Relatore: Francesco  Traniello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 66

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Parole chiave

risorse umane
ferrero
welfare aziendale

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