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Visioni dell'impatto ambientale tra contadini e ambientalisti nelle piccole piantagioni di palma da olio in Aceh. Uno studio etnografico.

Il discorso ambientalista: la voce di chi non ha voce

Come osserva Milton (2002), a partire dagli anni Sessanta lo sfruttamento ambientale, l’inquinamento dell’aria e delle falde acquifere, la pesca effettuata con metodi illegali o l’energia nucleare, hanno preoccupato parte della popolazione mondiale. Anche in Italia le preoccupazioni ambientali devono però fare i conti con una società che è sempre più in crescita e lontana dalle sensibilità verso gli ambienti naturali. Il consumatore e l’ambientalista hanno però in comune una concezione specifica dell’ambiente naturale: esso difatti è un oggetto da sfruttare o da distruggere oppure da proteggere e amare.


L’ambiente è “altro” dall’uomo, che se ne distanzia, diviene soggetto agente nello spazio e nel tempo e oggettivizza tutto ciò che lo circonda. L’ambientalismo agisce tutelando la natura, l’ambiente e in definitiva la Terra, ripetendo questo medesimo schema. Come ricorda Milton (1996) l’ambientalismo rappresenta una modalità tramite la quale si pone in essere la comprensione del mondo e del proprio posto in esso e, in quanto tale, appartiene alla sfera dell’emotività e della conoscenza. L’ambientalismo inteso come nascita e sviluppo della consapevolezza ambientale pone l’accento sul forte senso di responsabilità umana nei confronti della natura. La coscienza ambientalista entra nella sfera culturale, rivelando diverse concezioni di ambiente e di responsabilità; dunque le strategie agite per la protezione e la tutela delle risorse possono ampiamente differire, ma ripropongono l’uomo all’esterno del mondo della natura, che diviene troppo fragile per potersi difendere da sola.
Yann Arthus-Bertrand, fotografo, ambientalista e giornalista francese, nei suoi due lavori principali, intitolati “Home” (2009) e “Human” (2015) indaga le molteplici sfaccettature naturali e culturali in diverse aree del mondo, tentando di far emergere quanto più possibile “la voce di chi non ha voce”. Anche molte ONG utilizzano questo approccio nella difesa ambientale, attraverso campagne imperniate sul senso di responsabilità individuale: ad esempio l’utilizzo di immagini in cui un solo animale isolato si rivolge direttamente al lettore, come osservato da Milton (2002), colpisce emotivamente gli individui i quali si sentono direttamente coinvolti nella sua tutela.

Queste campagne si appellano al senso di abbandono, di solitudine, di incapacità di difendersi, di paura trasmessa dalle immagini-icona scelte per rappresentare la campagna al vasto pubblico di lettori, che agisce per tutelare chi non si può proteggere in maniera autonoma. Una delle campagne più recenti portate avanti da Greenpeace Italia, intitolata “Salviamo le api”, tenta di toccare le corde emotive del lettore utilizzando una modalità espressiva che intende coinvolgere l’individuo in un immaginario, ma possibile, gruppo di ambientalisti. Sul sito dedicato si può trovare un video che intende mostrare l’importante funzione ecologica delle api e la loro struttura sociale e un’immagine in cui due api sorreggono uno striscione con la scritta “Save the bees”. Queste volano idealmente verso il lettore che si sente coinvolto direttamente nella loro tutela; api disegnate sorreggono un altro striscione con scritto “Adopt me”, suggerimento che preme sull’emotività individuale del lettore, che non viene più invitato ad agire in tutela delle api in quanto parte di un gruppo più ampio, ma richiama la responsabilità individuale.
Anche nelle campagne incentrate sulle piantagioni di palma da olio sono utilizzate delle icone che possano al contempo rappresentare la reale situazione ecologica nelle piantagioni e coinvolgere il lettore nelle azioni di tutela ambientale. Ad esempio l’ONG “The orangutan project” utilizza il meccanismo dell’adozione a distanza degli oranghi per continuare a tutelare le aree di foresta indonesiana in cui questa specie è più a rischio di estinzione. La protezione della biodiversità è la componente essenziale del discorso ambientalista di questa ONG, che affianca l’adozione degli oranghi alla tutela delle piante; difatti una modalità attraverso la quale il sostenitore può supportare l’operato di “The orangutan project” è l’adozione di alcune piante presenti nei territori in cui agisce l’ONG al fine di tutelare la foresta.

Nelle piantagioni di palma da olio le ONG ambientaliste intrecciano anche un’altra interessante tematica: quella della giustizia sociale. La retorica del “dar voce a chi non ha voce” si applica anche al contesto della marginalità e dell’ingiustizia. Numerosi sono ormai gli articoli che riflettono sull’esclusione sociale, lo sfruttamento delle terre, pestaggi e azioni violente nei confronti delle popolazioni locali. L’ONG “Survival International” da tempo lavora a contatto con le popolazioni indigene coinvolte nell’industria della palma da olio e numerose sono le indagini svolte da questa organizzazione. Nel 2016 Survival ha denunciato diverse violazioni dei diritti umani da parte della PT Bahana Karya Semestra (BKS) ai danni degli Orang Rimba, sull’isola di Sumatra. Nel 2013 Bloomberg Businessweek ha pubblicato un rapporto relativo ad un’indagine, della durata di nove mesi, condotta tra i lavoratori delle piantagioni di palma da olio in Indonesia. Dalle parole di diversi lavoratori intervistati emerge una realtà di sfruttamento lavorativo, mancanza di condizioni igienico-sanitarie e sequestro dei documenti identificativi ad opera della compagnia malese Kuala Lumpur Kepong Berhad. Un altro esempio è rappresentato dall’ultimo rapporto di Amnesty International (2016), in cui si parla chiaramente di sfruttamento, anche minorile, all’interno di alcune grandi piantagioni.
Per quanto ho potuto osservare durante la mia ricerca sul campo in Aceh, il rapporto che intercorre tra lavoratore e proprietario all’interno di una piccola piantagione è però differente; non si può parlare di sfruttamento, ma questo legame deve essere letto all’interno della dinamica di dipendenza reciproca. Così come il lavoratore necessita di un impiego, il proprietario ha bisogno di lavoratori: il fine comune è quello del guadagno. La mia prima intervista è stata con un ragazzo trentenne che lavorava nella piccola piantagione di proprietà della famiglia di cui ero ospite a Pasir Tebe, in Aceh Jaya. Mulia mi ha raccontato come il legame tra proprietario e lavoratore sia malleabile e sottoposto ad un insieme di dinamiche che definiscono il lavoro nella piantagione.

L’estensione della piantagione, le condizioni climatiche, la disponibilità di lavoratori, il tipo di mansione e le relazioni personali definiscono il rapporto di lavoro, temporaneo, che intercorre tra lavoratore e proprietario. In questo specifico caso è interessante notare che Mulia lavora insieme a suo padre, un uomo all’incirca di sessant’anni, che aveva già precedentemente lavorato nella medesima piantagione. Durante questa intervista è emerso come sia fondamentale il coinvolgimento della popolazione locale all’interno di queste piccole piantagioni di palma da olio. Queste essendo molto vicine ai villaggi, richiamano manodopera locale che viene coinvolta in diversi tipi di impieghi quotidiani. Questi lavoratori non vivono in una condizione di sfruttamento lavorativo, ma incrociano le proprie aspettative economiche con quelle offerte dal proprietario della piantagione.
Le ONG connesse con la tutela ambientale e quelle che si battono per la giustizia sociale nelle piantagioni di palma da olio hanno tentato di coinvolgere le aziende di lavorazione del cpo, le multinazionali del commercio e le imprese di trasformazione del legno nell’adozione di certificazioni ambientali. Per ottenere queste certificazioni, le imprese coinvolte devono dimostrare l’eco-sostenibilità di tutta la filiera produttiva ed il rispetto dei diritti umani nei confronti delle popolazioni coinvolte. Come sottolinea Howard (2016) in merito in particolare alla certificazione RSPO, tramite questi meccanismi economico-sociali vengono esclusi i piccoli contadini che pur fanno parte della filiera produttiva, sebbene in misura minore. Come emerso durante un’intervista negli ultimi giorni di Agosto con un piccolo proprietario di Pasir Tebe, Iqbal la produzione delle piccole piantagioni spesso integra la produzione delle piantagioni più grandi e i frutti vengono lavorati negli stessi impianti di produzione. Per i piccoli contadini il ricorso a pesticidi e diserbanti è sistematico ed è impossibile considerarle compatibili con i requisiti imposti dalle certificazioni ambientali.

Dunque il discorso ambientalista intreccia più filoni di pensiero: se da un lato le campagne si incentrano sulla problematicità dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei terreni, dall’altro le preoccupazioni riguardano la biodiversità e la tutela delle specie a rischio; da un lato si ha una forte critica contro questo tipo di piantagione, mentre dall’altro si cerca un dialogo che passi attraverso la creazione di certificazioni sostenibili; da un lato le associazioni fanno luce sullo sfruttamento dei lavoratori nelle piantagioni e dall’altro denunciano il landgrabbing, i pestaggi e la situazione sociale di chi non ha voluto lasciare il proprio territorio o il proprio villaggio.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Visioni dell'impatto ambientale tra contadini e ambientalisti nelle piccole piantagioni di palma da olio in Aceh. Uno studio etnografico.

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Informazioni tesi

  Autore: Giulia Zaninelli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Antropologia
  Relatore: Silvia Vignato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

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Parole chiave

lavoro
agricoltura
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antropologia culturale
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sud-est asiatico
contadini
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