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Il fair value e il suo ruolo nella crisi finanziaria del 2008. Dalla crisi finanziaria alla crisi da Covid-19.

Il ruolo del fair value nella crisi finanziaria

Già prima della crisi finanziaria, alcuni autori hanno espresso perplessità sull’introduzione degli IAS/IFRS nella legislazione Europea, negando la possibilità di sostituire il costo storico con il fair value, dato che tali principi sono incompatibili con la funzione organizzativa dei bilanci e che essi, oltretutto, aumentino la significatività dell’informativa contabile.
Le critiche sono divenute più intense con l’avanzare della crisi finanziaria che ha ampliato alcuni limiti del fair value, il quale, secondo alcuni, abbia giocato un ruolo fondamentale in questo momento storico, confermando che esso incide molto sulla stabilità dei mercati e sulla struttura finanziaria e patrimoniale delle società, in particolar modo quelle operanti nel settore finanziario.
Il dibattito, che è durato anni, vede due posizioni opposte: gli oppositori, contrari al fair value e i difensori che invece ne hanno sostenuto l’introduzione.
Secondo l’ex governatore della Banca del Canada, David Dodge, il fair value ha accelerato ed esteso la crisi poiché il crollo dei prezzi di molti strumenti del mercato aveva obbligato le istituzioni finanziarie a contabilizzare il valore degli asset ad un prezzo decisamente inferiore rispetto a quello reale, con il conseguente indebolimento del proprio rapporto di capitalizzazione. Per migliorare il proprio profilo finanziario queste istituzioni hanno iniziato a vendere titoli in mercati sempre più in crisi di liquidità, le quali hanno ampliato il crollo dei prezzi quotati portando ad ulteriori svalutazioni.
Tuttavia, il fair value accounting vanta di un ampio appoggio da parte degli organismi responsabili della regolamentazione contabile, sostenendo, in primis, il principio e che esso sia stato soltanto un messaggero della crisi e non una causa portatrice.
I problemi sono emersi su due diversi ordini: uno connesso con la difficoltà di stimare un fair value attendibile, l’altro con le implicazioni di valori in rapida caduta per i bilanci bancari.
Muovendoci secondo il primo presupposto, si afferma, innanzitutto che il criterio non è idoneo ad esprimere l’effettivo valore delle attività finanziarie quando i mercati sono illiquidi e la volatilità dei prezzi è molto elevata; in questo caso, il fair value è influenzato in modo decisivo da fattori esogeni legati al generale andamento del mercato e non consono a rispecchiare i valori fondamentali delle specifiche attività. Se i mercati finanziari fossero incompleti ed esistessero imperfezioni di mercato nel fornire liquidità alle banche, queste ultime sarebbero costrette a cedere attività per disporre di cassa. In queste circostanze, applicando una contabilità che costringe al mark to market, la volatilità di prezzo degli strumenti si trasferisce direttamente sul valore degli attivi bancari.
S. Wesbury, Chief Economist, e Robert Stein, Senior Economist, presso First Trust Advisors nel loro "Economic Commentary" hanno affermato che le radici di questa crisi sono stati i crediti ipotecari inesigibili, ma probabilmente il 70% della vera crisi è stata causata dalla contabilizzazione mark-to-market in un mercato illiquido.
I critici hanno incolpato la contabilità al fair value come causa della crisi dei subprime, creando difficoltà nel misurare il valore delle posizioni dei mutui ed, inoltre, ha contribuito all'eccessiva leva finanziaria utilizzata dalle banche durante il periodo di boom; ciò ha portato ad una spirale discendente durante il periodo di crisi, costringendo le banche a valutare le attività a prezzi più bassi, creando una valutazione molto ridotta rispetto al necessario dei subprime, che hanno causato il contagio e generato il prestito inasprito.
Inoltre, le implicazioni della caduta dei prezzi degli strumenti finanziari e la registrazione di significative svalutazioni, hanno determinato una sensibile contrazione dei patrimoni bancari e una conseguente pressione sui coefficienti di vigilanza.
In questo senso, a supporto del fair value, lo IASB, ritiene che un abbandono del fair value non darebbe una soluzione concreta, dato che potrebbe incidere sull’attendibilità e la trasparenza dell’informativa contabile; sicché, lo stesso organismo, ritiene che la migliore risposta sarebbe l’adozione di disposizioni di vigilanza prudenziale, al fine di limitare l’impatto delle variazioni positive e negative del fair value sul patrimonio.

Un altro aspetto caratterizzante è la contabilizzazione delle attività al fair value che induce alla volatilità del mercato nel bilancio d’esercizio e comporta la rilevazioni di utili o perdite non realizzate, che non sarebbero emerse, invece, adottando il criterio del costo storico, rendendo maggiormente labili le performance della società.
La generazione di volatilità artificiale, in un contesto di crisi finanziaria e reale, in un sistema contabile incentrato sul fair value, non sembra essere neutrale, ossia contribuisce a deformare la realtà e non si limita a rappresentarla; in tal modo potrebbe generare effetti indesiderati in grado di aggravare la crisi senza accelerarne la soluzione.
Infatti, l’impatto del fair value non si rinviene solo sul settore bancari, ma, gli effetti negativi possono estendersi anche a tutte le società di capitali per le quali il bilancio assume una funzione organizzativa; sicché, vi è il rischio che la rilevazione di perdite non realizzate, qualora il legislatore non inserisca le necessarie correzioni, riduca il patrimonio sociale al di sotto delle soglie di capitalizzazione minima e imponga l’adozione di opportuni provvedimenti da parte dei soci.
A sostegno del criterio del fair value, interviene la SEC, nel Dicembre del 2008, pochi mesi dopo il fallimento della Lehman Brothers, che effettuò un’indagine sull’utilizzo del fair value degli strumenti da parte delle istituzioni finanziarie prima dello scoppio della crisi. Dallo studio risultò che meno delle attività e meno di un quinto delle passività finanziarie erano valutate al fair value; secondo questi dati, quindi, era evidente che le svalutazioni delle attività, con la correlativa perdita, non siano state decisive per il fallimento.
Inoltre, la SEC, ha analizzato le percentuali di misurazione al fair value degli asset della Lehman Brothers nei mesi precedenti al fallimento; ne conseguì che a novembre del 2007 la percentuale fosse del 75.1% utilizzando input di livello 2 o livello 3. Da Maggio 2008 la stessa aumentò fino ad arrivare all’ 81.7% desumendo, quindi, che la maggior parte degli asset, che si supponeva fosse valutata al fair value, in realtà, non era misurata sulla base di prezzi quotati e direttamente osservabili.
Le conclusioni della SEC traggono giustificazione dal fatto che al momento del fallimento della Lehman Brothers e Northern Rock, non presentavano condizioni di squilibrio patrimoniale; la bancarotta è stata dovuta dal fatto che le stesse presentavano un’insolvenza del flusso di cassa, imputabile non ai criteri utilizzati ma alla valutazione dei titoli e alla composizione dell’attivo e allo shock di liquidità che le ha rese insolventi.
Un altro elemento che ha caratterizzato il fair value all’interno della crisi finanziaria è la valutazione del criterio inteso come strumento prociclico che amplifica l’andamento del sistema finanziario e le oscillazioni dei mercati.
La prociclicità va ad esasperare le oscillazioni nel sistema finanziario e potrebbe causare spirali discendenti nei mercati. Secondo l’American Economic Association, ci sono essenzialmente due argomenti per cui il FVA può essere accusato di contribuire alla prociclicità: uno nei periodi di boom e l’altro in quelli di crisi.
Quando vi sono periodi di boom, il criterio permette di aumentare la propria leva finanziaria nei periodi di forte crescita rendendo il sistema finanziario assai vulnerabile.
Invece, quando le quotazioni sono depresse, come nel corso della crisi, l’iscrizione in bilancio delle attività finanziarie al loro valore di mercato e la conseguenti rilevazioni di perdite non realizzate rendono ancora più negativo il risultato d’esercizio. Per rispettare i requisiti di patrimonializzazione imposti dall’accordo di Basilea, le banche furono costrette a vendere le proprie attività finanziarie, sicché le successive vendite fecero crollare ulteriormente le quotazioni avviando un circolo vizioso e provocando le rilevazioni di perdite non realizzate sempre maggiori. Tutto ciò ha costretto a ridurre la leva finanziaria e a vendere ulteriori asset svalutati, innescando così un effetto a spirale. Eppure, in questo scenario, il problema non è necessariamente la contabilità stessa, ma come i regolatori finanziari usano le informazioni contabili.

Più precisamente, i canali attraverso i quali l’applicazione degli IAS/IFRS ha determinato effetti prociclici sono molteplici:
⁃ L’elevata discrezionalità nelle valutazioni di bilancio legata alle tecniche finanziarie per la determinazione del fair value in mancanza dei prezzi di mercato; l’assenza di metodi generalmente accettati ha aumentato il grado di incertezza delle stime di bilancio, riducendo la liquidità dei mercati;
⁃ Il trattamento contabile delle passività finanziarie, in linea generale, valutate al costo non risentono dell’andamento dei mercati, a differenza delle attività;
⁃ La crescita della quota di strumenti finanziari valutati al fair value a conto economico.

A sostegno del fair value, gli stessi autori del The Journal of Economic Perspectives, Laux e Leuz, ritengono che lo stesso principio fornisce dei segnali tempestivi sull’arrivo della crisi permettendo, quindi, di essere uno strumento idoneo a prevenire, utilizzando misure precauzionali in tempo.
Molti banchieri americani hanno sostenuto che nel momento di crisi il fair value accounting forzava le istituzioni finanziarie a registrare le perdite e a diminuire il loro capitale, allo stesso tempo, innescando vendite spregiudicate; invece, il criterio del costo storico consentirebbe di contenere la prociclicità del fair value e il rischio che quest’ultimo mostri una distorsione dell’andamento delle quotazioni, può provocare l’estensione della crisi anche a quelle società sane che non versano in crisi di liquidità. Questo meccanismo può generare ad un effetto contagio e mettere in difficoltà le banche fino a causarne l’insolvenza, anche quando sarebbero in grado di onorare tutti gli impegni.
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Informazioni tesi

  Autore: Giuseppina Russo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Scienze Economiche e Aziendali
  Corso: Scienze economico-aziendali
  Relatore: Natalia Aversano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 162

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