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Vite a perdere: viaggio nei percorsi di inclusione sociale degli homeless

La povertà urbana dell’occidente e la povertà relativa

E' difficile dare una definizione di povertà, ed esaurirne il senso e la portata una volta per tutte. Un dato certo è che la declinazione storica e geografica rendono la povertà un elemento variabile: la povertà urbana del diciannovesimo secolo o quella più recente del primo dopoguerra non è paragonabile a quella di oggi, un bambino dell'Africa sub sahariana denutrito non è come un bambino povero del nostro mondo.
Si dovrebbero porre delle distinzioni, quindi, tra il concetto di povertà relativa e quello di povertà assoluta. G. Sarpellon sostiene che «il concetto di povertà relativa si esprime con una frase: povero non è colui che ha poco, ma colui che ha molto meno.

Essere poveri non significa essere privi di risorse ma averne molto meno rispetto agli altri in mezzo ai quali si vive.
»(Sarpellon 2001, TRA, rivista della federazione italiana organismi per le persone senza fissa dimora-FIO.psd,n 15,p6).
Per definire la povertà non si può ignorare il concetto di disuguaglianza sociale, fenomeno da sempre diffuso nelle società umane, e difficile da smantellare, concependo la povertà come la forma estrema di disuguaglianza e da questo partire per definire la povertà relativa.
Dato il livello medio di benessere di una società, lo scarto tra questo benessere e la condizione di chi si trova costantemente in un punto inferiore a tale livello medio, rappresenta la povertà relativa. A questo punto l'unico problema che si pone è calcolare quel benessere medio, di quella determinata società, e qui la faccenda si complica non poco, perché è difficile stabilire l'ambiente sociale di riferimento, dato che, ultimamente, la grande facilità di comunicazione ha fatto saltare molti confini. Quindi «qual è il nostro ambiente sociale di riferimento? Il gruppo nel quale viviamo? La città, regione, nazione? E' l'Europa intera o il mondo? La risposta a questo interrogativo è molto importante, perché se ci confrontiamo con il Terzo Mondo sarà ben difficile dire che in Italia ci sono dei poveri».(Sarpellon, 2001, ibidem).

Ulrich Beck affronta il tema della disuguaglianza in prospettiva globale, e suddivide la realtà della disuguaglianza sociale dal problema politico della disuguaglianza sociale. Storicamente la disuguaglianza sociale, assume una connotazione di scandalo politico da poco tempo, e fa riferimento a contesti interni ai confini nazionali.« Le frontiere nazionali fanno da spartiacque della percezione: esse danno un carattere politico alle disuguaglianze sociali, (verso l'interno) e nello stesso tempo le producono (verso l'esterno)»( Beck : Disuguaglianza senza confini, 2008, p10).
Le considerazioni dell'autore partono dal fatto che per 900 milioni di persone spetta l'86 per cento dei consumi mondiali: consumano il 58 per cento dell'energia mondiale, dispongono del 79 per cento del reddito ed il 74 per cento delle connessioni telefoniche. Di contro ben 1,2 miliardi della popolazione mondiale spettano le briciole: l'1,3 per cento dei consumi globali, il 4 per cento dell'energia prodotta, e l'1,5 per cento delle connessioni telefoniche. Ora, l'autore si chiede, fermo restando che i ricchi non hanno da lamentarsi rispetto alla loro condizione, come è possibile che i poveri dominati accettino la loro condizione? Quale fede di legittimità garantisce l'accettazione, da parte dei poveri e degli esclusi, della disuguaglianza sociale? L'ordine globale delle disuguaglianze, che ammette persino che bambini continuino a morire di fame, da cosa è reso legittimo? La risposta dell'autore è questa: «il principio di prestazione (attraverso i meccanismi di welfare nazionali) legittima la disuguaglianza nazionale, mentre il principio dello Stato nazionale legittima la disuguaglianza globale. Come? Le frontiere nazionali separano la disuguaglianza politicamente rilevante da quella politicamente irrilevante: le disuguaglianze all'interno delle società nazionali vengono enormemente ingrandite nella percezione; allo stesso tempo le disuguaglianze tra le società nazionali vengono offuscate. La “legittimazione” delle disuguaglianze globali poggia dunque su un volgere gli occhi altrove istituzionalizzato [...]. Quanto più le norme di uguaglianza si diffondono in tutto il mondo, tanto più difficile diventa legittimare la disuguaglianza globale sulla base della deviazione istituzionalizzata dello sguardo.»(Ivi, p12).

«Le ricche democrazie portano il vessillo dei diritti umani fin negli angoli più remoti del mondo, senza accorgersi che in questo modo i bastioni eretti a difesa delle frontiere nazionali, con cui esse intendono respingere i flussi migratori perdono ogni base di legittimazione. Molti immigrati prendono sul serio, come un diritto umano alla mobilità, la proclamata uguaglianza e si imbattono in Paesi e Stati che-proprio sotto l'impressioni delle disuguaglianze all'interno-intendono far cessare la validità della norma dell'uguaglianza sulla soglia delle loro frontiere armate».(Ivi, p 14).
Questa disuguaglianza globale è dunque un fenomeno sempre più percepito, malgrado le riflessioni di Beck della deviazione istituzionalizzata degli sguardi, insufficiente a contenere e controllare fenomeni di individui che pressano le frontiere occidentali per entrare, mossi dalla disperazione della penuria di ogni genere. Questa percezione alimenta atteggiamenti xenofobi e razzisti, anziché dare luogo a forme di integrazione solidale fra poveri, anzi, chi si sente escluso nella propria nazione, esclude a maggior ragione l'altro, considerandolo un potenziale concorrente nell'accaparrarsi le scarse risorse disponibili.
Allora, sempre tornando a Sarpellon , egli afferma che la« povertà assume concretezza nel confronto tra bisogni percepiti e risorse disponibili. I bisogni sono un prodotto sociale, nel senso che essi emergono dall'ambiente nel quale si vive e vengono poi interiorizzati dalle persone. Quando allora aumenta o diminuisce la povertà? Quando variano risorse e bisogni. Un aumento della ricchezza produce un aumento delle risorse; ma quando aumentano le risorse disponibili, aumentano normalmente anche i bisogni. Questi due processi non vanno parallelamente, nel senso che mentre la ricchezza ha una sua distribuzione nella società, i bisogni tendono ad allargarsi a tutta la collettività. In questo modo, se aumentano i bisogni di tutti mentre aumenta la ricchezza solo di alcuni, crescerà fatalmente il numero di coloro che non riescono a soddisfare i propri bisogni e si troveranno quindi in situazione di povertà»(Sarpellon 2001,rivista della FIO-psd, p6).

Secondo questa teoria, la povertà aumenta all'aumentare della ricchezza che una collettività produce, perché si produce aumento del benessere. Questa conclusione va contro il luogo comune che, aumentando la ricchezza, aumentando le risorse, si riesca a sconfiggere la povertà. Jeremy Seabrook sostiene che «La povertà non può essere curata, perché non è un sintomo della malattia del capitalismo. E' vero il contrario: essa è prova della sua forte tempra, della sua spinta a accumulare e attivarsi sempre più». (Z. Bauman, dentro la globalizzazione, 1998,p89).
In realtà quello che dovrebbe interessare chi si occupa di policy making è il costo dello sviluppo economico ed il contenimento delle disuguaglianze, attraverso una redistribuzione equa delle risorse, formula più che ovvia, ma mai tanto disattesa.
Eppure nelle nostre società occidentali i “poveri” vengono curati, ed aiutati in qualche modo, non sono abbandonati completamente a se stessi, almeno in teoria, ma non bisogna cadere nel trabocchetto di pensare che la povertà sia solo quella più estrema, perché tenere conto delle povertà più nascoste, quasi invisibili, collocate nelle città, può essere l'unico modo per cercare di arginare il fenomeno di impoverimento e quindi di deriva dei soggetti “a rischio”. Non è sufficiente, quindi, accedere tutti alle risorse, ma occorre dominare il meccanismo di riproduzione della ricchezza in modo che esso non produca nuovi squilibri[...]la povertà l'avremo con noi fino a quando accetteremo che la disuguaglianza si riproduca nella nostra società.(Sarpellon 2001,TRA, rivista della FIO-psd, p 7)

Questo brano è tratto dalla tesi:

Vite a perdere: viaggio nei percorsi di inclusione sociale degli homeless

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Informazioni tesi

  Autore: Paola Piera Capuzzi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Scienze sociologiche
  Relatore: Mara Maretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

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