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Tradurre l'intertestualità per il piccolo schermo: il caso Stranger Things

Stranger Things: una ''strizzata d’occhio'' dagli anni Ottanta

In questo capitolo, si prenderà in esame la relazione tra le serie tv e l'intertestualità.
Quest'ultimo concetto, come precedentemente discusso, mina fortemente l'idea di originalità dell'autore, che non crea nulla in maniera completamente innovativa, ma trae il proprio materiale, più o meno consapevolmente, da testi già esistenti. Come accennato nel capitolo precedente (cfr.

capitolo II, paragrafo 5), questo vale non solo per scritti letterari, ma anche per quelli che sono alla base della creazione di film, serie televisive, e opere destinate al piccolo e grande schermo. Più spesso di quanto ce ne rendiamo conto, infatti, l'imitazione, le citazioni e le allusioni sono messe in atto per diversi motivi, dalla volontà di rendere omaggio a un precedente autore, a quella di effettuarne una parodia, o semplicemente per la trasformazione di alcuni elementi in topoi e cliché del mondo del cinema, riutilizzabili nel corso del tempo.

Allo stesso modo, nella sua analisi sull'intertestualità parodica nelle fiction taiwanesi, W Michelle Wang afferma che le pratiche intertestuali non sono mai state tanto evidenti ed estese come nelle serie televisive, al punto da alimentare sempre più dubbi sulla loro natura. La studiosa si chiede dunque se tali pratiche debbano essere considerate come un “saluto al” testo citato, o piuttosto uno scaltro tentativo di “plagio creativo”: Nowhere is such absorption and transformation of an intertext more evident than in television serials that in part or wholly adapt, refashion or parody other literary or cultural texts, including sequences from novels, plays, fairy tales, movies or even other television serials. Intertextuality is perhaps most explicitly foregrounded in television series that imitate sequences from other serials with which television-watching audiences are already likely to be familiar. The recent proliferation of such overt intertextuality in Taiwanese idol dramas has given rise to the question of whether such manoeuvres constitute a ‘salutation of' the cited intertext or a cunning act of creative ‘plagiarism' (Iwabuchi, 2001: 63; Du, 2013). The answer might very well include both of these intentions.

Un esempio emblematico è Stranger Things, serie televisiva che da subito ha raggiunto un clamoroso successo, dovuto in parte alla maestria dei suoi autori, Matt e Ross Duffer, nel creare un prodotto televisivo che funzionasse come una “strizzata d'occhio” dagli anni Ottanta (così come Eco definiva le citazioni nascoste di un autore). Stranger Things è una serie costruita su una rete di riferimenti, citazioni, allusioni e analogie tratti da film e romanzi che hanno costellato il panorama culturale e artistico di quegli anni: dai capolavori di Stephen King a quelli di Steven Spielberg (oltre che a una lunga serie di allusioni minori), inscenati apposta per suscitare negli spettatori un brivido di nostalgia per chiunque avesse vissuto l'ondata culturale di quegli anni, in prima persona o attraverso le testimonianze indirette del periodo.

Questo è quello che suggeriscono le numerose interviste rilasciate dagli stessi fratelli Duffer, alle quali ci affideremo per analizzare il punto di vista degli autori sul gioco della “caccia al riferimento” scaturito dalla visione della serie. Un prodotto, dunque, intenzionalmente creato per un pubblico vasto, che coinvolgesse non solo ragazzi, ma anche adulti che potessero riconoscersi nei protagonisti più maturi, grazie anche all'effetto “senza tempo” di influenze del passato, come rivela Ross Duffer al periodico statunitense Rolling Stone: When I look back at something like E.T., not only does it hold up beautifully but it feels timeless. We hoped that it would be the same with this. It doesn't matter if you were raised in the Eighties or not, you can connect with these characters. There are kids, teens and adults in this, so there's someone for everyone to relate to. The intention was always that this would play as a summer popcorn blockbuster. But we didn't know if it would.

Tale utilizzo dei riferimenti intertestuali corrisponde a quello definito “postmodern game” da Erlend Lavik, professore di Media Studies all'Università di Bergen, nel suo studio sulla poetica e retorica dell'intertestualità nella serie televisiva The Wire (HBO, 2002-2008). Egli sostiene che l'uso di omaggi, camei, allusioni, citazioni e prestiti da opere televisive e letterarie, nonché dalla sfera locale reale, sia un modo per mostrare la relazione del prodotto audiovisivo con la vita reale, sottolineandone il realismo. Secondo l'accademico, l'intertestualità postmoderna tende inoltre a premiare gli spettatori in grado di riconoscere più riferimenti possibili (sulla scia di quelli che Eco definiva “lettori competenti”), conferendo un'accezione ludica al suddetto gioco della “caccia al riferimento”. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Tradurre l'intertestualità per il piccolo schermo: il caso Stranger Things

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Informazioni tesi

  Autore: Luigia Uliveto
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e Culture Europee
  Relatore: Katherine Russo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 185

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