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Blue synaesthetic roots

Estratto della Tesi di Anna Maria Ilardi

Estratto dalla tesi: Blue synaesthetic roots
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come un monaco seduto nella posizione del loto. Nella mano sinistra appoggiata in grembo, tiene 
un vaso colmo di nettare – medicina. M. Piantelli, Il buddismo indiano, Laterza Ed, 2001 
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N. Kumar, Il simbolismo dei colori nell’arte buddista, saggio realizzato grazie alla collaborazione 
di "Exotic India" una delle più importanti Gallerie d'Arte indiane, con la sede centrale a Nuova 
Delhi e una succursale negli Stati Uniti. Cfr. www.cultorweb.com, 2017. 
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Azulejo= dallo spagnolo azul (azzurro) indica una mattonella di terracotta maiolicata o verniciata 
usata nel mondo spagnolo e lusitano per pavimentazione o per rivestimenti parietali. I primi 
azulejos del XIII sec. imitavano gli alicatados arabi (opera di ceramica smaltata, realizzata a poco 
prezzo su commissione) e avevano perciò sottili intrecci geometrici rilevati a contenere gli smalti. 
Del XIV sec. è il tipo andaluso a lustro metallico. Si ebbero azulejos a soggetto araldico e più tardi 
a motivi rinascimentali. I maggiori centri di produzione furono Siviglia e Toledo; ebbero larga 
diffusione (sec. XVII e XVIII) anche in America Latina. Cfr.  (Santis, 2014).  
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 L’Alfama è un quartiere di Lisbona dove non circolano automobili, dove tra drogherie e botteghe 
non spunta neanche un supermercato, una città nella città che protegge la sua vecchia vita dietro le 
viuzze da casbah, gli intonaci corrosi, gli azulejos stinti e le porte chiuse sui becos, gli stretti 
passaggi in mezzo alle case. Ai tempi della dominazione araba, l'Alfama era la periferia della 
Lisbona gotica, il quartiere colto e aristocratico ai piedi della Medina chiusa nella fortezza 
saracena, l'odierno Castello di San Giorgio (Santis, 2014) 
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  Il termine fado deriva dal latino fato (destino, sorte). principalmente la canzone di Lisbona, nato 
intorno al 1840, probabilmente sviluppatosi a partire dai canti dei marinai portoghesi. Cfr. G. 
Paloma, Lisbona e dintorni, Lisbona.com, 15 aprile 2016. 
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Africano americano è il termine che viene indicato come più appropriato ad indicare l’origine dei 
neri d’America. Afroamericano, che risale al 1880 e che è diventato corrente negli anni Sessanta, 
indica il cittadino statunitense discendente dagli schiavi portati dall’Africa tra il XVII e il XIX sec. 
Nel frattempo, però, negli Stati Uniti si è affermata la dicitura estesa “africano americano”. 
Diffuso già dalla fine degli anni Settanta, africano americano è stato assunto a riferimento dopo 
che nel dicembre 1988 il reverendo Jesse Jackson ha sollecitato i leader neri, riuniti in grande 
convegno, ad adottarlo. Nelle sue parole,” essere chiamati africano americani possiede 
un’integrità culturale. Ci pone nel giusto contesto storico”. Cfr. S. Zenni, Che razza di musica – 
jazz, blues, soul e le trappole del colore, EDT, Torino 2016, pp. X- XI. 
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Field Holler, in inglese “grido dei campi” e una forma di canto popolare afroamericano a voce 
sola. È un grido o richiamo modulato da schiavi e braccianti neri, spesso portatore di messaggi in 
codice da comunità a comunità. Cfr. G. Schuller, Il Jazz - Il periodo classico , Le origini, Oliver, 
Norton, Armstrong, EDT, Torino 1968; 1996 (per l’edizione italiana, a cura di M. Piras), p. 169.  
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Alan Lomax (Austin, 31 gennaio 1915 – Safety Harbor, 19 luglio 2002) è stato un 
etnomusicologo, antropologo e produttore discografico statunitense. Nel luglio di sessanta anni fa, 
nel 1954,  Lomax, già prestigioso ricercatore e studioso di canti popolari, giungeva dall’America, 
in Sicilia, per effettuare una serie di registrazioni: dei canti, dei versi, dei suoni e delle preghiere 
dei pescatori, dei contadini, dei minatori, insomma delle fonti orali e popolari siciliane più antiche 
e genuine. In quell’esperienza di ricerca sul campo, Lomax ebbe la compagnia e la guida del 
musicologo Diego Carpitella, un grande raccoglitore di storie, usanze e canti siciliani, e scoprì, 
girando l’isola in lungo e in largo, un ricchissimo tesoro di parole e melodie, nate spontaneamente 
dagli affanni, dal lavoro, dai bisogni e dai desideri della gente della Sicilia. Di questa esperienza si 
trova documentazione nel librodi S. Livolsi, Alan Lomax in Sicilia, 1954, in www.lafrecciaverde.it 
10 novembre, 2014. Per ulteriori approfondimenti cfr. www.treccani.it. 
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 ‘La città che è come una forchetta che si protende sul mare’ e dove i salinai intonano ‘una 
canzone dell’industria più antica, quella del sale’, che è un lamentu, ‘un lamentu di selvaggia 
malinconia, giunto dall’epoca della schiavitù nel Mediterraneo’. Lomax appuntò, su di un 
quaderno, sul quale come  titolo appose la scritta Sicily, quel che si legge, nella prima e ampia 
parte, di un libro pubblicato qualche anno fa, meritoriamente, da Il Saggiatore, con l’eloquente 
titolo L’anno più felice della mia vita. Libro che, curato dalla figlia di Lomax e introdotto da 
Martin Scorsese, contiene note dense e poetiche che cominciano col descrivere e spiegare la pesca 
del tonno nelle Isole Egadi; per proseguire, poi, con l’illustrare l’attività delle saline di Trapani. 
Ibidem.

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Blue synaesthetic roots

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Informazioni tesi

  Autore: Anna Maria Ilardi
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2017-18
  Università: Conservatorio di Musica Antonio Scontrino - Trapani
  Facoltà: ALTA FORMAZIONE ARTISTICA E MUSICALE
  Corso: Canto Jazz
  Relatore: Veronica Farnararo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 110

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