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L'ultimo degli esistenzialisti - Ingmar Bergman e le filosofie del dubbio

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sua struttura caratteriale e la ragione è solo un’ancella utile al fine di organizzare i propri processi 
mentali; Essa è una chimera di natura psicotica che induce gli uomini a credere erroneamente di 
aver colto una verità eterna non sottoposta al logorio del tempo. 
La Ragione ha sempre avuto un ruolo centrale nel pensiero filosofico, soprattutto a partire 
dall’illuminismo tedesco poiché si è confidato che attraverso di essa fosse possibile definire in 
maniera certa  la struttura ultima della Physis. Nella crisi ciò non è possibile. La realtà (il vero 
Noema) non è altro che un groviglio di forze distruttive ingovernabili, istinti che albergano nel 
cuore dell’uomo e che lo conducono a commettere il male, compiacendosene. Non c’è nulla da 
giustificare in tal senso: il male è un fatto e non un’ipotesi. In questo caso non c’è più un Dio che 
possa giustificare le azioni nefaste delle persone; egli, secondo Bergman, si è già ritirato da tempo e 
si limita a osservare in lontananza la tragedia di quella «massa dannata» – per usare un’espressione 
di Martin Lutero – che «si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo» per poi scomparire nel 
nulla. Com’è possibile vivere dal momento che le secolari tradizioni sapienziali sono cadute? 
Perché bisogna continuare a vivere? Pare che Bergman in alcuni casi – nei periodi che lo hanno 
visto attraversare profondi disagi interiori – voglia giustificare il suicidio, cosa inammissibile per la 
filosofia. Solamente gli stoici e Schopenhauer hanno elogiato questo gesto estremo della volontà 
umana ma per ragioni differenti. Gli stoici prendono atto dell’ineluttabilità delle cose e del 
determinismo intrinseco della natura, di cui sia la morte che il suicidio sono considerati come 
elementi del tutto normali. In Schopenhauer il suicidio parrebbe uno dei rimedi per placare la 
volontà di vivere. Nonostante ciò, l’apologia del suicidio non ha mai varcato i confini teoretici allo 
scopo di concretarsi nella pratica. La crisi comporta tutto questo. L’individuo è per prima cosa 
trincerato nella propria solitudine ontologica, come i personaggi Bergmaniani sembrano mostrare. 
Antonius Block ingaggia una partita a scacchi con la morte solo per prorogare l’inevitabile. I mezzi 
della ragione non gli permettono di cogliere Dio con i sensi. Ciò che egli percepisce è 
l’annientamento e la ventata di morte abbattutasi in Terra Santa durante le crociate a cui egli ha 
preso parte insieme al suo fedele scudiero Jöns. Block si tormenta per domande che non troveranno 
mai una soluzione. Tali quesiti possono essere gli stessi che Kant si pose nel corso della sua ricerca 
intellettuale circa la problematica dell’esistenza di Dio, dell’Anima e di come l’uomo possa agire 
moralmente. In Bergman ritroviamo le questioni poste dalla filosofia tedesca, sennonché egli ne 
rappresenta il contraltare avverso poiché in ogni suo film la speranza e la nostalgia di Dio – 
incarnate dai protagonisti – vengono sempre contrapposte al cinismo, al nichilismo e all’assenza di 
valori anch’essi espressi dai co-protagonisti. Se Block personifica colui che si pone continuamente 
dei dubbi circa Dio e il Nulla, Jöns ne è l’esatta antitesi visto che, come egli stesso si esprime in un

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Informazioni tesi

  Autore: Roberto Antoniello
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Enrico  Giannetto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 188

FAQ

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