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L'ultimo degli esistenzialisti - Ingmar Bergman e le filosofie del dubbio

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Anteprima della tesi: L'ultimo degli esistenzialisti - Ingmar Bergman e le filosofie del dubbio, Pagina 4
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monologo del film: «la mia pancia è tutto il mio mondo, la mia testa è la mia eternità e le mie mani 
due soli meravigliosi, le mie gambe sono i dannati pendoli del tempo e i miei piedi sporchi la mia 
filosofia. Tutto quanto ha esattamente il valore di un rutto, l’unica differenza è che il rutto dà più 
soddisfazione»
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. Nostalgia di Dio in Block e agnosticismo puro in Jöns. Questo gioco dialettico si 
ripropone continuamente nella opere di Bergman già a partire da Det sjunde inseglet. Proprio da ciò 
è di vitale importante scagliare una critica feroce ai vecchi ideali filosofici che hanno fornito delle 
giustificazioni per far sì che gli esseri umani si astenessero dal togliersi la vita. Bergman in tal 
senso condivide l’aforisma di Shakespeare secondo cui solo «il timore di qualche cosa dopo la 
morte» trattiene l’uomo dal suicido. L’impegno filosofico assunto da questo grande Autore si è 
incarnato in molte opere cinematografiche. Tale sforzo gli è stato riconosciuto non solo dalla 
cultura ufficiale – dal progetto Erasmus istituito ad Amsterdam nel 1958 per segnalare «persone o 
enti che si siano acquistati meriti eccezionali verso la Cultura mondiale», al Premio Goethe 
conferitogli nel 1976 – ma anche da una messe di filosofi che già agli inizi degli anni sessanta 
ebbero modo di valutare l’opera di Bergman come l’esempio perfetto e compiuto di un cinema di 
pensiero, impegnato a porre domande, a instillare il dubbio nello spettatore. Non che prima di 
Bergman non siano esistiti altri registi-autori che avessero scelto le potenzialità del mezzo 
cinematografico per esprimere in maniera diretta il proprio pensiero, e non sarebbe nemmeno 
opportuno citarli poiché la lista sarebbe pressoché immensa. Tuttavia Bergman ha saputo coniugare 
le componenti fondamentali del cinema – montaggio, inquadratura, illuminazione, movimenti di 
macchina e dialoghi – al servizio di idee filosofiche estremamente complesse che difficilmente 
manterrebbero la stessa potenza se trasposte su carta. Inoltre il suo è un linguaggio universale e, 
come tale, è rivolto all’umanità intera. Le posizioni principali dei filosofi che si sono cimentati 
nell’interpretazione dell’opera del maestro svedese saranno esposte nella pagine che seguiranno. 
Nonostante il tema preminente sia esemplificato dall’esistenzialismo - a cui anche Guido Oldrini si 
riconnette nella sua disamina nel testo La solitudine di Ingmar Bergman e a cui molta critica 
italiana si è recentemente rifatta - non mancheranno posizioni alternative come quella di Pansley 
Livingston, filosofo della letteratura il quale ha indagato la relazione tra Bergman ed Eino Sakari 
Kaila, psicologo e filosofo finlandese sconosciuto – o misconosciuto – ai più. Bergman stesso, 
nonostante non abbia lasciato molte testimonianze in riferimento ai pensatori che più lo hanno 
influenzato, afferma nella prefazione al volume Quattro film che dal punto di vista filosofico ci fu 
un testo che ebbe un’enorme influenza su di lui, ossia il Trattato di psicologia della personalità di 
Kaila, la cui tesi afferma il primato delle forze istintuali e narcisistiche sui prodotti dell’attività 
                                                 
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 I. Bergman, Quattro film [1961], tr. it. di Giacomo Oreglia, Einaudi, Torino, 1976, p. 118.

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Informazioni tesi

  Autore: Roberto Antoniello
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Enrico  Giannetto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 188

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