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La competitività economica al servizio di quella sportiva. Il caso del trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus

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grazie al proprietario, che si occupava di ripianare le suddette perdite (Tanzi, 1999). Fu 
quello un periodo di grandi successi sportivi per il calcio italiano. 
A partire dagli anni ‘90, però, questo sistema entrò sempre più in crisi, fino a 
potersi affermare, ad oggi, l’impossibilità di una gestione “mecenatistica” in senso stretto 
delle società. Ciò è frutto di una serie di concause le quali hanno radicalmente trasformato 
il modo di operare dei club e le loro priorità.  
Tutto ebbe inizio in Inghilterra, dove, per effetto della distribuzione di diritti 
televisivi dal valore sempre più elevato (dal 1992, anno di nascita della Premier League, 
ad oggi, si è passati da 304 milioni a 7 miliardi di sterline) e per l’arrivo di sempre 
maggiori investimenti stranieri, vi sono stati grandi cambiamenti nelle business strategies 
dei club. “I dirigenti della Premier sono stati abili a sfruttare nel migliore dei modi le 
possibilità concesse da ricavi così ingenti. [...] hanno esplorato opportunità che gli altri 
grandi campionati europei non avevano pensato di sfruttare. Oggi la Premier League è il 
campionato più seguito in Asia. [...] Oggi tutti i top club europei nell’off-season 
programmano tournée in giro per il mondo con l’obiettivo di conquistare nuove frange di 
tifosi. Non sempre trovano però terreno fertile visto che i club della Premier hanno 
intrapreso questo percorso con anni di anticipo” (Calò, 2018).  
L’Inghilterra divenne quindi il primo paese a trasformare il calcio in un business 
a tutti gli effetti. Negli altri paesi, comunque, il cambiamento arrivò pochi anni dopo, 
incarnato dalla celeberrima “sentenza Bosman” del 1995. Con essa, la Corte di Giustizia 
dell’Unione europea ridefinì di fatto un nuovo sistema di regole: fu permesso ai calciatori 
professionisti con cittadinanza in uno dei paesi dell’UE di trasferirsi liberamente da un 
club all’altro alla scadenza del contratto, annullando le norme nazionali che limitavano il 
numero di stranieri nelle squadre. Le società persero così il proprio potere nei confronti 
dei calciatori, non più costretti, alla scadenza del contratto, a richiedere l’assenso del club 
di provenienza per potersi trasferire. 
In Italia, un ulteriore tassello venne posto con la L. del 18 novembre 1996, n. 586, 
che permise alle società sportive professionistiche la distribuzione ai soci dell'utile di 
esercizio, rendendole così a tutti gli effetti società a scopo di lucro e permettendo, 
indirettamente, l'ampliamento delle attività commerciali. I club cominciarono ad 
estendere l’attività d’impresa alla vendita di riprese televisive e di spazi pubblicitari, al 
merchandising e alla stipula di contratti di sponsorizzazione, favorendo la ricerca di 
capitale esterno ed una più marcata diversificazione dei ricavi. Le società diventarono 
delle vere e proprie aziende, i cui costi crescevano insieme ai ricavi, e in cui una gestione
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Informazioni tesi

  Autore: Nunzio Salvatore Minissale
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia aziendale
  Relatore: Rosario Francesco Antonio Faraci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 63

FAQ

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Parole chiave

calcio
comunicazione
sport
plusvalenze
cristiano ronaldo
financial fair play
business model canvas
competitività aziendale
brand calcio
tifoso/consumatore

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