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Lo scetticismo interpretativo

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Anteprima della tesi: Lo scetticismo interpretativo, Pagina 7
10 
prevalente considerazione di alcuni problemi tipici, dall’uso di determinate premesse metodologiche e dalla 
comunanza di alcuni risultati tra gli esponenti. Karl Llewellyn sostiene che, anche se non la pensano allo stesso 
modo su tutti i problemi affrontati, tuttavia “da certi comuni punti di partenza essi si sono spinti su linee di 
ricerca che sembrano formare un tutto unico; tra questi autori si verifica “una rilevanza reciproca, una 
complementarità, una connessione tra i risultati cui pervennero “quasi fossero guidati da una mano 
invisibile”
9
. 
    I maggiori esponenti di questo movimento sono, oltre al succitato Llewellyn,: Thurman Arnold, Joseph W. 
Bingham, Felix Salten Cohen, Walter Wheeler Cook, William O. Douglas, Jerome Frank, Leon Green, Herman 
Oliphant, Max Radin ed Hessel E. Yntema. 
 
      Alla base della critica realistica sta l’impostazione del problema della conoscenza giuridica nei termini 
della distinzione tra “ciò che è” e “ciò che deve essere”. Stabilendo tale distinzione, il realista assume essere 
oggetto della propria ricerca non un sistema normativo bensì delle serie di fatti. Le proposizioni normative 
formulate dagli operatori giuridici divengono oggetto di conoscenza in quanto assunte come formulazioni, cioè 
come fatti. Conseguentemente, le proposizioni prescrittive (contenute nelle leggi e nelle decisioni giudiziarie) 
sono studiate come fatti storici, e sono studiate come formulazioni intese a giustificare, a prevedere, o ad 
influenzare i comportamenti degli operatori giuridici o di talune categorie di operatori giuridici. Vengono così 
distinti rigidamente i “precetti” dalle “pratiche” ed il giurista  si trova a studiare non solo una serie di precetti, 
ma una serie di precetti ed una serie di pratiche. La relazione tra i precetti e le pratiche essendo soggetta a 
mutamenti storici, l’oggetto dello studio del giurista (il “diritto”) appare continuamente mutevole: 
specialmente se si tiene conto della continua formazione di nuove pratiche e formulazioni di nuovi precetti nel 
corso dell’attività giudiziaria (nella “creazione giudiziale di diritto”) 
 “Il realismo (dei realisti americani) – scrive Pound – significa fedeltà alla natura, esigenza di descrivere i 
fatti così come realmente sono, invece di descriverli come si immagina che siano, o come si desidera che siano, 
o come si ritiene che dovrebbero essere”
10
. Nelle parole di Jerome Frank realismo significa “descrizione di 
ciò che è, in contrasto alle visioni romantiche, o fantastiche, tendenti ad abbellire la realtà, e a sostituirla con 
quella esistente solo nei desideri”
11
. Tutto questo viene applicato direttamente al campo dei giudici, alla realtà 
del diritto rappresentata dalla law in action in contrapposizione alla law in books, indagando “su ciò che i 
tribunali fanno effettivamente, e non ciò che essi dicono di fare”.  
   “Non la ragione addotta da un particolare giudice a sostegno della sua decisione e neppure tutto il 
complesso di regole accumulatesi attraverso i secoli sotto la spinta degli avvenimenti storici, ma il 
comportamento effettivo, l’azione riflessa di tutte le parti interessate alla risoluzione della controversia, 
costituiscono l’unico vero oggetto di qualsiasi studio che voglia essere scientifico. Questi comportamenti 
possono venir osservati empiricamente, classificati statisticamente ed interpretati induttivamente dal giurista 
scienziato, precisamente come le abitudini delle formiche vengono descritte e classificate dall’entomologo 
(…) seguendo un behaviorismo puramente empirico e rinunciando a ricercare la razionalità e il fine, la 
giurisprudenza uscirà finalmente dal dominio della metafisica per assurgere trionfalmente al suo stadio più 
elevato, lo stadio del suo sviluppo scientifico”
12
. I realisti americani scoprono in questo modo che la sequenza 
abitualmente accettata: “prima gli enunciati normativi che contemplano il caso e poi la decisione del giudice”, 
non corrisponde al funzionamento effettivo del diritto.  
   L’ordine dei fattori deve perciò essere così invertito: “prima il giudice arriva ad una decisione sulla base di 
una serie di elementi che sono la sua ideologia della giustizia , l’idea che si è fatto degli interessi in causa, e 
persino le sue idiosincrasie personali, palesi o occulte, e poi va alla ricerca delle norme e dei precedenti da 
applicare al caso e che possono servire per giustificare la sua decisione” 
13
. Il tutto pur manifestando grande 
omaggio formale per la lettera degli enunciati normativi e dei precedenti. I realisti americani dimostrano, 
infatti, come un giudice (oppure un avvocato) possa arrivare a conclusioni diverse pur partendo da premesse 
simili, con grande dovizia di esempi tratti da casi specifici discussi davanti ai tribunali.  
   
                                                 
9
 K .N. LLEWELLYN, Some realism about realism. Responding to dean Pound, in “Harvard Law Review”, vol. 34, 
1931, p. 1222 ss. 
10
 R. POUND, The Call for a Realistic Jurisprudence, in “ Harvard Law Review”, 1931, p.697. 
11
 J. FRANK, Are Judges Human ?, in “ University of Pennsylvania Law Review “, 1931, p. 18. 
12
 P. ARONSON, Tendencies in American Jurisprudence, in “Toronto Law Review”, vol. 4, 1941, p. 103. 
13
 G. TARELLO, Il realismo giuridico americano, Milano, Giuffrè, 1962,  pp. 151 ss.
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Informazioni tesi

  Autore: Riccardo Zeggio
  Tipo: Laurea vecchio ordinamento (pre riforma del 1999)
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Ferrara
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Baldassarre Pastore
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

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