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Le riforme del 1968 in Italia

Nel maggio 1968 si tennero le elezioni politiche. DC in lievissimo aumento, PCI in aumento, PSU in discesa, PSIUP in salita. Divenne chiaro, dopo le elezioni, che gli stabili e sonnolenti governi
Moro della metà degli anni '60 non erano che appartenenti al passato; nel frattempo il PSU si ridivise in PSI e PSIUP e la DC si frantuma in mille rigagnoli, ponendo fine pure ai dorotei. Dal 1968 al 1972 è un periodo di governi brevi, di coalizione, tre dei quali sono diretti dall'insipido democristiano Mariano Rumor; segni inequivocabili della ricerca forsennata di una soluzione stabile di governo. La DC e il PSI, i due principali membri della coalizione al governo, non potevano fare finta di nulla di fronte ai fermenti nazionali e nemmeno potevano liquidare la faccenda con la strategia della repressione o dell'attendismo. Fu in questo periodo che il governo attuò una politica riformatrice, certamente massimale e raffazzonata, sicuramente fatta di provvedimenti stabiliti e organizzati a volte già da decenni, ma meglio di niente. I punti principali furono:
- Istituzione delle regioni → prevista nel 1948 e attuata dunque dopo ben ventidue anni!
- Introduzione del referendum → anch'esso previsto nel 1948
- Riforma delle pensioni → si lasciò irrisolto il problema di una pensione equa e automatica per chi non poteva dimostrare di avere svolto un lavoro regolare ma ai regolari si garantì il 74% del salario medio degli ultimi cinque anni.
- Creazione dello Statuto dei Lavoratori → realizzato grazie all'impegno del socialista Giacomo Brodolini, tramite esso si stabilivano alcuni fondamentali diritti – compresi quelli di tutela dai lavori pericolosi e di appello alla magistratura per licenziamenti ingiusti – che realizzava per la prima volta una legge per i lavoratori non unilaterale.
- Legge sul divorzio → il progetto fu presentato nel 1965 dal socialista Loris Fortuna ma solo dopo molte lotte la legge Fortuna – Baslini (il secondo era un liberale che aveva inserito dei suggerimenti nel 1969) fu approvata con 325 a favore e 283 contrari.
- Riforma della casa → essa divenne legge nel 1971 e mostrò perfettamente come fosse il settore – chiave in cui la riforma si arenava di fronte agli interessi consolidati e alla burocrazia statale. Adesso le forze che premevano per una riforma forte del settore erano molte di più rispetto all'epoca Sullo e il movimento operaio partecipava attivamente. Dopo una lunga serie di trattative inframezzate da scioperi la legge fu varata con l'approvazione dei sindacati anche se soddisfaceva solo in minima parte le loro richieste. Sostanzialmente l'intero sistema dell'edilizia pubblica fu semplificato e demandato agli enti locali, ai quali si garantiva il potere di esproprio ai fini di opere di pubblica utilità, con un risarcimento al prezzo medio dei terreni agricoli. Fu varata una nuova legge per un piano di ediliza pubblica, ma esso si rivelò lacunoso e complicato. Come mai i riformisti, all'apice delle loro forze, non riuscirono a imporre piani chiari. Trattandosi di edilizia pubblica non c'entravano gli imprenditori ma la scollatura tra sindacati e partiti politici interessati alla riforma, questi ultimi contrari a ingerenze sindacali in affari che consideravano propri. Il PCI di Berlinguer fu tra questi. Ma il motivo più rilevante fu l'abilità dei politici contrari alla riforma nello sfruttare le paludi della legislazione italiana meglio dei riformisti, meno pratici di governo. Una lunga serie di emendamenti e vischiosità procedurali condannò la riforma.
- Riforma del fisco → si inserì un nuovo sistema di tassazione progressiva ma fu un
successo a metà. I dipendenti pubblici erano efficacemente tassati alla base ma gli
autonomi per ovvi motivi no, e le evasioni fiscali aumentarono considerevolmente.
- Investimenti nel Mezzogiorno → sempre in grosse aziende ad alta intensità di capitale.

di Gherardo Fabretti

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