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Evoluzione storica del settore agricolo italiano dal Dopoguerra ad oggi

I cambiamenti che hanno investito il nostro Paese, in quest’arco di circa 60 anni, sono stati impetuosi e molto profondi. Il processo di industrializzazione e di modernizzazione della società italiana è avvenuto nell’arco di 20/30 anni. Se guardiamo agli altri paesi europei, come Inghilterra, Francia e Germania, questo processo ha interessato un secolo e anche più. C’è stata una concentrazione di fenomeni estremamente rilevante.

L’Italia nel Dopoguerra

Era un’ Italia dove la popolazione era, in grandissima parte, rurale, non urbanizzata, una popolazione che estraeva il suo sostentamento dal settore primario, soprattutto dall’ agricoltura; una popolazione largamente sott’occupata che, nei contesti rurali, non riusciva ad impiegare la propria capacità lavorativa. Si trattava di una popolazione non istruita, l’analfabetismo molto diffuso, una popolazione non alimentata sufficientemente, mal nutrita sia in termini quantitativi, come livello aggregato di assunzione calorica, che in termini di composizione della dieta. Un’Italia diversa, lontana, rispetto all’Italia che conosciamo oggi. Le aziende agricole, nell’Italia a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono in minima parte integrate nel mercato, definite come realtà ancora pre mercantili, realtà economiche di autoconsumo; in quegli anni c’è il latifondo, la mezzadria, ci sono tante famiglie rurali che sono legate in quanto famiglia alla terra che lavorano, specie al Sud, ma anche in Toscana e alcune aree dell’Italia settentrionale come il Veneto. I rapporti sociali erano arcaici, quasi medievali, in termini economico – sociali; la famiglia contadina era legata al fondo, se si nasceva figlio di contadini, si lavorava poi in quell’azienda, non si era chiamati a fare individualmente una propria scelta. Con il latifondista c’era un rapporto di tipo signorile, un rapporto che in alcuni casi non era molto distante dalle gerarchie sociali di tipo medievale. Il fatto che le aziende agricole erano chiuse in se stesse, poiché realtà di autoconsumo, aveva dei risvolti rilevanti non solo sul piano sociale, ma anche sul piano tecnologico e delle scelte produttive. In quel periodo il mercato era perlopiù locale, i trasporti non erano sviluppati, s’avevano piccoli mercati marginali locali dal punto di vista geografico.
La maggior parte della produzione serviva per il consumo familiare, per la sopravvivenza della famiglia, il che significa che, il tipo di produzioni che venivano attivate dall’agricoltore, quello che in agricoltura si chiama l’ordinamento produttivo, le aziende agricole sono aziende multi prodotto. Nel caso di aziende di autoconsumo, l’esigenza di produrre tante cose è molto forte; l’azienda che produce per autoconsumo deve attivare tutti i processi produttivi che danno luogo a tutti gli alimenti di cui la famiglia ha bisogno nel corso dell’anno. È un’azienda dove le dimensioni dei singoli processi produttivi sono minuscole, perché devono corrispondere al fabbisogno alimentare di un nucleo di persone che difficilmente supera le 15/20 unità. Processi produttivi, quindi, molto frammentati, parcellizzati. Il vantaggio più importante di tutti dell’esistenza del mercato è che il mercato attiva degli scambi, e gli scambi permettono la specializzazione, consentono a ogni soggetto presente nel mercato di produrre solo la cosa per la quale è più produttivo, che gli riesce meglio, perché i fattori della produzione di cui dispone sono più adatti a produrre una certa cosa, e tutti gli altri beni di cui ha necessità per vivere li ottiene attraverso il meccanismo dello scambio. Quest’altri beni saranno prodotti da soggetti che, a loro volta, sono specializzati nella produzione di ognuna di queste cose, sono più efficienti, più produttivi, c’è quindi un vantaggio complessivo di tutti coloro che partecipano allo scambio. Questo è il nocciolo duro dell’ideologia liberista, ma anche la parte più forte sulla quale c’è meno disaccordo.

L’azienda agricola italiana del Dopoguerra

Per quanto riguarda l’azienda agricola italiana del Dopoguerra, possiamo vedere come la necessità di produrre tante cose per soddisfare i bisogni alimentari della famiglia, parcellizza i processi produttivi e fa si che, presso qualsiasi zona italiana ci trovassimo, si producesse in quell’azienda un po’ di ogni cosa. In Piemonte, ad esempio, si trovavano delle piccole limonaie, protette contro i muri, i vasi coi limoni l’inverno venivano portati al chiuso, perché non c’erano mercati tali da far arrivare i limoni calabresi o siciliani anche in Piemonte; allo stesso modo, un po’ di latte necessario per i figli dell’agricoltore, nelle zone collinari interne dell’Italia meridionale, dove le condizioni ambientali non sono invocate per produrre latte in modo efficiente, si ricavava dalla singola vacca nella stalla che serviva a produrre quel po’ di latte che altrimenti non sarebbe stato disponibile.
Si parla, quindi, di aziende agricole estremamente despecializzate, con tanti processi produttivi, ognuno attivato a livello infimi; queste aziende, chiuse dal lato degli sbocchi delle proprie produzioni, erano anche chiuse dal lato dell’acquisizione dei fattori produttivi. Non vi erano mercati per i beni finali, nemmeno per i fattori della produzione, la tecnologia che s’adottava nell’aziende era semplice, mezzi tecnici pochi e quasi tutti autoprodotti, la semente era un po’ del raccolto dell’anno precedente trattenuto per attivare la semina l’anno successivo, il concime era il letame dell’unica vacca che serviva per produrre latte e letame per concimare i campi, la forza lavoro era familiare come manodopera, la forza meccanica che era bestiame e attrezzi semplici prodotti in azienda o reperibili dal fabbro o falegname del paese.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, negli anni successivi, l’economia italiana all’inizio lentamente, e a seguire a ritmi sempre più incalzanti, comincia a crescere moltissimo. Rapidamente vengono costruite infrastrutture, soprattutto per via dell’intervento pubblico, s’iniziano a costruire tante strade, potenziare le ferrovie, il sistema dei trasporti pubblici si potenzia molto, nascono le prime grandi industrie, prima nel triangolo industriale Lombardia – Piemonte – Liguria, qualcosa al Sud quelle che saranno chiamate cattedrali nel deserto. Le industrie sottraggono braccia all’agricoltura, una parte consistente dei lavoratori agricoli si sposta dal settore primario all’industria, spostamento che riguarda inizialmente gli uomini e non le donne, implica uno spostamento di popolazione dal Sud al Nord, dalle campagne alla città, quindi il fenomeno di inurbamento è dilagante, e selettivo per genere ed età, perché i primi che vanno a lavorare nella nascente industria sono maschi giovani, mentre nelle campagne rimangono soprattutto donne anziane. In quegli anni, l’ agricoltura è un settore definito come serbatoio di manodopera, proprio perché non riusciva a dare impiego a tutte le persone che vivevano nei contesti rurali, intrappolate in agricoltura, da l’assenza di alternative, nonostante il verificarsi delle grandi ondate emigratorie dell’Italia tra la fine dell’800 e inizi 900, di italiani che non riuscivano ad essere occupati in agricoltura e non avevano reddito.
Italiani che si erano recati verso l’America latina, l’America del Nord. Nel ventennio fascista erano state bloccate le emigrazioni, ma subito dopo la guerra ripartono verso la Germania, la Francia. In questo periodo, sono 10 mln e più le persone che si spostano. Processo dirompente che ha una serie di risvolti interessanti da un punto di vista del settore agricolo. Non c’è più coincidenza geografica tra la produzione agricola e il consumo, perché se milioni di persone s’allontanano dalle campagne per andare in città, si crea una netta separazione tra il momento della produzione e quello del consumo; si generano i mercati, l’esigenza di spostare merci, produrre per il mercato. Inoltre, l’industria nascente di quegli anni è industria meccanica e chimica, si inizia a creare un mercato di mezzi tecnici, di fattori produttivi per l’ agricoltura, la quale si apre al mercato nel giro di pochi anni, sia dal lato dei fattori della produzione sia dal lato dei beni che genera. Lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto accompagna questo processo, perché mezzi tecnici e beni possono spostarsi lungo il paese. Questa apertura fa aumentare moltissimo la produzione, perché l’acquisizione dei mezzi tecnici dall’esterno introduce progresso tecnico che rende l’ agricoltura più produttiva, aumenta la produzione e la produttività.

L’apertura al mercato sul lato dei beni rende possibile la specializzazione dell’aziende che, producendo per il mercato e iniziando ad esistere mercati più sviluppati, ci si può permettere di non produrre qualcosa, definire produzioni per le quali le diverse aree sono più richiamate, diversi terreni sono più produttivi, la cultura che si è stratificata nel tempo rende le persone più abili a produrre. Specializzazione che fa aumentare la produttività del lavoro e della terra; produttività del lavoro aumenta perché da un lato c’è molta manodopera che esce, produttività che è il rapporto tra il prodotto e il fattore produttivo, espressa in quantità o in valore. Si parla di produttività globale quando al numeratore sono contabilizzati i fattori produttivi e si può misurare solo in valore. La produttività parziale, invece, può essere espressa anche in quantità, come la produttività del lavoro o della terra, definita come rapporto tra una certa quantità di prodotto ottenuto e il numero delle ore di lavoro necessarie per ottenerlo. La produzione aumenta perché aumenta moltissimo la produttività.

In particolar modo aumenta la produttività del lavoro e della terra, per via della meccanizzazione, dove i mezzi meccanici sono sostituti del lavoro, e per via dell’utilizzazione massiccia di input chimici, sementi geneticamente migliorati e selezionati, migliori rotazioni agronomiche inserite e processo di specializzazione selettiva, per cui i terreni sono utilizzati per produrre ciò che sono più invocati a produrre. Durante questo periodo, si riduce la quantità di lavoro utilizzata, perché ci sono milioni di lavoratori che passano dal settore primario all’industria e servizi, ma erano lavoratori sott’occupati, il cui contributo marginale era ridottissimo all’ottenimento della produzione, e si riduce anche la terra usata in agricoltura, poiché i processi di industrializzazione e di urbanizzazione rubano terra all’ agricoltura, perché utilizzano terreno ed esprimono domanda di terra, cioè la terra di pianura più vicina alle infrastrutture, alla viabilità. C’è competizione, che inizia in quegli anni e c’è tutt’oggi, tra l’ agricoltura e gli altri settori nell’uso della terra. Effetti competizione fondamentali in un paese come l’Italia, che è un paese strutturalmente povero di terra e di terreni agricoli: carente di terra perché è un paese piccolo, densamente popolato, e povero di terreni agricoli perché è un paese montuoso e collinare, dove una parte rilevante di questi terreni che sono pochi non è soggetta ad essere coltivata, utilizzata in agricoltura o lo è parzialmente con livelli di produttività ridotti. Nella competizione per l’uso della terra, i settori non agricoli come l’industria, servizi e usi urbani, vincono rispetto all’ agricoltura, in questa competizione per accaparrarsi questa risorsa scarsa, perché sono più produttivi e remunerano meglio questa risorsa scarsa. Ogni fattore produttivo si muove da un uso all’altro, in base al livello di remunerazione, e settori che rendono più produttivo quel fattore sono settori che lo utilizzeranno intensamente. I lavoratori si spostavano dall’ agricoltura all’industria, perché i salari che ottenevano in agricoltura erano inferiori ai salari ottenuti in altri settori, livello d’impiego e di produttività erano più bassi. Lavoro e terra si sono spostati massicciamente dal settore primario a usi non agricoli. Con la crescita del reddito, i consumi alimentari sono migliorati moltissimo; il problema della fame è diventato ricordo del passato. Aumenta l’assunzione di calorie, migliora e cambia la dieta, perché non solo è cambiata la composizione in termini di categorie di alimenti.
Nelle società rurali del Dopoguerra, la base della dieta era data da cereali, e prodotti zootecnici, ma anche frutta e ortaggi avevano un ruolo marginale; il consumo dei grassi vegetali e animali era ridotto, il vino era consumato in maniera ubiquitaria dalla popolazione, e svolgeva una funzione importante l’integrazione calorica. Tutto ciò cambia nel giro di pochi anni, perché le mansioni svolte dagli operai nell’industria non sono compatibili col tasso alcoolico elevato nel sangue, quindi i consumi di vino si riducono velocemente e aumentano i consumi di prodotti zootecnici, latte e derivati, carni e aumentano anche i prodotti ortofrutticoli. Quella era l’Italia del boom demografico, un paese molto giovane dove i rapporti tra le diverse classi d’età erano diverse da quelle di oggi, c’erano meno anziani e più bambini/ragazzi. L’incremento in termini assoluti della popolazione fa crescere i consumi alimentari e di queste categorie, che i bassi livelli del reddito comprimevano. Come il reddito inizia a crescere, c’è un cambiamento interno nei consumi alimentari tra queste diverse categorie di alimenti. L’eventuale trasformazione delle materie prime in alimenti pronti per il consumo, avviene in gran parte in azienda; il grano, ad esempio, viene portato al mulino per la farina, ma viene portato su base individuale, la farina si riporta in casa, così come pane e pasta. Stesso discorso vale anche per pelati e olio. La rudimentale trasformazione delle materie prime agricole per renderle alimenti avviene su base domestica. Con il svilupparsi dei mercati agricoli, si esternalizzano alcune funzioni al di fuori della famiglia, si sviluppa un’industria alimentare. Queste trasformazioni cambiano velocemente la posizione delle aziende agricole, da produttrici di beni che vengono auto consumati (niente mercato) a produttrici di beni che, in parte, vanno sul mercato e, in parte, vanno sul mercato finale, perché sono beni destinati direttamente al consumo e destinati anche ad un mercato intermedio, perché sono beni venduti all’industria, che li utilizza come materie prime per una successiva trasformazione e seguente immissione sul mercato. L’ agricoltura cambia notevolmente i suoi interlocutori, acquisisce nuovi interlocutori a monte per il reperimento delle materie prime e fattori produttivi, e a valle per la vendita dei prodotti. Tutto l’agroalimentare italiano si apre agli scambi con l’estero.

In quei tempi, le persone non attraversavano il confine e neppure i prodotti. Era stato un ventennio autarchico. Con lo sviluppo dell’industrializzazione e dell’integrazione europea, che sfocia nella costruzione di un vero e proprio mercato unico, l’Italia s’integra in un sistema di scambi molto intenso, che è un dato fondamentale per l’ agricoltura. Il dato della scarsità dei terreni che caratterizza l’ agricoltura italiana è un dato importante da un punto di vista macroeconomico, dove crescita del reddito e boom demografico fanno crescere moltissimo i consumi alimentari, perché l’Italia è un paese strutturalmente deficitario di beni agroalimentari, e inizia ad importare alimenti finali e materie prime agricole dal resto del mondo. Si sviluppano sia scambi in entrata, l’Italia è paese importatore di beni agroalimentari, che scambi in uscita, perché l’Italia è soprattutto esportatore di prodotti trasformati dell’industria alimentare. Uno dei pilastri costruttivi iniziali della CE è stata la Politica Agricola Comune (PAC), la prima e fino a tempi recenti la più importante sfera di azione della CE e poi dell’UE, più importante in termini sia di bilancio che di apparato normativo. La PAC ha sostenuto, incentivato e protetto, a partire dai primissimi anni della sua operatività, le produzioni continentali, in particolar modo cereali e zootecnia bovina da latte e da carne. L’integrazione è stata un po’ contraddittoria, perché incentivando queste produzioni, per le quali l’Italia non è particolarmente evocata, a differenza di Francia, Germania e parte del Regno Unito, ha creato una distorsione nella specializzazione produttiva dei paesi, e quindi anche dell’Italia che, per condizioni ambientali naturali, sarebbe stata più invocata a produrre ortofrutta, olio, vino, le produzione mediterranee. Una parte rilevante delle risorse agricole del Paese è stata dirottata, sotto l’azione di questi incentivi stabiliti all’interno della PAC, a produrre altre produzioni. Altro dato strutturale importante dell’Italia è che, pur essendo molto piccolo il Paese, è un Paese con condizioni produttive per l’ agricoltura e condizioni ambientali, climatiche e pedologiche, molto differenziato. L’Italia ha una peculiarità dettata una varietà di ambienti, con avocazione produttiva diversa. Fino a metà degli anni ’70, la gestione del settore agricolo è stata unitaria, in quanto non esistevano le regioni, istituite nel ’72. Questa è una fase nella quale, il governo da parte del settore pubblico di questi processi, è stato molto centralizzato, seppur la Cassa del Mezzogiorno operava nel settore industriale e per la costruzione di acquedotti, alcune opere per il settore primario, gestite con una ripartizione territoriale a larga scala.
Tratto da ECONOMIA DEL SETTORE AGROALIMENTARE di Valerio Morelli
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