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Violenza alla base del terrore di Lenin

In Germania, per l’estrema destra nazionalista, l’assassinio politico è solo l’omicidio di un parassita e se il nemico politico definito subumano è ucciso, l’amico sostenitore è invece assassinato.
Questa violenza multiforme getta le basi del terrore istituzionalizzato da Lenin dal 1918. ma la concezione e gli obiettivi dichiarati di questo terrore di stato derivano da quella brutalizzazione operata dalla guerra anche sul pensiero dello stesso leader bolscevico. È proprio durante il periodo della grande Guerra che Lenin definisce una strategia e una  pratica rivoluzionaria in cui qualsiasi contestazione è destinata a risolversi nell’ambito della guerra civile. Lenin pensa che la guerra civile del proletariato contro la borghesia sia speculare rispetto alla guerra borghese imperialista dato che la lotta di classe trova la propria ordalia sul fronte interno così come la lotta tra le nazioni l’aveva trovata su quello esterno. La guerra civile dei bolscevichi portata alle estreme conseguenze non dipende solo dalle circostanze ma costituisce lo sbocco voluto di una teoria politica nata all’ombra della guerra totale e che investiva i suoi sostenitori di una missione fondamentale: annullare qualsiasi possibilità di resistenza della borghesia, sterminare le sue truppe.
Con i trattati di pace, i nuovi confini territoriali e i conseguenti scossoni rivoluzionari, la fine della guerra fa emergere un fenomeno nuovo in Europa: quello dei rifugiati e degli apolidi. Un milione e mezzo di russi bianchi, armeni, bulgari e un milione di greci abbandonano il loro paese di origine. Contemporaneamente numerosi stati europei emanano leggi che permettono di privare del diritto di cittadinanza coloro che durante il conflitto sono stati giudicati antinazionali. Subito dopo la guerra una moltitudine di persone non godono più della tutela dei diritti umani. Milioni di persone dal 1919 vivono senza alcuna tutela giuridica se non quella concessa loro dai trattati delle minoranze garantiti dalla società delle nazioni. Solo i cittadini che costituivano il gruppo dominante all’interno di una nazione godevano dei diritti istituzionali. Le minoranze erano soggette a una legge eccezionale internazionale sino al momento della loro totale assimilazione cioè dell’annullamento della loro identità sociale e culturale, sempre che i governi di quegli stati riconoscessero la validità di quella legge sul loro territorio.
di Filippo Amelotti
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