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APPROFONDIMENTI

Introduzione alla storia del movimento operaio

16/03/2006

Introduzione alla storia del movimento operaio

Dalla militarizzazione dell’industria bellica alla difesa partigiana delle fabbriche

L’identità operaia si manifesta dopo la guerra e si riappropria di una caratteristica perduta nella sconfitta storica dell’Italia fascista. Ma per comprendere quali mutamenti intervengono durante gli anni della guerra, occorre iniziare con una breve analisi dei caratteri del periodo fascista, perché nelle ripercussioni sui limiti della produzione italiana il regime avrà un effetto dirompente.
E’ notorio che l’Italia si sia imbarcata in modo irresponsabile nella seconda guerra mondiale. Il nostro Paese aveva già consegnato buona parte delle proprie energie e risorse con la partecipazione e l’intervento in appoggio di Franco in Spagna e si arriva impreparati alla fine della seconda guerra mondiale.. Ciononostante Mussolini conta sulla guerra lampo tedesca. Risulta abbastanza comprensibile che sia una guerra di tipo moderno, quale si era già sperimentata nel 15 e 18, ma il secondo conflitto mondiale, esaltazione di quello moderno, sembra proprio essere una guerra industriale, basata sulla mobilitazione di tutte le risorse ed energie disponibili in un Paese e sulla capacità produttiva industriale. L’industria Italiana sotto questo profilo era nettamente in svantaggio. In tutti i Paesi la mobilitazione industriale comportò dei sacrifici per la classe operaia: ci furono scioperi anche in Inghilterra ed in America. Ma la situazione in Italia si presentò con caratteristiche ben più gravi perché questa mobilitazione nelle industrie si tradusse immediatamente in un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, perché il peso dell’esigenza produttiva del nostro Paese ricadde tutto sulle spalle dei ceti operai. Una guerra ha bisogno di una mediazione e meditazione politica che indichi quali sono gli obiettivi perché gli Stati maggiori orientino poi le scelte, le priorità della produzione in funzione di determinati scopi e finalità.
Mussolini non aveva saputo indicare obiettivi chiari e precisi. Le sue rivendicazioni furono sempre oscillanti, dalla pretesa dei territori sulla frontiera occidentale, dalla Francia, da Nizza alla Savoia, poi ai paesi coloniali e ai Balcani con immediate ripercussioni sulle scelte degli Stati Maggiori, che, paradossalmente, si ritrovano in una condizione di dittatura ma con assoluta assenza di direttive, nel senso che Mussolini, pur essendo stato il responsabile del dicastero militare, per lunghi anni, aveva lasciato completa mano libera agli alti gerarchi degli Stati Maggiori dell’aviazione, dell’esercito, della marina, per ottenere in cambio l’acquiescenza e l’appoggio al regime, senza fare in modo che questi Stati Maggiori comunicassero e si coordinassero tra loro. Per cui si giunse alla situazione paradossale di uno Stato Maggiore dell’esercito convinto di dover svolgere ed approvare una guerra difensiva sulle Alpi Occidentali. La marina era invece convinta di dover combattere i francesi, alleata con la flotta inglese e l’aeronautica, il fiore all’occhiello del regime, in virtù dei grandi successi sportivi aviatori degli anni ’30: era convinta di poter sfidare tutti. L’immediata ripercussione di tali divergenze fu che un sistema produttivo, già non all’altezza ed in difficoltà nella competizione con gli Alleati, creò una successione di commesse e ordinazioni militari che variavano in continuazione e con impianti in parte obsoleti, in parte non adeguati ad una produzione su larga scala, di serie. Fu necessario continuamente, per tutta la durata della guerra, dover intervenire per modificare caratteristiche tecniche di motori, aeroplani, carrarmati. L’elemento determinante era proprio il fattore umano. Dunque la classe operaia era l’elemento principale di tale produzione anarchica e disordinata e fu sottoposta dall’inizio della guerra ad una militarizzazione vera e propria: nelle fabbriche per problemi disciplinari entra in vigore il codice penale militare di guerra: in pratica la corte marziale. Ciò significa che piuttosto del richiamo, della multa o della sospensione ed il licenziamento, se l’operaio infrangeva la disciplina poteva essere deferito ai tribunali militari, i quali peraltro non infierirono. Ci furono 4000 condanne dal 1940 al 1943 a carico di operai per infrazioni disciplinari e per assenteismo. I tribunali militari inflissero comunque pene inferiori, considerando il fatto che questi operai non potevano lavorare ancora di più perché vivevano in condizioni che superavano il limite della sopportabilità. Di fronte all’irrigidimento della disciplina di fabbrica sotto il regime fascista, vi fu un’immediata intensificazione del ritmo produttivo ed il prolungamento della settimana lavorativa (sessanta ore settimanali di lavoro). Il potere d’acquisto dei salari operai, inoltre, calò immediatamente di fronte all’inflazione che si scatenò pochi mesi dopo l’entrata in guerra. Questo di fronte ad una situazione alimentare estremamente precaria e difficile: i generi alimentari vennero razionati. Le razioni erano molto rigorose. Tutto questo comportava un peggioramento evidente della qualità della vita per i frequenti disagi. La classe operaia sopravviveva grazie alla fabbrica. I grandi complessi industriali, sotto la pressione delle rivendicazioni operaie, misero in campo le loro risorse, acquistando e sviluppando vere e proprie aziende agricole, come in provincia di Milano e presso la Breda di Sesto San Giovanni.
La fabbrica diventa non solo il luogo della socializzazione e della presa di coscienza e poi della riappropriazione di un’identità perduta, ma la fabbrica è proprio la vita. Questo spiega anche perché quando la classe operaia scenderà sul terreno della lotta resistenziale e dopo tanta fatica i partiti della sinistra ed, in primo luogo, il partito comunista, riusciranno a convincere gli operai ad imbracciare un’arma, in effetti nel nostro Paese non esiste una tradizione di violenza legata alla classe operaia. La violenza veniva concepita soprattutto in funzione di difesa della patria. Alla fine del ’42 il Paese affrontava una serie di lutti, di disagi, di sacrifici, di privazioni senza alcuna ragione, perché qualcuno irresponsabilmente ha voluto trascinare l’Italia in guerra. Gli Inglesi conquistano con una strepitosa avanzata l’Africa Settentrionale. Nei primi del ’43 l’Africa venne abbandonata dalle truppe italo-tedesche ed in seguito vi fu la resistenza di Stalingrado con tutto ciò che evocò nella classe operaia. Il fatto che questo strano, demonizzato Paese i cui appartenenti vengono bollati come comunisti, dominato da una ferocissima dittatura, invece di aprire le porte all’italo-tedesco liberatore, dimostra un’energia incredibile e ferma i tedeschi, imprimendo loro una sconfitta epocale perché vennero fermati a Stalingrado e l’inversione di tendenza della guerra passò proprio di lì.
Mescolati tutti questi eventi riflessi nell’immaginario popolare di una classe operaia che era in buona parte apoliticizzata perché non vi era stato spazio per la politicizzazione durante il fascismo, gli operai antifascisti erano pochi si contavano sul pugno della mano e si concentravano alla Breda che poi storicamente passerà per essere la roccaforte e cittadella rossa d’Italia in Sesto San Giovanni. Su quattordicimila dipendenti i comunisti erano un numero esiguo ed andavano dentro e fuori di galera.
Gli scioperi armati del marzo 1943 sono il risultato di una serie di disagi e sofferenze in cui il regime fascista già vive una propria crisi interna. La monarchia già dopo aver beneficiato del fascismo per venti anni pensa come sganciarsi e come uscire indenne dalla guerra. Lo stesso mondo dell’industria si rende conto che il regime fascista non è più funzionale, non vende, non paga: la guerra sarà perduta e bisognerà uscirne fuori prima che sia tardi. E’ un clima ampliamente corroso. Gli scioperi non partono dalla mitizzazione della fabbrica, ossia dal massimo complesso industriale italiano come la Fiat e l’idea che gli scioperi fossero partiti proprio da lì e organizzati dal partito comunista italiano, era l’apoteosi dell’immagine del ruolo della classe operaia e della fabbrica.
Ma in effetti i famosi scioperi del marzo 1943 in realtà si sviluppano a scacchiera. Si accendono e si spengono sotto l’urto della repressione violenta, con centinaia di arresti, numerosi latitanti e furono moti che andarono accendendosi e spegnendosi nell’Italia settentrionale e centrale. Questo fu un grande ruolo della classe operaia di demolizione di un regime instabile.
La grande stagione di lotte e di mobilitazione del marzo 1943, dura ininterrotta fino all’autunno del 1944. Le lotte della classe operaia sono sempre fondamentalmente attraversate da una coscienza politica e da momenti in cui un conto era subire comunque la repressione dello sciopero rivendicativo, altro era subire la repressione con l’accusa di essere sovversivi e comunisti.
La classe operaia svolge un ruolo importante di sostegno e di avvio alla lotta resistenziale. Una visione assolutamente attonita che vuole subito, poco prima dell’armistizio, alla mattina del 9 settembre, ci sia questa resistenza spontanea del Paese e che comunque nei giorni successivi ci fossero le brigate partigiane, non regge. La resistenza fu un processo faticoso, duro, lungo e supportato in primo luogo dalla classe operaia. L’armistizio aveva dato sentore che tutto fosse finito e la speranza era quella dell’arrivo degli Alleati e che tutto fosse giunto a buon esito: rischiare la pelle non piace a nessuno. La classe operaia nel marzo del 1943 si rende conto che, unita, organizzata e forte, il suo terreno d’azione e l’arma di lotta è lo sciopero e può vincere con questo. E’ la stessa arma impiegata nell’immediato autunno del 1943 contro i tedeschi, i fascisti e i padroni, sovvertendo l’ordine imposto. Nel maggio del 1944 vi è un grande sciopero di un milione di partecipanti che radio Londra paragonerà ad una grande vittoria degli Alleati, il quale diede poi energia al nascente movimento partigiano, alle prime poche bande che si erano situate sulle montagne e che resistevano al nemico oltre che ai rigori dell’inverno. Inizialmente questo ciclo di lotte termina nel 1944, perché la classe operaia nel 1943 aveva ritrovato un momento di grande forza contrattuale nel fatto che la guerra avesse assorbito tutta la manodopera disoccupata. Il padronato era alla ricerca sia di manodopera specializzata, sia di manovalanza comune per rimpiazzare i vuoti lasciati nella fabbrica dai richiamati al fronte. Nel 1944 l’Italia si rifornisce di materie prime dalla Germania e si ritrova completamente a terra. Praticamente i rifornimenti alla produzione italiana verranno sempre più assottigliandosi nel 1944, quindi esaurite le scorte, nelle fabbriche in autunno non si produce più nulla.
La fabbrica serve come ammortizzatore sociale, perché licenziare, in quella situazione di estrema tensione, con un partigianato diffuso e forte, decine di migliaia di operai, significa accelerare i tempi ed anticipare quello che sarebbe di lì a poco tempo accaduto: la liberazione.
Il clima insurrezionale e resistenziale si tiene vivo non attraverso pesanti interventi conflittuali armati come una certa cinematografia vuole fare intendere, ma soprattutto attraverso molteplici, capillari e piccole azioni costanti diffuse su tutto il territorio che, destabilizzarono la situazione e diedero ai tedeschi la sensazione di un accerchiamento costante e continuo. Nell’attuale clima generalizzante di revisionismo degli eventi, compito dello storico è denunciare quello che è stato. La storia è anche interpretazione ma non manipolazione con forzature, perché occorre che una leale ricerca si basi sempre sulla fedeltà delle fonti, su documenti obiettivi e veritieri d’archivio, considerando che il lume della ragione e l’essenza della verità stanno sempre dalla parte del sommo bene, ossia del benessere comune e collettivo e non nell’esclusivo e prioritario interesse di un’oligarchia burocratizzata che ancora oggi rivendica pretese a scapito delle masse e delle istituzioni sociali e politiche.


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