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APPROFONDIMENTI

Storie Psicopatologiche in polarita’ antagoniste e semantiche. Archetipi e individuazione identitaria

27/03/2006

Storie Psicopatologiche in polarita’ antagoniste e semantiche.<br> Archetipi e individuazione identitariaIl significato è l'impresa congiunta di due termini polari che sono il complemento l'uno dell'altro. Ciascun significato non può esistere se non in rapporto a un altro che gli si oppone.
L'idea che il significato si costruisca attraverso polarità antagoniste non è certo nuova. Il concetto di opposizione polare è al centro di tutta la psicologia dei costrutti personali di Kelly, secondo cui ciascun individuo costruisce il mondo in cui vive attraverso pattern semantici bipolari, senza i quali l'uomo sarebbe incapace di dar senso alla propria esistenza. Ma il concetto di polarità ha una storia ben più antica di quella della psicologia. In Occidente tuffo il pensiero greco antico spiega la realtà attraverso coppie di opposti. Ma l'idea di opposizione polare ha in Oriente una rilevanza maggiore: la complementarietà e l'interdipendenza degli opposti è al centro del misticismo orientale e della dottrina filosofica cinese. Infatti, vi è la consapevolezza che ogni aspetto della realtà rimanda al suo contrario e che gli opposti possono esistere solo in rapporto l'uno all'altro.
L'idea nuova non è quindi la polarità del significato, ma l'ipotesi che la struttura polare del significato fondi l'intersoggettività e sia matrice entro la quale si forma l'identità dei soggetti. Attraverso le polarità ciascuno definisce sé stesso rispetto agli altri; in questo modo, le identità delle persone risultano interconnesse.
La conversazione nella famiglia, come in altro gruppo con storia, è organizzata entro polarità di significato antagoniste del tipo giusto/ingiusto, buono/cattivo, attraente/ripugnante. Queste polarità rappresentano categorie di lettura che guidano le azioni dei soggetti all'interno della vita familiare. Quando in un contesto una dimensione semantica è saliente, tra membri che occupano i poli opposti della dimensione in questione la relazione sarà complementare, cioè basata sullo scambio di comportamenti comunicativi opposti; tra coloro che si collocano nella stessa polarità la relazione sarà, invece, simmetrica, cioè basata sull'uguaglianza.
Possiamo individuare alcune proprietà della conversazione:
· ciascun membro della famiglia costruisce la conversazione all'interno di una struttura semantica condivisa, formata da alcune polarità semantiche che definiscono cosa è rilevante;
· è impossibile non definirsi, non ''con-porsi'' rispetto alle polarità semantiche rilevanti nel proprio contesto relazionale di riferimento;
· ogni individuo deve collocarsi nel corso della conversazione in un punto specifico di ciascuna polarità, assumendo una posizione sua propria e diversa da tutti gli altri; in questo modo àncora la propria storia alla trama narrativa del contesto di cui è parte dando vita, contemporaneamente, a quell'insieme di processi a cui ci si riferisce con i1 termine di identità. Il modo con cui costruisce la realtà risulta coerente con la particolare posizione che occupa nella sua famiglia.
L'idea di opposizione evoca i due termini polari. Tuttavia il concetto di polarità semantiche familiari è di natura triadica. Si individuano infatti posizioni relative nella conversazione: oltre alle due polari, quella di mezzo. I processi conversazionali che alimentano la posizione mediana si differenziano da quelli che costruiscono le due posizioni polarmente contrapposte soprattutto nei loro esiti sull'identità. Le posizioni agli estremi implicano un pieno riconoscimento del partner conversazionale come uguale, simile a sé, o come diverso, opposto a sé. Esse sono il prodotto, e nello stesso tempo alimentano sia alleanze e collaborazioni sia conflitti e battaglie; in entrambi i casi si tratta di relazioni che prevedono il completo riconoscimento del partner. La posizione di mezzo è costruita e mantenuta attraverso un continuo bilanciamento nei confronti di chi si colloca ai due estremi. Le caratteristiche salienti di chi si colloca in posizione mediana sono: multidimensionalità e indifferenziazione (incapacità di fare alleanze o conflitti).
Uno degli aspetti caratterizzanti la psicologia e la psicoterapia sistemica è il ricorso a schemi esplicativi di tipo triadico. Haley avanzava l'ipotesi che la schizofrenia fosse una risposta adattiva a un contesto familiare assimilabile a una struttura di ''triangoli perversi''. Con questa espressione egli si riferiva alla situazione in cui un membro di una generazione forma una coalizione segreta con una persona di un'altra generazione contro un proprio pari. Mediante il termine coalizione si intende un processo di azione congiunta contro la terza persona (a differenza dell'alleanza, nella quale due persone si possono unire in un interesse comune indipendente da una terza persona). Inoltre la coalizione tra le due persone è negata, vale a dire che il comportamento a un certo livello indicante l'esistenza di una coalizione viene qualificato da un comportamento metacomunicativo indicante l'assenza di tale coalizione.
Sebbene la triade sia considerata l'unità minima per spiegare il comportamento enigmatico, inizialmente le psicoterapie sistemiche hanno violato questo principio, concentrandosi invece sulla diade. Un esempio di un concetto diadico è la teoria del doppio legame.
L'ipotesi del doppio legame irrompe nello scenario della psicoterapia nel '56. Tuttavia il progetto di ricerca diretto da Bateson sullo studio della comunicazione, sebbene abbia condotto alla formulazione della teoria del doppio legame come ipotesi interpretativa della schizofrenia, si inseriva un progetto più ampio e costituiva, accanto alla metafora, all'umorismo, al gioco animale, soltanto una delle aree di interesse del gruppo.
L'interesse per questo tema derivava dall'ipotesi di Bateson che, per affrontare la conoscenza dei processi mentali e del comportamento umano, fosse necessario abbandonare il modello meccanicistico. Si trattava di adottare una nuova prospettiva basata sulla teoria dei sistemi e sulla cibernetica, che implicava i seguenti presupposti:
-il passaggio da un modello esplicativo del comportamento fondato sul concetto di energia a uno basato sul concetto di informazione;
-la tesi che la sede dei processi mentali è ''l'unità autocorrettiva totale che elabora l'informazione, la quale è un sistema i cui confini non coincidono affatto con i confini del corpo o di ciò che volgarmente si chiama l'io o la coscienza''. I processi mentali sono dunque costruiti nell'interazione sociale;
-l'assimilare lo studio del comportamento allo studio della comunicazione.
Alla luce di questi presupposti emerge una nuova idea di psicopatologia basata sulla teoria del doppio legame. In sostanza, secondo questa teoria, quando le relazioni tra le persone sono organizzate in modo tale che i significati scambiati sono contaminati da rifiessività e paradosso, compare la malattia mentale. Le interazioni che stanno alla base della teoria possono essere cosi sintetizzate:
due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune o per tutte.
In un contesto di questo tipo viene dato un messaggio che è strutturato in modo tale che:
asserisce qualcosa; asserisce qualcosa sulla propria asserzione (metamessaggio che ha valore di commento); queste due asserzioni si escludono a vicenda.
La sequenza comunicativa è perciò ambigua.
Infine, colui che riceve il messaggio è incapace di analizzare i messaggi che vengono emessi e per lui non c e azione possibile.
L'ipotesi avanzata è che queste sequenze indicibili siano responsabili delle modalità comunicative tipiche del paziente schizofrenico, che hanno due caratteristiche principali:
il continuo ricorso a metafore. Si tratta di un modo per evitare una risposta precisa, che risulterebbe comunque sbagliata. La metafora è sempre passibile di molteplici interpretazioni e lascia ampia libertà di coglierla, di svilupparla o, al contrario, di lasciarla cadere;
E l'interpretazione letteraria dei messaggi.
Anche un individuo ''normale'' che resti intrappolato in una situazione di doppio legame avrà reazioni analoghe a quelle del paziente schizofrenico, solo che per il primo il doppio legame rappresenta un episodio occasionale, mentre per il secondo è un'esperienza ripetuta e rappresenta il modo sistematico con cui sono organizzate le interazioni emotivamente più importanti.
La teoria del doppio legame si fonda sull'intuizione di Bateson che la comunicazione sia organizzata secondo livelli gerarchici. Ogni messaggio non trasmette soltanto un'informazione (livello di contenuto), ma contiene al suo interno anche un metamessaggio che indica in che modo il messaggio deve essere inteso (livello di relazione). L'aspetto importante è che questi due livelli sono organizzati gerarchicamente: il livello di relazione indica in che senso deve essere interpretato il livello di contenuto del messaggio. L'idea venne a Bateson mentre osservava le scimmie allo zoo. Egli si rese conto che le scimmie che giocavano esibivano comportamenti pressoché identici a quelli che utilizzavano durante un combattimento. Eppure era evidente che non si trattava di un combattimento. Bateson, riprendendo la teoria dei tipi logici di Whitehead e Russel, assimila la differenza che sussiste fra l'aspetto della relazione e l'aspetto di contenuto di un messaggio alla discontinuità esistente fra una classe e i suoi elementi. La tesi centrale di questa teoria è che la classe non può essere un elemento di se stessa, e d'altra parte uno degli elementi non può essere la classe, poiché il termine usato per la classe è di un livello di astrazione diverso (di un diverso tipo logico) rispetto ai termini usati per gli elementi. Il paradosso si crea quando livelli logici diversi (livello del contenuto e della relazione) si confondono e collassano insieme. Questa assimilazione consente quindi di identificare le interazioni di doppio legame con veri e propri paradossi caratterizzati da una contusione di tipi logici. Tutto questo può avere 2 conseguenze:
· può creare malessere e, di conseguenza, la psicopatologia; E può creare creatività, accompagnata, però, da sofferenza.
Di fatto, però, per Bateson il doppio legame non era un teoria della schizofrenia, ma era soprattutto un modello di interazione del comportamento umano. Il riferimento alla schizofrenia aveva solo un valore esemplificativo, non esplicativo.
Ci sono cinque limiti del concetto di doppio legame che si possono considerare rilevanti:
· la sua natura diadica: il concetto individua 2 sole posizioni relazionali: chi infligge il doppio legame e chi si trova a dover rispondere;
E viene descritto come un processo unidirezionale, in cui il soggetto schizofrenico è la 'vittima' del comportamento 'ingannevole' della madre;
l'assenza della dimensione storica: il doppio legame viene descritto come un meccanismo patogeno che opera nel qui e ora e non come una situazione che evolve nel tempo; la teoria prevede il semplice ripetersi di un'esperienza che nei suoi ingredienti di base rimane la stessa;
· l'assenza di criteri in grado di spiegare perché, all'interno di un contesto relazionale, soltanto un membro della famiglia sviluppi una specifica psicopatologia;
· la teoria non permetteva di discriminare con sicurezza quali sequenze comunicative fosse legittimo classificare come doppi legami.
Il doppio legame, d'altra parte, introduce l'ipotesi più generale che la patologia psicologica non sia un disturbo intrapsichico che deriva da esperienze traumatiche o da particolari avvenimenti critici, ma l'esito di confusione e di ambiguità radicale e sistematica dei processi comunicativi, che insorge quando le interazioni fra il soggetto e il suo ambiente sono tali da rendergli impossibile discriminare di quale storia egli faccia parte.
La revisione costruzionista di Cronen, Johonson e Lannaman riguarda principalmente l'impianto teorico del concetto di doppio legame.
Per i costruzionisti sociali gli schemi, i sistemi di credenze, i sentimenti e le emozioni, si strutturino e si mantengano nell'interazione sociale. L'individuo è un soggetto contestuale e non esiste se non in relazione con l'altro. L'accusa che questi studiosi muovono è che la teoria del doppio legame sottende l'assunto che la comunicazione sia solo un canale di trasmissione delle informazioni e dei sentimenti degli individui. Il doppio legame è infatti identificato con un caso di trasmissione fallace dei sentimenti. Cronen, Johnson e Lannaman accolgono la tesi che la comunicazione non sia uno strumento per raffigurare la realtà ma un processo attraverso il quale gli individui la creano, la costruiscono. La comunicazione non rappresenta quindi sentimenti, emozioni, sistemi di credenze, ma li costruisce.
Ne derivano due conseguenze importanti:
i circuiti riflessivi non sono un elemento perturbante il processo comunicativo ma sono intrinsecamente presenti tra i diversi livelli di significato; senza riflessività non sarebbe mai possibile il cambiamento. Se si percorre un'unità di significato dall'alto verso il basso, e in virtù della quale il livello superiore di significato definisce quelli inferiori, abbiamo una forza contestuale, altrimenti, se operiamo dal basso verso l'alto, abbiamo una forza implicativa. Quando forza implicativa e contestuale si eguagliano, l'ambiguità risulterà massima.
· se la comunicazione crea le realtà sociali, allora ciascun messaggio presenta molti più livelli dei due ipotizzati da Bateson. Accanto a un livello di contenuto e a un livello di relazione si prevedono almeno altri quattro livelli: l'episodio, la relazione fra comunicanti, il sé e i modelli culturali. La comunicazione è contestualizzata da tutti questi livelli. Inoltre i vari livelli sono organizzati gerarchicamente: ciò significa che ciascun livello diventa il contesto in cui interpretare i significati di livello inferiore del messaggio.
La prospettiva costruzionista dei processi comunicativi consente di distinguere quei circuiti che creano disagio ed eventualmente patologia, chiamati circuiti ''bizzarri'', da altri che non sono problematici, detti circuiti ''armonici . Tale distinzione si basa sui concetti di transitività e intransitività. Diciamo che due livelli di significato sociale hanno una relazione transitiva quando ciascuno può diventare il contesto dell'altro senza che si modifichi il significato di nessuno dei due. Diciamo invece che due livelli di significato hanno una relazione intransitiva quando non è possibile che ciascuno dei due diventi il contesto dell'altro senza che
questo cambi di significato. La transitività o in transitività è costruita da metaregole che appartengono alla micro-cultura individuale.
L'entità del danno psicologico prodotto dai circuiti riflessivi bizzarri irrisolti è tanto maggiore quanto più sono coinvolti i livelli di significato superiori. In questo modo la patogenesi non è più connessa all'idea di esperienza ripetuta, quanto piuttosto ai livelli coinvolti dal circuito bizzarro.
In questa nuova prospettiva lo sviluppo di ciascuna psicopatologia è ricondotto, non soltanto a un 'organizzazione della conversazione nella famiglia in cui è centrale una specifica polarità semantica, ma alla posizione che il soggetto e (e persone per lui signficative assumono rispetto a tale polarità. Si tratta di una posizione che induce l'individuo a sperimentare, proprio in rapporto a tale polarità, una situazione di doppio legame, o meglio di circuito riflessivo bizzarro. L'attenzione si sposta, così, dalla famiglia come unità alla “con-posizione” degli individui nella famiglia.
Questo consente anche una descrizione della situazione di doppio legame in termini triadici e permette di spiegare perché proprio un membro della famiglia, e non altri, rimanga intrappolato in un circuito riflessivo bizzarro e sviluppi in taluni casi una vera e propria psicopatologia.
Questa tesi verrà dimostrata per tre quadri psicopatologici: fobia, nevrosi ossessivocompulsiva e disturbi alimentari psicogeni.
L'approccio sistemico vede alla base di queste tre patologie, tre premesse fondamentali presenti nella nostra cultura, derivanti da una matrice comune, ovvero la crisi dell'individualismo:
E l'idea di libertà come emancipazione dalla relazione e dai suoi vincoli,
· l'idea di bontà astinente, con la conseguente etica del sacrificio,
· l'idea del potere e uguaglianza.

La semantica fobica

La polarità semantica critica delle famiglie in cui un membro sviluppa una strategia fobica è dipendenza, bisogno di protezione/libertà, indipendenza, desiderio di esplorazione. Le emozioni che stanno alla base di questa polarità sono paura/coraggio. I legami di attaccamento, la compagnia dell'altro, sono sentiti come espressione del bisogno di protezione da un mondo visto come pericoloso e da una realtà che incute paura, e di conseguenza sono associati a un certo grado di dipendenza. Analogamente si è liberi e indipendenti dagli altri proprio perché si è coraggiosi, e quindi in grado di fronteggiare da soli le circostanze.
Alla base dei problemi del paziente vi è quindi un dilemma. Poiché il soggetto costruisce la realtà come minacciosa a se stesso ed è sopraffatto dalla paura, non può fare a meno della relazione con figure rassicuranti; ogni allontanamento fisico e/o psicologico da tali figure lo pone di fronte al rischio di trovarsi in balia della propria fragilità e debolezza. D'altra parte il mantenimento di una relazione stretta con figure protettive si accompagna a un senso di limitazione e a un immagine negativa di sé. Il soggetto tenta di trovare un equilibrio tra 2 esigenze ugualmente irrinunciabili ma che si escludono reciprocamente. Il dilemma è quindi rappresentato dall'intransitività che i soggetti con organizzazione fobica stabiliscono tra relazione e sé. Questo contesto di apprendimento contiene gli ingredienti che strutturano un vero e proprio circuito riflessivo bizzarro.
Quando la riflessività del circuito raggiunge livelli troppo elevati, si ha l'insorgere della tradizionale sintomatologia fobica, ovvero l'attacco di panico, che consente di ridurre la riflessività entro limiti accettabili. Con lo sviluppo dei sintomi, l'individuo mantiene la relazione protettiva e nello stesso tempo si sente libero da legami, ma la dipendenza dalla relazione è ora giustificata da un evento esterno, non voluto e incontrollabile: la malattia. L'ipotesi di Haley che i sintomi abbiano la funzione di manipolare l'andamento delle relazioni si adatta perfettamente all'organizzazione fobica. Tutta la strategia fobica è manipolatoria perché è un tentativo occulto di indurre l'altro a coinvolgersi e a essere sempre disponibile, senza che il soggetto si impegni a sua volta nella relazione. La tendenza è quella, quindi, di rispondere con paura e ansia a qualsiasi perturbazione dell'equilibrio affettivo che possa essere percepita come perdita di protezione e/o libertà e indipendenza.
L'organizzazione fobica assume una pluralità di forme diverse, riconducibili a 2 strategie che si collocano agli estremi opposti della dimensione semantica critica:
la strategia a orientamento claustrofobico, in cui la riflessività viene contenuta grazie a un adattamento che privilegia il sé a danno della relazione. Per queste persone quindi il mantenimento dell'autostima è pagato al prezzo di evitare il coinvolgimento emotivo; infatti tendono ad avere storie sentimentali superficiali e di breve durata. Il sintomo claustrofobico, la paura degli spazi chiusi, esprime in modo metaforico il terrore di essere intrappolati in una relazione e non esserne più in grado di uscirne;
la strategia a orientamento agorafobico, che riduce la riflessività del circuito dando la priorità alla relazione: disporre di un legame di attaccamento appagante e protettivo, ma avere una bassa autostima. In questi pazienti il sintomo agorafobico rimanda alla paura di trovarsi da soli in spazi aperti. Si tratta di una metafora della paura della propria libertà, che si riduce attraverso il mantenimento di uno o più legami rassicuranti e protettivi.
Il contesto originario, con la situazione di doppio legame a esso connessa, è lo stesso sia per l'agorafobia che per la claustrofobia.
La teoria dell'attaccamento di Bowlby rappresenta il punto di riferimento principale per i modelli esplicativi della psicopatologia fobica. Bowlby è il primo autore che tenti di connettere la patologia fobica a specifici pattern di interazione famigliare. La sua ipotesi è che all'origine dell'agorafobia vi siano gli stessi modelli interattivi riscontrati nei bambini che rifiutano la scuola.
Le situazioni interattive citate da Bowlby sono quattro:
1. la madre, o più raramente il padre, soffre di angoscia nei riguardi delle figure di attaccamento, e trattiene il bambino a casa per avere una compagnia;
2. il bambino teme che qualcosa di male possa accadere a sua madre mentre è lontano da lei; pertanto, o rimane a casa con la madre oppure insiste perché lei lo accompagni ogni volta che lui esce;
3. il bambino ha paura che gli possa capitare qualcosa di male quando è fuori casa, e quindi resta in casa per evitare che si verifichi ciò;
4. la madre ha paura che capiti qualcosa di male a suo figlio, e perciò lo tiene a casa.
I pattern di interazione riscontrati da Bowlby sono confermati dagli autori cognitivisti, secondo cui, alla base dell'organizzazione fobica vi è una limitazione, perlopiù indiretta, del comportamento esplorativo del bambino da parte della figura di riferimento principale.
La spiegazione di Bowlby e degli studiosi cognitivisti però non rende ragione del bisogno di libertà e indipendenza caratteristico dell'organizzazione fobica ma prende in considerazione soltanto l'agorafobia e gli aspetti di questa sindrome.

La semantica ossessivo - compulsiva.

La polarità semantica critica è buono/cattivo, puro/impuro. Le emozioni che stanno alla base di questa polarità sono colpa/innocenza e paura/mortificazione. Ciò significa che la conversazione si organizza
intorno a episodi che mettono in gioco cattiverie, malvagità, ma anche bontà, innocenza. Buono è chi rinuncia all'espressione dei propri desideri e interessi, chi si sacrifica; cattivo è invece chi esprime la propria sessualità e le proprie pulsioni aggressive. Proprio perché la sessualità e l'affermazione personale sono congiunte a violenza, la loro espressione genera senso di colpa e disgusto, mentre la rinuncia pulsionale è associata a innocenza.
Questa dialettica tra bene e male è opposta a quella agostiniana. Agostino diffonde nel mondo occidentale un'idea ottimistica: come le tenebre sono soltanto mancanza di luce, così il male non avrebbe una realtà propria, sarebbe soltanto privazione di bene. La semantica del sacrificio tipica di queste famiglie è invece una concezione che si adatta alle idee di Shopenauer e della psicanalisi.
Anche nelle nevrosi ossessivo-compulsive si stabilisce un circuito riflessivo bizzarro che coinvolge i livelli del sé e della relazione. Il contesto relazionale originario e la posizione che il soggetto ossessivo assume rispetto alla dimensione semantica critica è frutto di una specifica configurazione di relazioni triadica che può essere riassunta nei seguenti punti:
1. Padre e madre, o altri membri della famiglia, uno dei quali però funge da figura principale di attaccamento, si trovano ai 2 estremi opposti della dimensione semantica critica, e la relazione della coppia è caratterizzata da processi schismogenetici complementari che rendono il conflitto lacerante.
2. La figura principale di attaccamento del soggetto si colloca nell'estremo bontà, purezza. Questa pone il bambino in una posizione di parità o di superiorità rispetto all'altro genitore e ad altri membri della famiglia della stessa generazione. Il bambino fa quindi un salto generazionale: egli si sente trattato come un adulto e sente che l'adulto di riferimento sta meglio con lui che con il partner.
3. Tanto più la figura principale di attaccamento pone il bambino in una posizione di superiorità, tanto più la pretesa di uguaglianza col genitore pulsionale aumenta, e con essa il desiderio di assumerne i comportamenti. Inoltre il genitore pulsionale dà interpretazioni malevole all'attaccamento del bambino col genitore preferito, poiché conforrni alla sua posizione entro la dimensione semantica critica, essendo percepito e percependosi come cattivo. Questi aspetti inducono il bambino a riconoscere in sé pulsioni e desideri colpevoli.
4. Il dramma nasce non appena il bambino tenta di esprimere tali pulsioni. Il genitore astinente, ovvero la figura principale di attaccamento, lo rifiuta perché vede in lui i comportamenti odiati dal partner pulsionale e reagirà con disgusto.
La ripulsa della figura principale di attaccamento ferisce il bambino per questi motivi:
è incomprensibile per lui;
non si tratta di un rifiuto dei comportamenti ma di una ripulsa del bambino come persona;
lo riporta, improvvisamente e incomprensibilmente, in una posizione gerarchica inferiore.
Questa configurazione non può essere assimilabile al triangolo perverso di Haley per due motivi:
non vi è l'uso strumentale del bambino da parte di un genitore contro l'altro; non c'è una coalizione negata ma un'alleanza.
Da questa configurazione relazionale derivano per il soggetto due alternative:
mantenere la propria posizione di privilegio nei confronti della figura principale di attaccamento, e quindi essere coinvolto in una relazione affettiva, esprimere i propri impulsi, ma diventare cattivi, disgustosi e di conseguenza essere rifiutati e puniti, generando così sentimenti di paura e angoscia;
essere puri, buoni, quindi amabili ma rinunciare ai propri impulsi e desideri, e di conseguenza sacrificare sé stessi, generando così sentimenti di mortificazione e annullamento.
Questo spiega perché al futuro ossessivo la via della bontà astinente e quella dell'espressione degli impulsi siano, nello stesso tempo, bloccate.
Quando la riflessività è massima il soggetto avverte una scissione interna, una contrapposizione tra due percezioni di sé ambivalenti:
un sé buono ma sacrificale;
un sé malvagio ma vitale.
L'investimento affettivo diventa quindi intransitivo con una percezione unitaria di sé.
Semplificando, è possibile ricondurre a 2 forme di funzionamento individuale la gamma di strategie con le quali i soggetti con organizzazione ossessivo-compulsiva tentano, prima dell'esordio sintomatico, di contenere la riflessività del circuito bizzarro:
· la strategia della purezza, attraverso cui il soggetto tende a mantenersi più vicino possibile alla polarità bontà/astinenza, investendo totalmente su aree che implicano il distanziamento dall'interazione e sviluppando una dedizione esclusiva al lavoro;
· la strategia della 2erarchizzazione del male, in cui i soggetti tendono a esteriorizzare maggiormente le loro pulsioni, riconoscendole e accettandole.
Il soggetto non si costruisce, quindi, né all'interno della polarità bontà, purezza, né all'estremo opposto cattiveria, vizio: si mantiene nella posizione mediana sbilanciandosi ora verso l'uno ora verso l'altro estremo e riducendo la riflessività del circuito. I sintomi, a questo punto del processo, prendono sopravvento e diventano gli unici movimenti vitali. Mi riferisco alle ossessioni e alle compulsioni. Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti sperimentati come intrusivi e proibiti e fonte di ansia e sofferenza. Essendo intrusive e inappropriate, le ossessioni sono definite egodistoniche poiché il soggetto le percepisce come estranee e difformi dal genere di pensieri che si sarebbe aspettato di avere. L'individuo con ossessioni generalmente tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri o impulsi con un altro pensiero o con un comportamento ripetitivo, cioè con una compulsione, con lo scopo di prevenire e ridurre l'ansia e l'angoscia. Nella maggior parte dei casi la persona si sente spinta a mettere in atto una compulsione anche per prevenire situazioni ed eventi temuti. Dietro i rituali c'è, quindi, anche un atteggiamento superstizioso del soggetto ossessivo che, attraverso queste pratiche, cerca di proteggersi dalla colpa di desiderare la morte delle persone amate e dalla vendetta del Fato.
Con lo sviluppo delle ossessioni il paziente si bilancia fra i due estremi. Compulsioni e ossessioni sono permesse perché si tratta di comportamenti egodistonici: il soggetto, anche se sa che sono produzioni della sua mente, non è responsabile, perché le subisce come eventi esterni ai quali non può sottrarsi. Di fatto, grazie al ricorso ai sintomi, la riflessività del circuito è contenuta.
Le configurazioni triadiche che accompagnano lo sviluppo di organizzazioni fobiche e ossessive presentano un importante analogia: tutte e due stimolano nel bambino l'ambivalenza verso la figura principale di attaccamento, anche se le ragioni che sostengono l'ambivalenza sono diverse.

La emantica dei disturbi alimentari psicogeni: anoressia, bulimia e obesita'.

La polarità semantica critica è vincente/perdente e attività, iniziativa/passività, arrendevolezza. La gamma di sentimenti che sono alla base di queste polarità sono fiducia in sé stessi, senso di efficacia e competenza personale, dominio/umiliazione, incapacità. Si è vincenti proprio perchè si è determinati, si ha controllo di sé stessi e degli altri, mentre si è perdenti perché si è passivi, arrendevoli, in balia delle sopraffazioni degli altri.
La polarità vincente/perdente non è percepibile come un tratto individuale, ma si riferisce esclusivamente alla relazione con l'altro, intesa come contesto attraverso il quale definire il proprio sé. Questa polarità è l'esito di un confronto competitivo dove non è rilevante l'oggetto del contendere ma chi ha la supremazia: chi è perdente non può accettare la propria sconfitta, chi è vincente non può mai cessare di lavorare alla conservazione della propria superiorità. Componente essenziale dei nuclei familiari in cui si generano le organizzazioni del significato tipiche dei disturbi alimentari psicogeni (DAP), è quindi un contesto in cui le dimensioni semantiche diventino teatro di schismogenesi simmetriche laceranti. La lotta per la definizione della relazione, conseguente alle escalation simmetriche, ha anzitutto l'effetto di rendere insicure, e bisognose di continue conferme da parte degli altri, le identità di tutti i membri, soprattutto di quelli in età evolutiva. Questo induce a restringere la gamma dei possibili modi di ''con-porsi'' con gli altri membri della famiglia alla dicotomia adeguarsi/opporsi. Così il bambino se si identifica nei valori dei vincenti come accade alle future anoressiche e bulimiche - si troverà a competere per la supremazia anche con gli adulti che si collocano nella stessa polarità. Man mano che cresce, per mantenere la sua posizione, deve competere con gli adulti di riferimento e questo li porta a leggere la relazione complementare con i genitori in termini di inferiorità/superiorità. Accettare la complementarietà con essi vuol dire essere passivo e perdente; d'altra parte opporsi significa perdere quella conferma dell'altro che l'insicurezza della propria identità rende particolarmente necessaria. Per coloro che si con-pongono tra i perdenti - come accade ai futuri obesi - opponendosi agli adulti che si collocano nell'estremo vincente definiscono la propria individualità. Tuttavia i rifiuti, a causa delle continue condotte provocatorie, rischiano di diventare così frequenti che il soggetto si ritrova con una percezione negativa di se.
Prima dell'esordio sintomatico i soggetti sono in grado di contenere la riflessività del circuito riflessivo bizzarro attraverso strategie riassumibili nelle seguenti:
· strategia di adattamento, di anoressiche e bulimiche, che si caratterizza da un'adesione conformista ai valori del proprio gruppo familiare;
· anticonformismo, tipica degli obesi, che ha l'obiettivo di smascherare coloro che si trovano in posizione superiore nei confronti dei quali si pongono come antagonisti.
Quando la riflessività del circuito è massima il soggetto oscilla tra adeguarsi e opporsi senza trovare una validazione del sé. E a questo punto che sorge la sintomatologia. Il tipo di alterazione dell'immagine corporea caratteristico di questa patologia rispecchia la diversa posizione nelle dimensioni semantiche critiche. L' anoressica, con la sua figura spettrale e il suo terrore di ingrassare, è una parodia dell'individuo vincente; negli obesi, invece, il loro grasso è la conferma tangibile del fallimento a cui conducono la passività, l'arrendevolezza e la mancanza di autocontrollo.
I soggetti con l'organizzazione tipica dei DAP contengono la riflessività del circuito se possono fare affidamento sua una figura di attaccamento preferenziale (''legame confermante'') che funga da contesto per la definizione dei confini del loro sé e che fornisce la sicurezza necessaria per fronteggiare, con le strategie di adattamento, la situazione di doppio legame. La figura confermante di anoressiche e bulimiche si colloca nella polarità
vincente: per le prime molto spesso coincide con la madre, mentre per le seconde col padre. L'adulto che garantisce ai futuri obesi il legame confermante è invece in posizione perdente. Affinché si generi la psicopatologia il soggetto deve trovarsi al centro di un processo istigatorio il cui esito è una doppia delusione: sia la figura che è il bersaglio dell'istigazione, che è di regola un genitore collocato in posizione vincente, sia l'istigatore deludono. Inoltre il soggetto, nel corso di questo processo, perde il legame confermante con la figura preferenziale di attaccamento. L'intero processo può essere riassunto nei seguenti punti:
1. Il futuro paziente viene istigato contro il genitore vincente da figure spesso in posizione perdente. L'istigatore è in genere una persona accreditata dalla figura confermante che non coincide con uno dei genitori.
2. Nel corso dell'istigazione il soggetto diventa un interlocutore privilegiato per I' istigatore.
3. Le critiche dell' istigazione e i successivi attacchi del futuro paziente al genitore vincente sono tuttavia sostenuti, indirettamente e saltuariamente, dall'altro genitore. Quest'ultimo svolge così nel processo una funzione di appoggio all'istigazione.
4. Il genitore bersaglio dell'istigazione conferma le critiche e convalida l'istigazione. Il soggetto prende quindi le distanze dal genitore vincente, che si è dimostrato deludente e si oppone a lui.
5. Il soggetto viene deluso anche dall'istigatore e da tutto lo schieramento dei perdenti. Il paziente ora è solo ed è a questo punto che la riflessività del circuito diventa massima.
Per lo sviluppo dell'anoressia è quindi centrale la fase in cui la paziente è delusa dalla madre. Il fatto che l'istigatore e l'opposto schieramento deludano a loro volta è emotivamente meno rilevante, ma assume importanza per le bulimiche. Per il futuro dell'obeso il momento centrale del processo istigatorio è invece la delusione che riceve dallo schieramento perdente, in particolare dal genitore confermante.

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