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La teoria della traduzione tra '600 e '700




Tra Seicento e Settecento la teoria della traduzione è dominata dal gusto francese delle belle infedeli. Lucine Pierrot D'Ablancourt, traduttore di Tacito, nel 1709 scriveva “non cerco sempre di riprodurre le parole dell'autore, nemmeno i suoi pensieri. Il mio scopo è invece quello di ottenere lo stesso effetto che l'autore aveva in mente e quindi adattarlo secondo il gusto del nostro tempo”. Una teoria ciceroniana diretta verso un eccessivo forzamento del senso. Non mancano comunque i sostenitori delle traduzioni fedeli.
In Inghilterra John Dehnam si pronuncia contro la traduzione letterale dicendo che versare la poeticità in un'altra lingua rischia di farla evaporare se non si versa qualcosa di vivificante. John Dryden è sicuramente il teorico più insigne del periodo e distingue tre tipi di traduzione nella sua prefazione alle Epistole di Ovidio:
- metatarsi = traduzione parola per parola
- parafrasi = traduzione a senso ciceroniana.
- Imitazione = libera rielaborazione dell'originale.
Dryden considera la parafrasi la migliore soluzione perchè via di mezzo tra innovazione e mantenimento della struttura originale. Ricordiamo infine Alexander Pope, celebre traduttore di Omero e autore di un importante trattato sui Principi della traduzione (1791).

Tratto da LETTERATURE COMPARATE di Gherardo Fabretti
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