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Il rapporto e i rimedi risolutori

La figura contiene una pluralità di fattispecie eterogenee per causa, fondamento e disciplina.
Una distinzione è possibile in base:
- alla fonte volontaria: in presenza di mutuo dissenso, condizione risolutiva, recesso convenzionale;
- alla fonte legale: quando una norma disponga che in presenza di determinati presupposti il contratto si può risolvere.
Quanto ai modi in cui avviene l’eliminazione degli effetti si distinguono forme di risoluzione:
- automatiche, che scattano in presenza del verificarsi di presupposti di fatto (è il caso della condizione risolutiva, del termine essenziale, dell’impossibilità sopravvenuta);
- giudiziali, in caso di inadempimento ed eccessiva onerosità sopravvenuta;
- negoziali, come la diffida ad adempiere e la clausola risolutiva espressa.
La risoluzione nel sistema del codice civile opera come rimedio sinallagmatico che concerne dunque i contratti a prestazioni corrispettive.
Il che significa che il rimedio presuppone difetti che alterano lo scambio e si applica a contratti ove esiste una interdipendenza reciproca nelle prestazioni delle parti.
In tali contratti quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni l’altro può, a sua scelta, chiedere l’annullamento o alla risoluzione, salvo in ogni caso il risarcimento del danno.
La risoluzione può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l’adempimento; ma non può più chiedersi l’adempimento quando è stata domandata la risoluzione.
Quanto alle conseguenze, nell’art. 1458 c.c. si prevede che la risoluzione, se non è stata espressamente pattuita, non pregiudica i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della trascrizione della domanda giudiziale.
Sempre l’art. 1458 c.c. prevede che la risoluzione per inadempimento ha effetto retroattivo fra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione continuata o periodica per i quali l’effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite.

di Stefano Civitelli
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