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Pollock e la tecnica del dripping

Nel secondo dopoguerra si diffonde l’informale, vi è un certo rifiuto della forma, no progetto ma immediatezza. Dal 1926 Masson usa la sabbia con il procedimento automatico, ponendo i quadri sul pavimento, vi distende della colla e vi getta sabbia di grana e colore diverso, poi aggiunge tocchi di colore. Proprio all’ambito surrealista è da ricondurre il dripping, evoluzione delle oscillazioni di Ernst (colore che oscilla appeso ad una macchina che aveva ideato appositamente).
Il debito degli espressionisti astratti verso il surrealismo è dovuto anche all’emigrazione negli usa di molti suoi protagonisti. Il primo a parlare di dripping (sgocciolamento) è Pollock nel 1947 anno in cui abbandona il quadro da cavalletto per dedicarsi a tele di grande formato. Il dripping è una tecnica che rivoluziona la pratica artistica, ma anche il concetto di opera che diviene la traccia di un processo più o meno controllato dall’artista. Tiger 1949 è una delle prime opere in cui utilizza
pitture commerciali: la tela non preparata assorbe la prima ragnatela di segni neri, Pollock fa poi gocciolare i segni arancio, giallo, verdi che sono colori alchilici modificati in olio. I segni finali bianchi ottenuti spremendo il colore dal tubetto. Negli anni ‘50 i colori acrilici migliorati ( cioè emulsioni e non più soluzioni ) diventano ideali per il dripping poiché fluidi, alto potere coprente e intensità cromatica. Anche quando usa i pennelli lo fa come se fossero bastoncini da cui il colore gocciola, non mancano impronta di mani e materiali diversi come bottoni, mozziconi di sigarette, fiammiferi, chiodi, monete..
di Alessia Muliere
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