Dal Combattimento alla Lesione: Ricerca di Indicatori in Reperti Scheletrici Umani di Età Nuragica

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

Autore: Alessandro Atzeni Contatta »

Composta da 115 pagine.

 

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L’argomento di questa tesi nasce dall’esperienza congiunta di rievocazione storica ed archeologia sperimentale che ho maturato con gli anni. Appassionato di rievocazione dal 2007, ho praticato (e continuo tuttora a praticare) la scherma ed il reenactment relativi a svariati periodi della storia della Sardegna: il periodo medioevale (giudicale), quello romano-imperiale e da ultimo quello nuragico. La necessità di avere maggiori informazioni, non disponibili tramite le fonti scritte, iconografiche e archeologiche legate sopratutto a quest’ultimo periodo, mi ha portato con gli anni a pormi ulteriori quesiti sull’argomento.
Quella dei nuragici era una società pacifica? In caso contrario come combattevano i suoi guerrieri? Che tipo di struttura gerarchico-militare avevano? Le risposte a queste domande diventavano sempre più impellenti man mano che mi confrontavo con il pubblico (e spesso con i pregiudizi legati a questo lontano periodo). Desideroso di avere delle risposte, coadiuvato dall’esperienza di artigiano-archeotecnico del bronzo che porto avanti nei ritagli di tempo, ispirato da studi sulla cosiddetta “archeologia del combattimento” e dalle tecniche forensi applicate nell’archeologia, sono giunto a conclusione che solo studiando i resti umani di quegli uomini vissuti 3000 e più anni fa, avrei potuto ricavare maggiori risposte alle mie domande.
Nel presente lavoro ho esaminato i casi più noti in letteratura di reperti scheletrici con visibili segni traumatici, ponendo particolare attenzione ai periodi preistorici. Come paragone per lo studio dei reperti nuragici è stato utilizzato lo scheletro di un presunto soldato medioevale, il quale presentava diversi traumi da combattimento. I resti ossei nuragici consistono in tre crani appartenenti a tre diverse sepolture collettive localizzate in aree della Sardegna tra loro molto distanti. Per questi tre casi si è provveduto a determinare il tipo di trauma osservato, che tipo di arma ha provocato la ferita e lo scenario ipotetico dell’aggressione che ha interessato ciascun individuo. Lo studio di questi casi ha permesso una ricostruzione delle modalità di combattimento più verosimili per tale periodo; queste hanno permesso di dedurre quali ferite e in quali aree del corpo si potrebbero riscontrare più frequentemente i traumi. La riproduzione dei traumi mediante prove d’archeologia sperimentale (test di taglio) hanno permesso di capire quali lesioni potrebbero essere prodotte da alcune specifiche armi dell’età del Bronzo. Come ultima analisi sono stati elencati i principali casi di trapanazioni craniche per poter determinare se tali pratiche siano da mettere in relazione a traumi conseguenti ad episodi violenti o a pratiche etnoiatriche.

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1 Riassunto L’argomento di questa tesi nasce dall’esperienza congiunta di rievocazione storica ed archeologia sperimentale che ho maturato con gli anni. Appassionato di rievocazione dal 2007, ho praticato (e continuo tuttora a praticare) la scherma ed il reenactment relativi a svariati periodi della storia della Sardegna: il periodo medioevale (giudicale), quello romano-imperiale e da ultimo quello nuragico. La necessità di avere maggiori informazioni, non disponibili tramite le fonti scritte, iconografiche e archeologiche legate sopratutto a quest’ultimo periodo, mi ha portato con gli anni a pormi ulteriori quesiti sull’argomento. Quella dei nuragici era una società pacifica? In caso contrario come combattevano i suoi guerrieri? Che tipo di struttura gerarchico-militare avevano? Le risposte a queste domande diventavano sempre più impellenti man mano che mi confrontavo con il pubblico (e spesso con i pregiudizi legati a questo lontano periodo). Desideroso di avere delle risposte, coadiuvato dall’esperienza di artigiano-archeotecnico del bronzo che porto avanti nei ritagli di tempo, ispirato da studi sulla cosiddetta “archeologia del combattimento” e dalle tecniche forensi applicate nell’archeologia, sono giunto a conclusione che solo studiando i resti umani di quegli uomini vissuti 3000 e più anni fa, avrei potuto ricavare maggiori risposte alle mie domande. Nel presente lavoro ho esaminato i casi più noti in letteratura di reperti scheletrici con visibili segni traumatici, ponendo particolare attenzione ai periodi preistorici. Come paragone per lo studio dei reperti nuragici è stato utilizzato lo scheletro di un presunto soldato medioevale, il quale presentava diversi traumi da combattimento. I resti ossei nuragici consistono in tre crani appartenenti a tre diverse sepolture collettive localizzate in aree della Sardegna tra loro molto distanti. Per questi tre casi si è provveduto a determinare il tipo di trauma osservato, che tipo di arma ha provocato la ferita e lo scenario ipotetico dell’aggressione che ha interessato ciascun individuo. Lo studio di questi casi ha permesso una ricostruzione delle modalità di combattimento più verosimili per tale periodo; queste hanno permesso di dedurre quali ferite e in quali aree del corpo si potrebbero riscontrare più frequentemente i traumi. La riproduzione dei traumi mediante prove d’archeologia sperimentale (test di taglio) hanno permesso di capire quali lesioni potrebbero essere prodotte da alcune specifiche armi dell’età del Bronzo. Come ultima analisi sono stati elencati i principali casi di trapanazioni craniche per poter determinare se tali pratiche siano da mettere in relazione a traumi conseguenti ad episodi violenti o a pratiche etnoiatriche.