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Il transindividuale

  Per capire l' intersoggettività si deve tornare a Cartesio --> la questione fondamentale dell'intersoggettività è l'altro ( alter) --> Ego/alter.
L'ego si definisce come spazio interiore, perché taglia l'ego dal mondo esterno (in Aristotele questo non ha senso perché l'anima è forma del corpo, quindi non può essere tagliata dal corpo) --> la vera rivoluzione per Cartesio è che vi è una barriera insormontabile fra sostanza estesa e pensante (cosa che per Aristotele non ha senso) --> nella sostanza pensante ci sono tutte le caratteristiche che aveva individuato anche Aristotele (tutti gli effetti dell'anima aristotelica ma non le cause), però senza i sogni, la memoria, che rimangono dentro l'ego e sono tagliati dall'esperienza, senza sapere se c'è una corrispondenza tra interno e esterno --> dicendo così però si costituisce anche l'interno e l'esterno perché l'anima diventa un interno separato dall'esterno (che è  esattamente ciò che pensiamo anche oggi). Cartesio dunque separa percezioni e pensieri dal correlato nel mondo esterno di queste operazioni e ne fa un ambito di coscienza --> queste cose esistono nella mia coscienza. Poi con il suo esperimento mentale tramite il concetto di idea ritrova questo mondo esterno (quantitativo e non qualitativo) dopo averlo perduto. Dov'è l'alter in tutto ciò? Io sono chiuso nel mio spazio, dunque cosa vedo dell'alter? Come si fa a sapere che l'alter (es gli alunni rispetto al prof) non è una proiezione olografica? Lo garantisce Dio, perché mi inclina a pensare che l'alter sia anche lui un ego e ovviamente non una percezione olografica [per Cartesio solo gli uomini sono animati, gli animali invece sono macchine]

Ma come si fa a sapere se, vedendo uomini con mantelli e cappelli, sotto quei mantelli e capelli ci siano veramente degli uomini e non solo fantasmi e poi all'interno di quegli uomini ci sia un IO? è proprio perché Dio mi ha inclinato così (una risposta però non così soddisfacente). Infatti il grosso problema dell'intersoggettività è precisamente che una volta che uno si è chiuso nello spazio di interiorità non ne esce più, se non attraverso un Dio (ciò lo si vede bene negli altri due modelli).

CONCLUSIONE DI CARTESIO: ciò che percepisco dell'alter è un corpo --> siccome Dio è buono e siccome io percepisco il corpo secondo dimensione geometriche so per certo che il corpo esiste (in quanto estensione) --> il corpo viene percepito oggettivamente, poi, poiché Dio mi ha inclinato a pensare che vi sia anche un ego in questo corpo, anch'esso esiste --> Così secondo Cartesio si fonda l'evidenza dell'alter. Dunque a questo punto si hanno due spazi di interiorità (sarebbero infiniti ma il problema dell'intersoggettività è metterne in comunicazione 2) --> EGO E ALTER --> Per Cartesio l'intersoggettività si basa sull'oggettività --> poichè io ho un percezione oggettiva del mondo, ho anche l'evidenza dell'alter grazie a Dio (vedi sopra). Ma quale tempo pertiene all'intersoggettività? Posto che sono uno spazio di interiorità  che percepisce un mondo oggettivo e che in questo mondo oggettivo si danno delle figure umane, anche loro con una interiorità, dunque una soggettività, come faccio a sapere che ego e alter (noi) esistono nello stesso tempo. Nella teoria della res exstensa cartesiana non si dà il vuoto, tutto è pieno, e il movimento è sempre relativo rispetto a qualcosa (io mi muovo rispetto a qualcosa d'altro) --> assoluta relatività della spazialità e della temporalità (es di cartesio: dei marinai si muovono su una nave, però se si muovono in senso inverso rispetto al movimento della nave, in realtà rispetto alla terra ferma sono fermi --> la nave si muove rispetto alla terra ferma, i marinai rispetto alla nave, però rispetto alla terra ferma sono fermi) --> ogni movimento è relativo.

Allo stesso modo anche il tempo è relativo (per Cartesio il tempo è la misura comune della durata delle singole cose e fenomeni). Ma dunque, se il tempo è relativo, come si fa a sapere che l'ego e l'alter appartengono alla stessa temporalità? la questione è stabilire un nesso di contemporaneità tra ego e alter. Infatti, posto che l'alter esiste, si deve stabilire che esiste contemporaneamente a me (all'ego).  La soluzione di Cartesio è ancora Dio --> Dio interviene in questa totale relatività di spazio e tempo e crea ad ogni istante la materia e la cosa pensante e creando ciò ad ogni istante istituisce una temporalità lineare (per i cristiani va dalla venuta di Gesù al giudizio universale). Questa temporalità lineare istituisce la contemporaneità degli ego --> gli ego sono contemporanei perché Dio ci crea nello stesso istante. Un altro autore, che fa capire in modo ancora più chiaro come Dio sia necessario per istituire l'intersoggettività, è Leibniz.

Lui, nella monadologia, parte da una posizione forte (sempre rimanendo nella linea dello spazio dell'interiorità): se esiste il complesso deve esistere il semplice, perché il complesso non può che essere formato da elementi semplici--> complessa è la materia, che è divisibile all'infinito, semplice è l'anima, la mente. Questo elemento semplice che fonda il complesso non è l'atomo materiale, ma spirituale, che Leibniz, riprendendo la terminologia di Giordano Bruno, chiama Monade. La monade è uno spazio di interiorità definito esplicitamente da Leibniz come una stanza senza porte né finestre (la stanza dell'ego) --> quindi a differenza di Cartesio non ci si può affacciare alla finestra e vedere delle cose con mantelli e cappelli e chiedersi se sono degli uomini. Però sulle pareti di questa stanza (puramente spirituale) è proiettato il mondo. Inoltre, in questa stanza, siamo dotati di percezione e appetizione (cioè desiderio di un'altra percezione --> ciò spiega perché il mondo si muove). Inoltre le monadi di ordine superiore, gli ego veri e propri, sono dotati di appercezione, cioè l'autocoscienza (che è la coscienza di sé stessi, coscienza delle proprie azioni e pensieri --> Locke). Però Leibniz non parte come Cartesio dall'esistenza di un solo ego, ma fonda metafisicamente l'esistenza di una pluralità di ego (che complessivamente è l'alter). Nel mio ego è proiettato il mondo, ma anche l'alter ha proiettato il suo mondo. Ma cosa ci garantisce che i mondi siano gli stessi (in contatto tra loro)? --> questo è il problema dell'intersoggettività --> cosa fa sì in un modello intersoggettivo che il mio e il tuo mondo siano lo stesso? Tuttavia noi siamo vincolati alle nostre percezioni, non decidiamo che cosa percepire. Il mondo non viene proiettato come voglio io (non è un sogno che asseconda i nostri desideri). Ma allora chi proietta e chi coordina queste proiezioni? Dio --> Dio proietta da sempre il mondo negli ego , coordinandoli, secondo l'armonia prestabilita --> Dio dall'origine ha creato il film (la realtà, il mondo) che ciascuno di noi vedrà, ma ciascuno da una prospettiva diversa (come una città, pur essendo sempre la stessa, può essere vista da 100 prospettive diverse). Ciò che per Cartesio esiste oggettivamente è la res extensa , invece per Leibniz ciò che esiste per me e per gli altri (la linea del tempo è costruita da Dio oggettivamente nella mente di ciascuno) è ciò che è oggettivo, e anche qui però è il mondo, che è stato messo da Dio --> dunque in Leibniz è la intersoggettività che crea la soggettività.
 
Il fatto che Dio proietta in tutti gli ego lo stesso mondo (anche se da prospettive diverse) dà l'oggettività --> poichè Dio dall'origine dei tempi ha proiettato nell'uomo che tiene il bastone e nel cane che riceve la bastonata, lo stesso mondo, tra uomo e cane esiste lo stesso mondo. Il mondo reale però non esiste, in quanto il mondo non è altro che l'incrocio delle prospettive da cui questo mondo è guardato dalle singole interiorità, anche se vi è differenza rispetto a un evento immaginario --> se immagino un cane, lo immagino solo io, se entra veramente un cane nella stanza lo vedono tutti gli ego e lo percepiscono tutti (nella loro interiorità). Quindi qua è l'intersoggettività (l'inconscio di tutte le prospettive) che crea la soggettività.

La prospettiva di Husserl riguardo all'intersoggettività è fenomenologica --> Husserl è il fondatore della fenomenologia. La fenomenologia segue Cartesio perché pensa l'ego come spazio di interiorità, però a differenza di Cartesio rifiuta di pensare questo spazio di interiorità come sostanza --> Husserl prolunga la mossa empirista di Locke che riduce la sostanza pensante alla coscienza e la mossa critica di Kant che riduce lo spazio di interiorità a un ego (inteso come entità sintetica originaria della percezione). Qual è la mossa fondamentale di Husserl? È riconducibile a un termine che riprende dagli scettici greci, che è l'epochè --> fare epochè vuol dire mettere tra parentesi la realtà delle cose (sospendere il giudizio). Husserl dice: il mi spazio di coscienza è un'isola, uno spazio circoscritto, un vero e proprio cerchio --> è una mossa cartesiana perché se si definisce la coscienza come un cerchio,allora si delimita un interno da un esterno. Ciò che sta all'interno è certo, ciò che invece è incerto è la relazione tra interno ed esterno, e dunque mi limito a occuparmi di ciò che sta dentro --> guardo quali fenomeni stanno dentro e vedo che alcuni fenomeni sono veri per tutti (ad es. la matematica o la logica --> nella logica non posso mai affermare una cosa e il suo contrario --> al di là della verità dei fenomeni esterni io non posso percepire una persona in piedi e seduta contemporaneamente --> è una verità logica uguale per tutti), e altri invece che sono soggettivi. Quella di Husserl dunque si chiama fenomenologia perché è un discorso sui fenomeni --> faccio epochè (sospendo il giudizio) di tutto ciò che collega questi fenomeni con l'esterno, più in generale faccio epochè con l'esterno --> dunque devo fare epochè con tutto ciò che non è riconducibile all'Io. Però se faccio veramente epochè con l'esterno, allora perdo anche tutta la storia, la società e le formazioni culturali. Tutto ciò che esiste come storia oggettiva (la storia studiata a scuola) diventa una costruzione soggettiva --> come faccio a sapere che la storia oggettiva esiste? A partire dal cerchio della coscienza, Husserl deve ricostruire l'esistenza di una storia oggettiva , che esiste fuori di noi. Per ritrovare la storia oggettiva Husserl ricostruisce l'intersoggettività. Questo esercizio viene fatto da Husserl nelle meditazioni metafisiche. Come faccio a ritrovare l'altro dunque? Husserl dice che io non trovo l'altro in quanto tale, cioè il cerchio del'altro --> se in qualche modo potessi accedere alla coscienza dell'altro non ci sarebbero problemi --> supponendo ad esempio che la coscienza  è un flusso, se ci fosse una tubatura io potrei portare un po’ d'acqua dell'altro fiume al mio fiume e così avrei immediatamente percezione dello stato di coscienza dell'altro. Però questo non è possibile, quindi il problema è: come faccio a  fondare l'intersoggettività a partire dal mio spazio chiuso, in cui vi sono percezioni, che però non sappiamo se corrispondono a un mondo esterno, dato che Husserl ha fatto epochè (ha messo tra parentesi il mondo esterno)?

PROCEDIMENTO DI HUSSERL PER COSTRUIRE L'EGO: nello spazio che mi appartiene percepisco il corpo organico dell'alter come un corpo organico che non è il mio, dato che il mio è Leib , cioè carne che sente (la differenza tra il mio piede e il piede di un altro è che se mi schiacciano il piede lo sento, se si schiaccia il piede dell'altro invece non lo sento), l'altro invece lo percepisco come Korpen (corpo), che è il corpo geometrico. I corpi organici uguali al mio, però li percepisco in modo diverso rispetto agli altri corpi --> se vedo un cane che mi guarda non mi chiedo che cosa pensa, se invece vedo un uomo che mi guarda mi chiedo che cosa pensa --> c'è una sorta di accoppiamento originario tra il mio corpo organico e i corpi organici simili ai miei --> questo è qualcosa che accade alle spalle della mia coscienza --> infatti prima ancora di pensare che quello è un corpo simile al mio, lo accoppio al mio --> Husserl la chiama sintesi originaria. Siamo comunque ancora dentro il cerchio, però ho un accoppiamento dell'immagine del mio corpo con le immagini dei corpi organici simili ai miei che vengono dall'esterno. Però come faccio a dire che questa molteplicità di esseri esistono fuori dalla mia coscienza? tramite un meccanismo chiamato da Husserl appresentazione, un meccanismo che noi mettiamo continuamente in atto per costruire il mondo che ci circonda. Infatti noi non vediamo mai gli oggetti in modo complessivo (completo), ma vediamo sempre e solo una parte degli oggetti (es.: vedo una persona di fronte, ma non vedo la parte dietro della persona) --> es. di Husserl: di un cubo possiamo vedere sempre e solo tre facce, non di più, dunque io potrei pensare che esiste solo la parte che vedo --> io potrei girare il cubo e vedere le altre 3 facce, ma chi imi garantisce che le facce di prima sono rimaste dov'erano? Me lo garantisce l'appresentazione. Infatti l'appresentazione è il meccanismo con cui la mia coscienza costruisce la totalità della cosa, senza che la cosa mi sia presente nella sua complessità (giro il cubo, vedo tutte le facce e così costruisco una rappresentazione del cubo intero). Ora si tratta di costruire una appresentazione analogica dell'alter ego. Si costruisce così: poiché io ho un corpo organico e dentro questo mio corpo organico vi è una coscienza (ego) che presiede a esso, io mi appresento analogicamente nel corpo organico, che è originariamente accoppiato al mio, un alter ego che presiede al corpo dell'alter. A questo punto ho costruito dentro il mio spazio di interiorità un alter ego e la stessa cosa accade per l'altro nei miei confronti. Anche Husserl chiama gli ego monadi, ma a differenza di Leibniz egli rifiuta l'dea di Dio (in quanto fenomenologo rigoroso), che però garantisce il passaggio da ego ad alter. Infatti nella dimostrazione di Husserl è chiaro che l'ego e l'alter ego esistono nello stesso tempo dentro il primo ego ed esistono contemporaneamente dentro il secondo ego, ma come si fa a sapere che esiste un tempo oggettivo in cui esistono entrambi gli ego nel mondo oggettivo.  Secondo Husserl perché esiste un'armonia non metafisica tra le monadi che fa sì che l'ego e l'alter esistano nello stesso tempo. Tuttavia senza Dio Husserl non riesce comunque a rifondare il mondo esterno oggettivo.

Un altro autore molto importante nell'ottica del intersoggettività è Spinoza. Però per capire Spinoza si deve tornare ancora a Cartesio. Lui scrisse un manuale di filosofia, che è "Principi di filosofia". Qui, invece che partire dall'Io come nel discorso sul metodo o nelle meditazioni metafisiche, parte dal concetto di sostanza (che in lui sono res cogitans e res extensa) --> Ma in che senso Cartesio intende la sostanza? Dà una definizione di sostanza che sarà molto importante per Spinoza, cioè la sostanza è ciò che non ha bisogno di altro per esistere (sostanza come assoluta indipendenza). L'unica sostanza che in senso forte si può dire come indipendente da altro è Dio (Dio non ha bisogno di altro per esistere) --> Dio è causa sui, cioè causa di sé. Cartesio poi pensa al rapporto tra Dio e cose come creazione continua --> Dio, non solo ha creato il mondo, ma lo ricrea in ogni istante. Le cose di cui parla Cartesio sono res cogitans ed extensa. Queste cose sono anch'esse sostanze, ma in senso più debole. Infatti c'è un senso forte del concetto di sostanza, che è quello secondo cui la sostanza non ha bisogno di altro per esistere, ma ciò non accade per res cogitans e res extensa, che esistono perché sono state create da Dio e non solo sono state create da Dio nell'attimo della creazione, ma hanno anche bisogno che Dio ci metta la stessa potenza, con cui ha creato la prima volta, ogni istante, affinché in ogni istante possano continuare a esistere --> questa è la teoria cartesiana della creazione continuata (ad esempio: se penso prima alla pioggia e poi all'ombrello, secondo Cartesio non è sufficiente il semplice principio di associazione delle idee, che a partire dall'idea di pioggia poi mi porta a pensare all'ombrello, ma è necessario che Dio prima crei la mia mente e l'idea di pioggia, e poi, nell'istante successivo, crei la mia mente e l'dea di ombrello) --> ogni istante Dio crea costantemente la realtà. Poi Cartesio definisce anche un secondo significato di sostanza (primo significato: ciò che non ha bisogno di altro per esistere), che è molto vicino a quello aristotelico: ciò che non può essere predicato di altro, ma di cui le altre cose si predicano  --> questo concetto di sostanza è il sostrato di inerenza (ad esempio: non posso dire che la mia mente è una determinata cosa, ma posso dire che una determinata idea o percezione sono nella mia mente --> posso attribuire una serie di fenomeni alla mia mente) --> questa è una definizione aristotelica. In questo senso di sostanza Cartesio dice che le cose finite (intese sempre come res cogitans ed extensa) sono sostanze intese come sostrati. A questo punto dell'opera Cartesio introduce una sua terminologia: attributo e modo --> 1) ogni sostanza ha un attributo che Cartesio definisce essenziale --> l'attributo è ciò senza cui la sostanza non si dà. L'attributo della res cogitans è il pensiero, della res extensa è la spazialità euclidea. La sostanza pensante non può darsi (non esiste) senza pensiero, quella estesa senza spazialità. 2) i modi sono le particolarità con cui la sostanza si presenta realmente. Ad es. nella sostanza estesa i modi sono figura, movimento, relazione con gli altri corpi e dimensioni, dunque tutto ciò che è misurabile quantitativamente ed è oggettivo (ciò che verrà chiamato nella tradizione qualità primarie dei corpi). Nella sostanza pensante i modi sono ad esempio il dubitare, il volere, il conoscere, il percepire (tutto ciò che aveva elencato nelle meditazioni). Qual è la differenza tra modo e attributo? Senza attributo non si da la sostanza (è essenziale, cioè pertiene all'essenza della sostanza, al punto che sostanza e attributo quasi si identificano), invece il modo specifico può anche non esserci (non è essenziale che vi sia sempre il dubitare, affinché la res cogitans esista), però è necessario che vi sia sempre un modo, infatti l'attributo si dà sempre nella forma di un modo (anche se può mutare). Res cogitans ed extensa non sono solo sostanze separate, ma hanno anche caratteristiche opposte --> la res extensa è necessitata --> necessità che è regolata dalle leggi naturali (esempio: la legge dell'urto) e che è garantita da Dio --> la res extensa si comporta sempre nello stesso modo perché le leggi naturali sono decreti di Dio (Dio ha stabilito ab aeterno una serie di leggi che fanno sì che la materia si comporti sempre così). Invece la res cogitans è libera, perché porta in sé l'immagine di Dio --> noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, non nel senso che abbiamo la sua stessa faccia, ma nel senso che abbiamo la sua stessa volontà --> siamo liberi quanto Dio dal punto di vista della volontà. Ciò che ci conduce all'errore sono i limiti della conoscenza --> l'errore è determinato dal fatto che noi vogliamo giudicare laddove non abbiamo idee chiare e distinte.

di Mariasole Genovesi
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